Aggressione-denuncia-rimprovero: una sequenza scoraggiante

Alcuni giorni fa sono stata vittima di un’aggressione, una esperienza sicuramente molto spiacevole ma ogni esperienza può esserci d’aiuto per apprendere, capire, fare riflessioni e considerazioni.

Mancava poco alle 18, era ancora giorno, mi trovavo a poche decine di metri da casa in una strada centrale della mia città. Avevo ricevuto dei messaggi vocali e quindi per ascoltarli senza dover tirare fuori le cuffiette e senza essere disturbata dal passaggio delle auto ho imboccato di qualche metro una traversa più tranquilla… troppo tranquilla in effetti! Ma era tra le strade vicino casa, che ho sempre percepito come tranquille!

Improvvisamente mi è passato davanti un tipo strano: giubbino, cappellino e zainetto colorati, cuffie alle orecchie, mascherina ovviamente, camminava come dondolando. Mi ha dato l’idea di un tizio un po’ originale, non ho pensato potesse essere pericoloso (tra parentesi, mi chiedo se non ho sempre troppa fiducia negli altri!), ma quando dopo un paio di metri è tornato indietro guardandomi ho capito che non dovevo fidarmi e dovevo allontanarmi. Non ho fatto in tempo però, lui mi ha sbattuto contro il muro, mi ha colpito, mi ha strappato il telefono di mano ed è scappato velocissimo. Io mi sono ripresa velocemente e ho cominciato a rincorrerlo urlando, sperando di attirare l’attenzione di qualcuno che fosse nei pressi del suo passaggio.
Qualcuno c’era, ma o non mi ha sentita o mi ha ignorata e l’aggressore è sparito in fretta. Nel frattempo mentre provavo a inseguirlo sono arrivata sotto casa mia e quindi sono rientrata. Mio marito e mia figlia mi hanno sollecitata a bloccare immediatamente sim e iphone e quindi mi sono recata nei due esercizi commerciali entrambi vicinissimi a casa (a proposito, attivate sui vostri telefoni le opzioni per bloccarli da remoto e prendete nota dell’IMEI del telefono).
Nel frattempo provavo a rivivere la scena, quella più terribile, il momento in cui ero imprigionata tra il muro e l’aggressore. Ho avuto paura, mi sono sentita inerme, non sono riuscita a mantenere il proposito di dargli un calcio alle parti basse, cosa che ho sempre pensato che avrei fatto in caso fossi stata aggredita, credo di aver pensato qualcosa come “Adesso sono fregata” anche perché la violenza con cui aveva agito e il suo atteggiamento strambo mi avevano fatto pensare che il suo obiettivo fosse proprio farmi del male. Quando, invece, mi ha strappato di mano il telefono la paura è diventata rabbia al punto che il mio primo pensiero è stato bloccare quel telefono in modo che non potesse usarlo né ricondizionarlo.

Ho rimandato la denuncia all’indomani sia perché al negozio Vodafone mi hanno detto che ero l’ottava persona in due giorni a raccontare loro un’esperienza simile sia perché era già iniziato un convegno online al quale avrei dovuto intervenire… tra l’altro proprio sul tema della violenza contro le donne e la violenza assistita.

La mattina dopo di buonora ero davanti alla Caserma dei Carabinieri. Si trova a 5 minuti a piedi da casa ma ci sono andata in auto perché il camminare a piedi mi metteva ansia.  La carabiniera all’ingresso mi chiede il motivo della mia visita, le spiego, mi chiede perché non mi sia recata a fare denuncia la sera prima, le dico del convegno, non volevo subire l’ulteriore danno di dover rinunciare a qualcosa a cui tenevo, mi dice di attendere.
Attendo quasi un’ora e poi mi fa entrare, finalmente. Di nuovo l’appuntato mi chiede perché non sono andata a fare la denuncia la sera prima, e devo spiegare, e poi mi chiede perché non ho chiamato il 112, e anche qui devo spiegare che non ci ho pensato… in fin dei conti si trattava di una cosa abbastanza banale e comunque i miei primi pensieri sono stati bloccare sim e telefono per tutelare dati personali e informazioni bancarie. Quando dico che ho ricevuto dei colpi in testa (che tra l’altro a caldo non mi procuravano dolore ma a freddo sì, e mi è anche uscito un grosso livido in fronte) mi chiedono se mi sono fatta refertare… ma figuriamoci se in piena pandemia sarei mai andata al Pronto Soccorso per farmi refertare un colpo in testa (facendo perdere tempo al personale sanitario e rischiando un contagio)… dopodiché mi dice che il tutto si configura come furto con destrezza (anche se a me pare più violenza che destrezza).

Che dire… io sono andata con convinzione e fiducia a fare denuncia. Non fiducia di riavere il mio telefono e anni di foto di cui purtroppo non avevo fatto backup, ma fiducia di essere ascoltata, di ricevere empatia. Invece mi sono sentita rimproverata, fatta oggetto di una paternalistica paternale su come dovrò comportarmi in futuro se mi succederà di nuovo di subire un’aggressione e non ho neanche ricevuto, a mio parere, la soddisfazione che quel che ho subito fosse indicato con le parole corrette. Delle otto persone che in quei due giorni avevano subito il furto solo io mi ero recata in quella caserma a fare denuncia. È vero, esistono altre caserme nella mia città, ma anche altri negozi Vodafone. Sarebbe forse il caso di chiedere perché non sempre si denuncia invece di fare velati rimproveri a chi lo fa: che si tratti del furto di un telefono o di una donna che denuncia di subire violenza da marito o di un cittadino o una cittadina che devono trovare il coraggio di denunciare una estorsione. La mia città vive purtroppo una situazione emergenziale essendovisi radicata quella che chiamano la quarta mafia, sono all’ordine del giorno oltre a fenomeni estorsivi anche furti di vario tipo e denunciare sempre e comunque è importantissimo, perché si possa censire, per poter prevenire, per spingere ad agire. Ma abbiamo tutte e tutti, donne vittime di violenza domestica o di qualsiasi altro tipo, o cittadini e cittadine vittime di furti o estorsioni o aggressioni il diritto di ricevere incoraggiamento ed empatia, quando denunciamo, il diritto insomma anche a essere considerate come vittime. E magari anche di sentirci dire grazie, dopo aver rilasciato una denuncia come la mia che non ha alcuna importanza ai fini della speranza di riparare un danno economico, ma è semplicemente un atto di senso civico e di responsabilità sociale.

***

Articolo di Donatella Caione

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Editrice, ama dare visibilità alle bambine, educare alle emozioni e all’identità; far conoscere la storia delle donne del passato e/o di culture diverse; contrastare gli stereotipi di genere e abituare all’uso del linguaggio sessuato. Svolge laboratori di educazione alla lettura nelle scuole, librerie, biblioteche. Si occupa inoltre di tematiche legate alla salute delle donne e alla prevenzione della violenza di genere.

Un commento

  1. Mi dispiace, vado poco in giro, soprattutto la sera, da quando sono in pensione, ma da giovane ero spesso fuori di sera, ma c’era meno gente disperata in giro..e meno violenza, anche se erano i famosi “anni di piombo”. Però ricordo di aver fatto manifestazioni femministe negli anni 70 dove urlavamo RIPIGLIAMOCI LA NOTTE.

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