Editoriale. È Primavera!

Carissime lettrici e carissimi lettori,

siamo davvero in un periodo sospeso. Tra virus e feroci varianti provenienti da tre continenti. Abbiamo ottenuto in tempi record i vaccini riparatori, ma ora le notizie che ci arrivano ci mettono in ansia senza poterci donare la certezza di vita sana che speravamo. Su questa rivista abbiamo scelto di non parlare costantemente del virus coronato perché ci è sembrato che già abbondantemente tutte e tutti fossimo letteralmente sommersi dai media di tutti i generi e dalle notizie sull’argomento, a senso unico. Tanto che abbiamo scritto che trascurare le altre notizie ne ha fatte passare alcune come inesistenti, prime fra tutte quelle sulla violenza domestica esasperata in questo lungo lockdown, soprattutto contro le donne.

Qui, dunque, volevamo principalmente notare e comunicarvi la percezione di sospensione sociale in cui siamo ancora imprigionate/i. Ormai sono tanti gli interventi telefonici e on line richiesti a psicologi e a psicologhe e le donne sono le più esposte socialmente al Covid-19 e agli effetti della pandemia.

Il Parlamento europeo ha pubblicato all’inizio del mese di marzo un rapporto sulla massiccia presenza femminile sui posti di lavoro in presenza durante la pandemia. Sappiamo e abbiamo scritto che in Italia le donne sono state le più penalizzate, e in modo elevatissimo, nella perdita occupazionale. Quello che il Parlamento europeo ci mostra è l’altra faccia del problema, il grande impegno delle donne nelle professioni più esposte al contatto umano e quindi al contagio. Risulta infatti che, nell’Unione Europea, dei quaranta milioni di persone impiegate nel settore sanitario il 79% è donna. Come, sempre secondo la ricerca, e ancora a livello europeo (UE) in prima linea si trovano le donne con il 95% delle persone impegnate nei lavori domestici e assistenziali, il 93% nell’assistenza all’infanzia e nel sostegno scolastico. È donna l’86% di chi si dedica alla cura della persona, anche in campo sanitario, e l’82% di chi troviamo alle casse dei supermercati e negozi vari. Questo gap tra la presenza di donne e uomini in queste occupazioni tanto esposte al contatto appare più evidente nei Paesi baltici, con in testa la Lituania mentre quasi pareggia a Malta. L’Italia si assesta sul 66% di presenza femminile nei settori nominati.

Lo stesso report del Parlamento europeo scrive: «A un anno dalla diffusione dell’epidemia di coronavirus, si teme che la ricaduta sociale ed economica possa innescare impatti a lungo termine sull’uguaglianza di genere. Una minaccia non solo ai progressi fatti finora, ma anche un concreto pericolo, per oltre 47 milioni di donne e ragazze in tutto il mondo, di ricadere sotto la soglia di povertà. L’anno scorso – si ricorda ancora nella relazione – è stato il venticinquesimo anniversario della Dichiarazione di Pechino dell’Onu, a favore dell’emancipazione femminile e del miglioramento della condizione delle donne in tutto il mondo, ma la strada da percorrere per la parità di genere è ancora lunga. Secondo l’Indice sull’uguaglianza di genere 2020 (stilato in base ai dati raccolti nel 2018), curato dall’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE), l’UE ottiene un punteggio del 67,9% sull’uguaglianza di genere e, mantenendo il ritmo attuale, mancano almeno ancora 60 anni prima di poter raggiungere la completa parità». La situazione, dunque, è ancora delle più delicate.

Proprio non possiamo dimenticare, parlando di donne, l’ingiustizia, la violenza e l’efferatezza con la quale la polizia inglese ha risposto ai e alle manifestanti durante le proteste a Londra per il rapimento e la morte violenta di Sarah Everard. Un vero e proprio femminicidio, avvenuto per mano di un agente di Scotland Yard (che dovrebbe essere preposto alla difesa di tutti e tutte le cittadine!) dopo averla rapita . “She was just Walking home”, stavo solo tornando a casa: è lo slogan che è rimbalzato dai social alla strada per ripetere e mettere per l’ennesima volta sotto i riflettori l’importanza della sicurezza delle donne, della loro libertà di movimento e sui femminicidi.

Ma nonostante tutto il cielo continua a girare e oggi ci dice che è Primavera! Il suo nome ci viene da lontano: il Ver dei latini richiama il Väs del sanscrito, che vuol dire splendere. Seppure secondo il meteo si preannuncia l’arrivo di giornate fredde, scientificamente quest’anno l’emisfero boreale apre proprio oggi la sua prima stagione dell’anno. I calendari segnano chiaramente l’inizio al 21 marzo, ma non per tutti è così. Sono molte le popolazioni, anche europee (come, per esempio la Moldova, la Russia, la Romania), che invece festeggiano, con scambi di auguri, l’arrivo della nuova stagione al primo giorno del mese: la consuetudine è darsi reciprocamente gli auguri, inviarsi biglietti e cartoline con espressioni di felicità e indossare piccoli segni (spesso fiocchetti di colore rosso e bianco) simboli di rinascita. Il cielo ci regala anche il primo equinozio dell’anno che implica la pari durata della luce del giorno e del buio notturno. Una luce che aumenterà obbediente fino all’estate, nel mese di giugno, in cui impererà fino ad essere unica e splendida sovrana nelle nordiche notti bianche, dal richiamo dostojevskiano ripreso magistralmente da Luchino Visconti!

Arcimboldo, fantasioso pittore boemo, la dipinge con la testa di un uomo addobbata da un copricapo pieno di fiori. Ben più soave la Primavera del Botticelli, identificata da Venere. Parlano e intitolano a questa stagione le loro opere altri grandi pittori, da Vincent Van Gogh a Claude Monet, da Giovanni Boldini ad Arthur Hacker che in uno dei suoi quadri ritrae una dama che coglie fiori sulle sponde di un fiume sulle cui acque naviga lentamente l’ombrellino vezzoso di merletto che le deve essere caduto. In musica la prima e la più famosa Primavera che ci viene in mente è quella di Vivaldi dove, almeno io, sento tra le note briose tutta la freschezza delle acque (quando non erano così inquinate!) dei canali della Serenissima.

Un piccolo racconto di noi. Questa settimana Toponomastica femminile ha partecipato a un dibattito promosso da un settimanale che guarda molto alle donne (un giornale femminile? A noi questa definizione, sarà pure esatta, ma non piace). Vanity Fair ha pubblicato (il numero è in edicola) in copertina, triplicata, le foto di 48 donne che, sotto l’hastag #La strada giusta hanno avuto il merito di «riscrivere una nuova geografia femminile più equa ed inclusiva» come recita l’occhiello dell’articolo. Tra i nomi quello della nostra Presidente Maria Pia Ercolini. Le tengono compagnia donne altrettanto eccezionali come, tra le tante, la fotografa Letizia Battaglia, la ministra Luciana Lamorgese, la stilista Donatella Versace e ancora tante fino a contarne quarantotto appunto che riempiono con le loro foto le tre copertine della rivista. Unico peccato che nella specificazione delle attività di molte delle donne fotografate sussista, per chi ha impaginato la rivista, ancora il maschile, confuso come neutro. Così proprio Lamorgese è definita ministro, Maria Luisa Frisa è citata come autore e Alessandra Prampolini come direttore generale. Nello stesso tempo Teresa Lin è consigliere comunale, Giovanna Iannantuoni rimane rettore, nonostante il vento di novità che ha portato nelle università italiane, e Alessandra Clemente assessore comunale.

Un’altra bella esperienza iniziata questa settimana è un corso sulla città, le sue stratificazioni, la presenza del femminile, organizzato insieme all’Argentina che è Teatro di Roma. Riscrivere una città attraverso le sue strade è conoscere e rinnovare la Storia. Si è parlato di fascismo e colonialismo (a Roma tante sono le tracce dell’uno e dell’altro) e poi si parlerà di intitolazioni al femminile fino a esperienze sul campo, pandemia permettendo.

In questa Italia in rosso, che è anche il colore della violenza sulle donne (le panchine, le scarpe di questo colore ci devono sempre tenere vigile la memoria) e nel mese di marzo dedicato alle donne il nostro parlare e scrivere è di nuovo qui tutto al femminile. Buona parte degli articoli di questo numero parlano di donne, iniziando proprio dall’analisi e dalla validità attuale del Codice Rosso creato, con la legge del 19 luglio 2019, per tutelare maggiormente le donne le quali, come recita l’articolo, hanno sempre più paura di denunciare i reati, spesso di sangue. Calendaria questa settimana ricorda Margita Figuli Sustrova, la scrittrice slovacca che attraverso il suo racconto di vita ci dice dell’amore per Praga, la Praga magica di A.M.Ripellino. Margita, dai tre nomi in una sola persona, è stata anche traduttrice. Tra i suoi autori tradotti c’è Karel Ĉapek, che, con il romanzo R.U.R, è stato l’inventore della parola Robot (che si legge con l’accento sulla prima “o” perché viene appunto dal termine ceco roboti, lavorare, presente in tutte le lingue slave, in russo Rabotat’). Ĉapek è un autore modernissimo e brillante, tra l’altro tra i più amati dal geniale professore slavista sopra citato, per me indimenticabile.

A Brescia, in questo lungo percorso che stiamo facendo tra le figure femminili della città lombarda, una compagnia tutta al femminile, che vuole dare visibilità a tante vite di donne dimenticate, è costituita dalle artiste Sara Poli, Laura Mantovi e Ombretta Ghidini. Si va a Siracusa con le donne coraggiose locali del calibro di Ada Meli e Rosa Gentile. Il libro trattato questa settimana è di Francesca Vesco che con Cedimenti vuole celebrare il connubio di donne e natura concludendo con commenti di grandi personaggi della cultura. Il cinema al femminile lo ritroviamo nell’articolo su Elizabeth Taylor, la grande bambina della settima arte diventata, anche da adulta, una meravigliosa attrice.

Il Medioevo ritorna con le Trovatrici provenzali, prime cantautrici della Storia, raffinate musiciste itineranti. Le donne del Pennello di Urbino, di Raffaello Sanzio, che si vocifera morto giovanissimo proprio per il suo frequentare amoroso, saranno protagoniste di più di un articolo la cui prima puntata, che troviamo oggi, è dedicata alla famosa Fornarina così da celebrare il cinquecentenario della morte del pittore, passato un po’ in sordina lo scorso anno inizio di pandemia.

Continua il viaggio nel Femminismo con Sara Ahamed, militante di origini anglo-australiane. Un’altra recensione, interessante, è quella del libro Terra incognita, una mappa per una visione del mondo con un orizzonte dedicato ai Millennials.

Fruttuosi dubbi ci ispira l’intrigante articolo sul Senso dell’equilibrio, ponendoci domande che esigono prese di coscienza su stili di vita.

La Tesi di questo mese viene dall’Università Aldo Moro di Bari e è stata scritta da una donna brasiliana che ama l’Italia. Parla delle donne anche qui, di come rompere il tetto di cristallo, della necessità di uscire dai populismi.

Il numero di oggi di Vitaminevaganti, che si incammina per il suo terzo anno di vita, si conclude con due tappe di sapore: una dedicata al viaggio nelle aziende al femminile dell’olio E.v.o. che ci vede in Toscana; l’altra segue la semplice ricetta delle Crepes che possono risolvere una colazione, ma anche uno spuntino, tra il dolce e il salato.

Ho scelto anche io una donna, la poeta polacca Wislawa Szymborska per chiudere questo numero della nostra rivista. La sua chiarezza si esplica già dall’attacco del primo verso e dopo tante ipotesi finisce in un sorriso alla vita, alla sua, così come le si è presentata.

«Sono quella che sono. 
Un caso inconcepibile 
come ogni caso. 
In fondo avrei potuto avere 
altri antenati, 
e così avrei preso il volo 
da un altro nido, 
così da sotto un altro tronco 
sarei strisciata fuori in squame. 
Nel guardaroba della natura 
c’è un mucchio di costumi: di 
ragno, gabbiano, topo campagnolo. 
Ognuno calza subito a pennello 
e docilmente è indossato 
finché non si consuma. 
Anch’io non ho scelto, 
ma non mi lamento. 
Potevo essere qualcuno 
molto meno a parte. 
Qualcuno d’un formicaio, banco, sciame ronzante, 
una scheggia di paesaggio sbattuta dal vento. 
Qualcuno molto meno fortunato, 
allevato per farne una pelliccia, 
per il pranzo della festa, 
qualcosa che nuota sotto un vetrino. 
Un albero conficcato nella terra, 
a cui si avvicina un incendio. 
Un filo d’erba calpestato 
dal corso di incomprensibili eventi. 
Uno nato sotto una cattiva stella, 
buona per altri. 
E se nella gente destassi spavento, 
o solo avversione, 
o solo pietà? 
Se al mondo fossi venuta 
nella tribù sbagliata 
e avessi tutte le strade precluse? 
La sorte, finora, 
mi è stata benigna. 
Poteva non essermi dato 
il ricordo dei momenti lieti. 
Poteva essermi tolta 
l’inclinazione a confrontare. 
Potevo essere me stessa – ma senza stupore, 
e ciò vorrebbe dire 
qualcuno di totalmente diverso.»

Wislawa Szymborska, Nella moltitudine, in Attimo (Adelphi, traduzione di Pietro Marchesani)

Buona lettura a tutte e a tutti e buona Primavera!

Buona lettura a tutte e a tutti.

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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