Leonora Josephus Jitta, una Giusta fra le Nazioni

Una vita fuori dagli schemi. Mia madre non fu mai una madre nel senso classico del termine olandese, vale a dire una mamma tutta casa e famiglia: mia madre lavorava, anche se con qualche intervallo dovuto alle nascite dei figli. Nel 1929 si era laureata in chimica, dopodiché aveva trovato lavoro come insegnante, in un liceo cattolico di Alkmaar, una cittadina a nord di Amsterdam. Questo lavoro le piaceva talmente tant oche continuò a farlo anche dopo aver raggiunto l’età della pensione, non più a tempo pieno però, come prima della guerra, ma a metà tempo o meno ancora e dopo la pensione in una scuola serale per laboratoristi. Il pomeriggio, quando noi figli tornavamo da scuola (abitavamo a Heiloo, un paesino a 4 chilometri di bicicletta da Alkmaar), diversamente dalle tradizionali madri olandesi, la mamma non ci aspettava con il the e i biscotti e non era tutt’orecchi per le nostre avventure scolastiche. Lei si trovava nel proprio studiolo a preparare le sue lezioni o a correggere compiti. Se il fatto di non essere accolti a braccia aperte dalla mamma da noi figli era accettato — anche se non sempre gradito — dal mondo esterno invece era considerato come particolare. Infatti, nella società olandese degli anni ’50 — mia madre aveva ripreso a lavorare nel 1948 — lavorare fuori casa era considerato poco dignitoso per una donna sposata. C’era addirittura una norma per cui una donna sposata (specie se cattolica) doveva cedere il posto che occupava se questo era richiesto da un uomo. L’idea era che gli uomini avevano bisogno di lavorare per poter mantenere la famiglia, mentre per le donne lavorare era semplicemente un lusso.

La mia mamma però era fermamente dell’opinione che la regola era un’idiozia che non la riguardava. Così, quando effettivamente si verificò questa situazione lei tenne duro e non lasciò la scuola. Ostentatamente continuò a far lezione e altrettanto ostentatamente presenziò alle riunioni degli insegnanti, perché voleva dire la sua e non ammetteva che si parlasse di lei e della sua posizione alle sue spalle. Si mormorò e si gridacchiò allo scandalo; solo quando aveva ‘vinto’ — il collega si era ritirato — mia madre presentò le sue dimissioni: non voleva più lavorare in quella scuola. Qualche tempo dopo trovò lavoro in un altro liceo. Chi dovesse credere che facesse solo l’insegnante si sbaglia: faceva anche la casalinga. Per le pulizie c’era un aiuto, ma di tutto il resto si occupava lei stessa. Amava cucinare e preparava — in un’Olanda borghese e provinciale — dei piatti ‘esotici’, come il minestrone all’italiana e piatti che ancora oggi l’olandese medio si rifiuta di mangiare, quali fegato di vitello e animelle di agnello. In inverno preparava le torte, il marzapane e altri dolci tipici e faceva anche il pane. Stava volentieri in cucina; in fondo era una specie di chimica anche a casa. A noi le cose che preparava in generale piacevano; soltanto molto più tardi capimmo che per la stragrande maggioranza delle madri olandesi il colmo della stravaganza culinaria era fare la purea di patate. La mia mamma aveva anche l’hobby dei lavori femminili: conservo ancora un mio vestitino da lei lavorato a nido d’ape. Alla fine degli anni’50 prese anche ad annodare a mano chilometrici tappeti Smirne, da tavola e da pavimento. Le piaceva inoltre leggere; fino a pochi giorni prima di morire leggeva dei romanzi in olandese, francese, tedesco e inglese. L’italiano lo leggeva in traduzione: Elsa Morante, il primo Moravia, Giuseppe Berto e altri. I romanzi olandesi contemporanei invece faceva fatica a leggerli: troppo monotoni come tematica e soprattutto troppo sesso e troppe parolacce.

La Villa Rijksstraatweg 176, Heiloo

Mia madre conosceva le lingue classiche, passione che condivideva con mio padre, e quando l’aiutavo a rigovernare i piatti (con mia grande irritazione: avevo tre fratelli maschi che non dovevano mai lavare i piatti) cantava una notissima filastrocca olandese in greco antico; l’aveva imparata al ginnasio. Il suo repertorio comprendeva anche una strofetta in latino, che lei puntualmente cantava alla vigilia di ogni vacanza «cras cras cras habemus ferias». Tutto questo, si può dire, faceva parte del nostro lessico famigliare. Così ricordo l’andamento della nostra vita familiare nel dopoguerra: sicuramente non rappresentativa della famiglia media olandese, ma ancora meno tipica lo era stata durante la guerra. I miei genitori si erano conosciuti nel 1933, nel locale maneggio che entrambi frequentavano. Il mio papà era ebreo, un ebreo del tutto assimilato (e dunque non osservante) e la mia mamma era cattolica. Per potersi sposare mio padre dovette diventare cattolico; seguì un corso presso l’abazia benedettina di Egmond, diede degli esami e fu promosso cattolico a pieni voti. Si noti: all’epoca un matrimonio misto tra cattolici e protestanti e specialmente tra ebrei e cattolici era un fatto raro: non erano stati gli ebrei ad aver assassinato Gesù? secondo la dottrina cattolica. A mia madre non interessava però quello che pensavano gli altri; voleva sistemarsi — non era più giovanissima — e vedeva in mio padre un buon partito. Anche mio padre voleva finalmente sposarsi; alla sua età (circa 45 anni) in altri ceti sociali sarebbe già stato nonno collaudato! E così nel 1937 si sposarono e trovarono casa a Heiloo. Ben presto nacquero tre figli maschi.

L’azione di soccorso clandestina. Nel maggio del 1940 i tedeschi occuparono l’Olanda e nel 1942 emanarono le prime vere e proprie leggi razziali. Ai bambini ebrei, ad esempio, non era più permesso frequentare una scuola ‘normale’; dovevano frequentare una scuola esclusivamente per ragazzi ebrei. Ad Amsterdam, con la sua popolazione di 70 mila ebrei, si istituì un ghetto. In tutto il paese, poi, gli ebrei furono costretti a portare la stella gialla appena uscivano di casa, e poco dopo dovettero lasciare il posto di lavoro. Mio padre, che era laureato in legge e faceva il banchiere e il giudice supplente presso il tribunale di Alkmaar, era già stato licenziato nel 1941, perché per le forze occupanti tedesche era ebreo. Il suo essere cattolico non contava. Poco più tardi alcuni suoi amici gli consigliarono di divorziare: anche se le persecuzioni razziali non erano ancora cominciate, la situazione degli ebrei non poteva che peggiorare. Poi, anche se il matrimonio dei miei era un matrimonio misto e gli ebrei nelle unioni miste per il momento venivano lasciati in pace, in futuro sarebbe toccato sicuramente anche a loro. Inoltre, per mia madre, con tre figli in tenera età che secondo la terminologia nazista di allora erano dei mezzi ebrei e che come tali prima o poi sarebbero stati soggetti a delle misure restrittive, sarebbe senz’altro stato meglio non avere più un marito ebreo. I miei nel mese di marzo del 1942 effettivamente divorziarono. Mio padre andò ad abitare ad Amsterdam, presso un’anziana vedova ebrea affittacamere, ma continuava a vedersi con mia madre e i figlioletti. Nell’autunno dello stesso anno però la situazione cambiò. Ebbero inizio i primi rastrellamenti e il mio papà, con i suoi tratti somatici così chiaramente ebraici, avrebbe corso un grosso rischio uscendo di casa. Ma egli usciva ugualmente e andava a guardare come i tedeschi catturavano gli ebrei, convinto com’era di non correre nessun pericolo essendo di estrazione sociale ‘alta’. Discendeva da una famiglia di mercanti internazionali di oggetti d’arte e gioielli ‘benissimostante’ che dopo il 1880 si era trasformata in una famiglia di professionisti e intellettuali. La signora affittacamere fece sapere alla mia mamma che il comportamento del mio papà era troppo pericoloso, non solo per se stesso ma anche per lei e gli altri ebrei a cui affittava una stanza. E papà fece ritorno a Heiloo. Per più di due anni sarebbe rimasto nascosto nella propria camera da letto. La casa era grande e si trovava in una posizione strategica, proprio ai margini di un bosco. Nei primi mesi della guerra mia madre aveva fatto costruire un nascondiglio, al primo piano, nella propria camera da letto, dietro il letto matrimoniale. L’aveva fatto fare abbastanza grande di modo che — in casi di emergenza — lì si potessero nascondere più persone.

1942. Da sinistra Michiel, Steef Josephus Jitta, Leonora Leeuwenberg, Adelbert Josephus Jitta

Già alla fine del 1942 — con le persecuzioni razziali appena cominciate — la mia mamma ospitava nelle camere da letto del primo piano oltre all’ex marito altri cinque ebrei: una signora che si era auto-offerta come domestica, perché aveva bisogno di soldi e le era permesso di lavorare soltanto in casa di ebrei. Sarebbe rimasta tre mesi. Poi c’era una bambina di cinque anni portata dal fratello di mia madre, uno dei medici della resistenza di Alkmaar. Per la bambina ben presto si cercò un’altra sistemazione: moriva di nostalgia. Non poteva né telefonare ai suoi né ricevere lettere da loro. Doveva sempre stare chiusa in camera, una camera poi che divideva con degli adulti completamente sconosciuti. Era troppo pericoloso farla uscire giù o in giardino a giocare con i miei fratellini, che dovevano assolutamente restare all’oscuro di quanto succedeva in casa. In più c’era il figlio tredicenne della sorella di mio padre, il quale non poteva più rimanere ad Amsterdam, dove i rastrellamenti di ebrei erano all’ordine del giorno. Rimase sei mesi a Heiloo per poi andare a nascondersi da una famiglia di contadini in Frisia, nel lontano nord del Paese. Mi permetto una piccola divagazione: questo mio cugino era basso e biondo e aveva gli occhi chiari. Nessuno lo prendeva per ebreo e perciò godeva di qualche libertà nel paesino dove abitava. S’impadronì del dialetto locale, diede una mano al contadino che lo ospitava e imparò a mungere le mucche: conseguì addirittura il diploma ufficiale di ‘mungitore di mucche’. Molto più tardi, quando ormai era professore di fitopatologia alla Facoltà di scienze agrarie di Wageningen raccontava spesso ai suoi studenti di avere il diploma di mungitore di mucche e di essere uno dei due professori con questa qualifica (l’altro era figlio di contadini). Poi mia madre ospitava una giovane coppia sposata, Carrie e Hugo E., che mio padre aveva conosciuto ad Amsterdam, dalla signora affittacamere. Quando la coppia dovette cercarsi un altro alloggio, «Da me c’è posto» disse mia madre. Carrie e Hugo rimasero alcuni mesi. Il maresciallo dei ‘carabinieri’ di Heiloo (paesino dove tutti si conoscevano e dove certamente a molti non era sfuggito che in casa Jitta si era in più delle quattro persone ufficialmente registratevi) telefonò a mia madre per dirle che aveva ricevuto l’ordine di farle una piccola visita, lo stesso pomeriggio. Mia madre captò il messaggio e mandò la coppia e mio padre a fare una lunga passeggiata nel bosco. Dopo il concordato segnale di ’tutto a posto’ rientrarono a casa.

1943. Da sinistra: Adelbert, Michiel, Steef Josephus Jitta

Nell’autunno del 1943 mia madre ricevette una telefonata da un amico notaio: egli teneva nascosta una coppia di coniugi ebrei, ma per certi motivi non era più in grado di ospitarli. La scelta per loro, così disse il notaio, era o cercare un altro posto o prendere del veleno (la modalità di suicidio scelta da alcuni ebrei poco prima o poco dopo l’occupazione nazista). «Fateli venire da me» propose senza esitazione la mia mamma. I due si fermarono da lei tre, quattro mesi. Non andavano molto d’accordo con l’altra coppia però e Carrie e Hugo a un certo punto trovarono un’altra sistemazione. Fino al 1996 mia madre non avrebbe più avuto notizie da loro.

All’inizio del 1944 arrivò un’altra chiamata urgente, questa volta da un gruppo di studenti dell’università di Amsterdam, che s’impegnava a trovare dei nascondigli per ebrei. Una giovane signora dai lineamenti molto ebraici aveva immediato bisogno di lasciare Amsterdam. Il giorno prima i tedeschi avevano catturato il marito, mentre lei era riuscita a scappare, con il figlioletto di un anno. Per il piccolo era già stato trovato alloggio, ma per la signora ancora no. «Mandatela da me» fu la reazione della mia mamma, «a me non interessa il fisico della signora; del resto so cosa vuol dire ‘visibilmente ebreo’. Io ormai sono abituata ai cosiddetti ebrei classici». La signora andò a Heiloo, munita di una falsa carta d’identità e con il nome di Bets (un nome molto più ‘ariano’ del suo). Con sua grande soddisfazione trovò una famiglia con tre piccoli bambini; siccome sentiva tanto la mancanza del suo Samuelino si affezionò loro moltissimo. Aiutava mia madre — che non aveva più né la domestica né la bambinaia — ma per motivi di sicurezza il suo territorio doveva rimanere ristretto: al solo primo piano. Fino al momento della liberazione (maggio 1945) mia madre le diede una paga da bambinaia. «Se tu lavori per me, è giusto che io ti paghi» fu il ragionamento di mia madre. Probabilmente fu l’unica in tutta l’Olanda a pagare un’ebrea nascosta. Di solito la situazione era rovesciata: erano gli ebrei che dovevano pagare fior di quattrini a chi si era dichiarato disposto a ospitarli. La maggior parte degli ebrei olandesi era povera in canna, però, e non era in grado di pagare nulla. Del resto, gli olandesi disposti a salvare la vita altrui furono pochi: o non avevano la disponibilità materiale (casa troppo piccola) o non avevano il coraggio (chi veniva colto dai tedeschi finiva anch’egli male) o non volevano aiutare un ebreo. Difatti, dall’olandese medio gli ebrei erano visti come degli imbroglioni nati. Ancora oggi c’è chi dice «quando dai la mano a un ebreo dopo è meglio che ti conti le dita». Gli olandesi, che godevano — e godono tuttora — fama di essere tolleranti non fecero praticamente nulla, quando i tedeschi presero a deportare gli ebrei. Un tale atteggiamento in fin dei conti si spiega: la famosa tolleranza olandese è sempre stata basata sul lucro, sul vantaggio economico che i ‘tollerati’ potrebbero portare. Ormai però gli ebrei non valevano più nulla, sia perché erano nati e cresciuti poveri sia perché, non potendo più svolgere nessun lavoro, i loro mezzi erano limitati. Ecco perché gli olandesi in generale non mossero un dito. Con risultati tristissimi poi: dei circa 140.000 ebrei di prima della guerra ne furono ammazzati nei lager 104.000; dai campi ne tornarono poco più di 5 mila e 10 mila sopravvissero grazie a figure come mia madre o in qualche altro modo. Sì, lo so, mia madre aveva la possibilità sia economica sia logistica di ospitare degli ebrei, ma non tutti quelli che avrebbero potuto farlo aiutarono effettivamente gli ebrei: ci voleva una stoffa ben speciale.

Nell’autunno del 1944 fu imposto a mia madre di evacuare la casa; i tedeschi erano convinti che tra poco sarebbero sbarcati gli alleati — Heiloo dista dal mare circa 8 chilometri — e la villa faceva loro gola. Si presentarono però due piccoli problemi: bisognava demolire il nascondiglio dietro il letto (i tedeschi l’avrebbero indubbiamente scoperto e avrebbero intuito quale ne era stata la funzione, con il conseguente arresto e uccisione di mia madre) e come si faceva a evacuare anche quelli che ufficialmente non c’erano? Il nascondiglio fu abbattuto e per mio padre e la signora Bets si trovò la seguente soluzione: la nuova casa era a Haarlem, una cittadina nei pressi di Amsterdam, e per arrivarci Bets avrebbe preso il treno. Ovviamente doveva mimetizzarsi. Si vestì da domestica, con tanto di secchio e scopa e con gli zoccoli ai piedi e salì sul treno. Fu tanto disperata quanto coraggiosa: i treni pullulavano di soldati tedeschi e molti altri nei suoi panni avrebbero preferito suicidarsi. Lo stratagemma riuscì: Bets arrivò a destinazione sana e salva. Il problema per il trasporto del mio papà era più grande: egli era goffo e ingenuo e si sarebbe facilmente tradito. La mamma ebbe un lampo: vestiamolo da traslocatore, con una bella tuta blu e un bel berretto e facciamolo andare a Haarlem con il camion dei traslochi. Il camionista intuì, però, che quella figura sconosciuta non era uno del mestiere e capì anche che razza di uomo era. Qualche tempo dopo, nell’inverno del 1944-45 — che sarebbe stato lungo e durissimo e per questo chiamato hongerwinter, inverno della fame — egli bussò alla porta della nuova casa di mia madre e pretese da lei del cibo. Se non gliel’avesse dato egli l’avrebbe denunciata ai tedeschi per aver in casa un ebreo (che intanto in quella piccola casa di nascosti ce ne fossero ben quattro — la resistenza di Haarlem vi aveva sistemato altri due ebrei — il camionista non lo sapeva). La mamma non si spaventò e non gli diede nulla: gli indicò la porta. Qualche giorno dopo l’uomo mandò la figlioletta a chiedere la stessa cosa, armata di un bigliettino che diceva chiaro e tondo che egli sapeva delle attività di mia madre e che non avrebbe esitato a tradirla se non gli avesse dato della roba da mangiare. Mia madre fece di nuovo ‘il gran rifiuto’, ma fece anche un’altra cosa. Telefonò a un amico partigiano e lo pregò di prendere a bastonate quell’uomo, cosa che, con sua grande soddisfazione, puntualmente venne fatta. Lei a me ha sempre detto: «se l’autista del camion avesse chiesto del cibo senza farmi delle minacce gli avrei dato qualcosa, ma a chi mi minaccia non do assolutamente nulla». E pensiamo che durante quel terribile inverno le mamme nella parte nordoccidentale dell’Olanda (il Sud e le isole del sudovest erano già stati liberati) intraprendevano dei lunghissimi viaggi in bicicletta, una bicicletta senza gomme, in cerca di patate, bietole o addirittura bulbi di tulipani. Bussavano alle porte dei contadini che in cambio di cibo volevano soldi e oggetti utili, quali asciugamani, materassi o corredini per neonati. Le mamme avevano già all’andata la bicicletta stracarica, figurarsi al ritorno. Spesso si trattava di percorsi di decine e decine di chilometri, con un vento forte e gelido e sempre contrario. Gli uomini non facevano questi ‘hongertochten’, itinerari della fame: o lavoravano ancora o si nascondevano dai tedeschi, non avendo ubbidito all’ordine di andare a lavorare in Germania.

Dopo la liberazione. Il 5 maggio del 1945 l’Olanda fu liberata e mia madre poté tornare a casa, a Heiloo. Bets andò in cerca del figlioletto e del marito; ritrovò il suo Samuelino ma non il marito: questi era stato deportato in Germania ed era stato conseguentemente ucciso in un campo di sterminio, come del resto quasi tutti i parenti, sia di lei sia di lui. Anche il mio papà non dovette più nascondersi e ‘tornò a galla’, come si suol dire in olandese. Il risultato fui io: nacqui esattamente 9 mesi dopo la liberazione. Per il semplice fatto di essere in viaggio avevo cagionato quello che si potrebbe chiamare il matrimonio riparatore dei miei genitori: essendo da tempo divorziati, se non volevano che il nascituro/a diventasse figlia naturale, dovevano al più presto risposarsi (l’uno con l’altra). Se quando io ero piccola a casa mia si parlava poco delle angherie della guerra, con il passare degli anni e più precisamente dopo la morte del mio papà (1984) la mia mamma prese a parlarne volentieri. Raccontava quanto fosse successo durante la guerra con grande disinvoltura, minimizzando il suo ruolo nel salvataggio di vite ebraiche. «Ho semplicemente fatto il mio dovere» diceva. Le urtava però moltissimo il fatto che Carrie e Hugo non si fossero più fatti vivi con lei. Anche se sapeva che erano stati ‘salvati’ — la mia nonna materna aveva tenuti nascosti i genitori di Carrie — non capiva il loro silenzio postbellico. Nel gennaio del ’96 saltò al mio occhio un annuncio sul giornale: era morta a Nuova York una certa Sarah E., amata sorella/cognata di Hugo e Carrie E., di Haifa, Israele. Quindici giorni dopo scrissi loro una lettera, essendo fermamente convinta di aver ritrovato i due ‘dispersi’ di mia madre. E infatti! Hugo mi telefonò, un po’ timido, benché ormai avesse ottant’anni, e anche un po’ vergognandosi per non essersi mai più fatto vivo con mia madre. Lui e la moglie erano emigrati in Israele negli anni ‘60, ma tornavano spesso in Olanda. Telefonò anche a mia madre — la quale era del resto già stata avvertita da me. La telefonata le piacque immensamente, così come le piacquero le conseguenti visite della coppia. Al primo incontro io fui presente, per calmare le eventuali acque mosse.Temevo che mia madre, aprendo la porta, dicesse come minimo «Di già?». Tutto andò perfettamente liscio, invece: io rimasi piacevolmente sorpresa nel vedere due ottantenni e una novantenne che non si vedevano da 53 anni riprendere il discorso dove nel 1942-43 lo avevano lasciato. Dopo quel primo incontro, i tre risaldarono i vecchi rapporti: si telefonavano, da Haifa arrivavano dei regali e quando la coppia si trovava in Olanda non mancò di far visita a mia madre. E se lei in cuor suo serbava una puntina di rancore nei loro confronti, non glielo disse mai. Lo disse solo a me. Nel 1998 il medico le diagnosticò un cancro senza speranza di guarigione. La mia mamma affrontò la propria immanentissima fine con lo stoicismo di sempre: telefonò ad alcune persone per prendere commiato da loro (e non viceversa), preparò la cerimonia della sua cremazione e aspettò che giungesse la sua ora. Tenne in mano la regia fino alla fine.

Il riconoscimento postumo. Nel 1996, quando Carrie e Hugo si precipitarono a Heiloo, proposero a mia madre di avviare la pratica per il suo riconoscimento come ‘una dei Giusti’, ma lei reagì dicendo chiaro e tondo «No, non se ne parla nemmeno. Ho fatto solo il mio dovere». Nel 2018 però, venti anni dopo il suo decesso, per motivi in questa sede irrilevanti, decisi io di fare un tentativo, nonostante quel reciso diniego. Dopo uno scambio di e-mail con la sede di Yad Vashem Gerusalemme e dopo aver inviato l’abbondante documentazione riuscii a farla riconoscere come una ‘Giusta’: una persona non ebrea che salvò la vita a un ebreo durante la seconda guerra mondiale. In realtà Leonora Leeuwenberg Josephus Jitta salvò la vita a sette ebrei. L’alloggio segreto da lei offerto agli altri sei ebrei tra il 1942 e il 1943 era durato al massimo un paio di mesi e risultò non rientrante nella vera e propria, ristrettissima, categoria dei/delle ‘salvavita’.

In copertina: a sinistra Michiel, in mezzo Sophie e a destra Steef Josephus Jitta, 1948.

***

Articolo di Sophie Jitta

Laureata in lingua e letteratura italiana presso l’Università di Leida, ha iniziato la sua carriera di docente di lingua italiana in differenti sedi e, dal 1986, è stata nominata docente di acquisizione della lingua presso il Dipartimento di Italianistica dell’Università di Amsterdam. Ha svolto lavoro come interprete commerciale e giudiziaria e ha redatto i testi delle trasmissioni da lei condotte sulla lingua e cultura italiana per la radio educativa Teleac.

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