Sulla differenza fra potere e autorità

Dopo aver letto l’opinione che Annamaria Vicini ha espresso intorno alla lettera indirizzata da Luisa Muraro alle ministre Teresa Bellanova ed Elena Bonetti ho desiderato tornare ad accendere i riflettori su quel dibattito. Vorrei partire dalla risposta che le due ministre hanno dato all’invito di Luisa Muraro a muoversi con libertà. Erano piccate certamente e non lo hanno nascosto, ma erano anche consapevoli dell’autorità che Luisa Muraro si è conquistata in questi anni, fra le donne e non solo, per cui hanno risposto, difendendo la loro posizione. 

«Perché le donne, alla prova degli eventi e dei fatti, sono obbligate a dare ragione della loro autonomia di giudizio rispetto agli uomini mentre agli uomini mai, neppure dalle donne, questo è richiesto?» hanno detto. 

Un po’ scherzando e un po’ seriamente direi che noi donne non chiediamo ormai da tanto agli uomini di dare ragione della loro autonomia, ma della loro capacità di giudizio sì! E con scoramento registriamo quanto poco ce ne sia, soprattutto man mano che ci si avvicina alla sfera del potere.

È vero, noi donne siamo diffidenti nei confronti del potere. E di che si stupisce Annamaria Vicini? C’è un lungo cammino che ci ha fatto riconoscere il carattere patriarcale del potere e le sue insidie, prima fra tutte quelle di offrire integrazione a patto che si ci si renda assimilabili. Il che è una trappola per tutti anche per gli uomini ma lo è ancora di più per le donne perché rende indicibile la loro differenza. 

Alla caratteristica di cooptazione del potere la cultura populista ne ha aggiunte altre. C’è un’ampia letteratura che ha sottolineato il godimento che gli uomini ricavano dal potere. Godimento che non ha niente a che fare con il piacere di vivere, sottolinea Ida Dominijanni. Per difendere quel potere sono pronti a sostituire la realtà con una immagine menzognera in cui possono chiudersi a corte con i loro seguaci immaginandosi nel ruolo che più gli aggrada. Il loro potere si regge su, e tiene in piedi, un regime di finzione. Da ciò l’ampio uso della propaganda e dei social.

Per scardinarlo ci vuole una grossa capacità di autocoscienza maschile e femminile. Di autocoscienza le donne si sono dimostrate capaci, l’hanno messa a fondamento della loro politica, ma gli uomini lo saranno?

Più uomini di quanto si creda ci danno speranza, ma certo aumenteranno solo se noi donne non molleremo la presa rispetto a ciò che abbiamo capito. E se, fra noi, sapremo «chiederci reciprocamente conto», non vedendo in questo una limitazione della nostra libertà, ma un nutrimento perché quello che vede un’altra donna mi aiuta a vedere di più, che io sia o non sia d’accordo. L’abbiamo chiamata politica di relazione. 

Quindi fra Muraro e le due ministre c’è stata politica di relazione: niente su cui piangere o da rimproverare. Anzi, se mai un esempio a cui guardare.

Cosa fare allora rispetto al Potere? chiede Annamaria Vicini.
Luisa Muraro a me ha risposto, oltre che con i libri, con la sua vita: ha fondato Diotima, la comunità di filosofe i cui libri rimangono a testimoniare e generare cultura, ha fondato la Libreria delle donne di Milano che è punto di riferimento per il femminismo internazionale, ha dato inizio all’avventura dell’autoriforma dell’università e della scuola, è punto di riferimento per i suoi studi sulla mistica. Mi ha mostrato cioè quante cose possiamo fare, quanta possibilità di cambiare lo stato di cose esistente abbiamo, anche senza inseguire il potere. Mi ha mostrato che si può conquistare così una grande autorità. E le due cose sono profondamente differenti.

In una riunione di insegnanti dell’autoriforma Vita Cosentino, una insegnante protagonista di quel movimento, registrando la stretta connessione che il lavoro d’insegnamento ha con il potere, coniò l’espressione: «il massimo d’autorità col minimo di potere». Capire la differenza fra queste due posture a me, che ero insegnante, è stato di grande aiuto.

In un’altra occasione sentii Luisa Muraro formulare l’auspicio di stare quanto più possibile vicino al potere senza lasciarsi contaminare dalle sue logiche. È possibile?
Oggi in un momento in cui il desiderio femminile può portare una donna dappertutto, è utile porci questa domanda e ricordare questo avvertimento.

Io credo che sia ora di metterci alla prova, di scoprire quanto siamo capaci di stare ovunque senza lasciarci catturare dalle logiche del potere, quanto sappiamo portare, lì dove siamo, l’autorità di ciò che pensiamo e sentiamo, rendendo visibile il legame con la vita in cui siamo maestre.

Allora sapremo che stiamo contribuendo a costruire — insieme, il che non vuol dire ammucchiate, ma tenendo conto le une delle altre — un’altra civiltà.

È la civiltà in cui la madre sa cosa vuole lasciare alla propria figlia.

***

Articolo di Antonietta Lelario

Già docente di Italiano e Storia, ha partecipato alla fine degli anni ’70 al collettivi femministi. Ha poi fondato con altre nella sua città l’associazione culturale e politica La Merlettaia e, con il movimento di Autoriforma, ha difeso il valore sessuato dell’apprendimento/insegnamento. Porta il suo impegno anche in Libera.

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