Fuga per la libertà. Storia di Alda Renzi e di un salvataggio collettivo nel 1943

Il 2 giugno scorso il Presidente Sergio Mattarella, in occasione della celebrazione del 75° anniversario della Repubblica, ha citato la canzone di Francesco De Gregori La storia. Ricordavo la melodia ma non tutte le parole e sono andata in rete a cercare il testo. Un brano, in particolare, mi ha colpito: «La storia siamo noi, siamo noi che scriviamo le lettere,/siamo noi che abbiamo tutto da vincere, tutto da perdere./E poi la gente, (perché è la gente che fa la storia)/quando si tratta di scegliere e di andare,/te la ritrovi tutta con gli occhi aperti,/che sanno benissimo cosa fare». In quei giorni stavo leggendo il libro di Marco Severini Fuga per la libertà. Storia di Alda Renzi e di un salvataggio collettivo nel 1943 e mi sono trovata a pensare che alla protagonista del libro — Alda Renzi — quelle parole sarebbero piaciute se avesse potuto sentirle. E le avrebbe sottoscritte.

Alda Renzi

Alda è una delle tante figure del Novecento italiano che la storia l’ha fatta, anche se poi non ha trovato posto nei libri di storia. Ha vissuto gli anni più duri e bui del XX secolo, quando scegliere si doveva per non sentirsi complici dell’orrore. Con il suo testo Marco Severini le ha restituito memoria e vita, ricostruendo le vicende che l’hanno vista, indomita donna anconetana, mettere in piedi una rocambolesca azione di salvataggio di centinaia di soldati italiani, prigionieri dei tedeschi nella Caserma Villarey di Ancona.
Lo scenario è quello successivo all’8 settembre 1943. Ancona è in mano alle truppe naziste che l’hanno occupata senza trovare alcuna resistenza da parte dell’esercito italiano; i militari della Caserma Villarey si sono arresi, sono stati privati delle armi e dichiarati prigionieri di guerra, rinchiusi nelle camerate. Se i comandanti hanno scelto di non scegliere e, così facendo, hanno consegnato i soldati al destino dei campi di prigionia e di concentramento, Alda ha deciso invece di agire.
Da molti anni entra ed esce ogni giorno dalla caserma dove, come sarta, cuce, rammenda e aggiusta le divise militari. È il suo lavoro, un lavoro dignitoso che le consente di provvedere a sé e alla sua famiglia. Quando si rende conto del pericolo che corrono tutti quei ragazzi rinchiusi nelle camerate, Alda escogita un piano degno della più avventurosa sceneggiatura cinematografica. Per prima cosa nota che i prigionieri possono ricevere visite e che, al momento dell’entrata, alle donne non viene consegnato alcun contrassegno di riconoscimento. Comincia a introdurre in caserma, nascondendoli in mezzo alle divise militari aggiustate, abiti e accessori femminili che devono servire a travestire i soldati. Non sottovaluta i rischi che corre, come ricorda la figlia Lamberta: «La prima volta che varcò la porta col fardello clandestino camminava col fiato sospeso e doveva fare un grande sforzo per simulare indifferenza. Se la sentinella si fosse accorta… Dio santo, sarebbero stati guai. Guai seri e per lei e per gli stessi soldati».
Il primo tentativo è un successo: dopo aver finito il suo lavoro, Alda esce dalla caserma a braccetto di una ragazza, cercando di non dare nell’occhio e allontanandosi senza fretta. Il primo soldato travestito da donna è salvo. Dopo di lui ne seguiranno molti altri, centinaia di giovani strappati ai vagoni in partenza per la Germania.
Alda capisce che da sola può fare poco. Non sono solo necessari gli indumenti per i travestimenti, servono anche abitazioni in cui nascondere i ragazzi scappati. Chiede aiuto alle sue amiche sarte, alle donne e agli uomini che vivono nel suo quartiere e nelle strade intorno alla caserma. Trova tanta solidarietà e coraggio. Per circa un mese Alda e altre donne anconetane tagliano, accorciano, stringono, allargano abiti femminili, abiti monacali, tonache, indumenti da lavoro. Dalla caserma è un via vai di finte giovani donne, di finti preti, di finte suore, di finti imbianchi e muratori che fuggono verso la libertà.

Caserma Villarey di Ancona

Perché la storia di Alda, tanto incredibile quanto esemplare, è stata a lungo dimenticata? Il primo motivo, e anche il più doloroso, è che la coraggiosa donna di Ancona muore qualche settimana dopo, il 1° novembre del 1943, sepolta dalle macerie del rifugio antiaereo in cui era entrata insieme a due figlie e ad altri parenti durante il bombardamento della città. Sotto quelle rovine Alda trova la morte e l’oblio, ci sono voluti decenni per rimuovere le macerie e dare ai suoi resti, e a quelli delle altre persone uccise, degna sepoltura. Il dolore in cui si è chiusa la sua famiglia, poi, non ha aiutato a far conoscere questa storia di coraggio, recuperata una prima volta ventidue anni dopo la tragica conclusione degli eventi e ora ricostruita in modo completo da Marco Severini, docente di Storia contemporanea nell’Università di Macerata.
Sembra che una lapide commemorativa sia stata collocata tanti anni fa nei pressi di una delle abitazioni della donna; ma la lapide è scolorita, illeggibile, gli stessi familiari di Alda ne hanno a lungo ignorato l’esistenza.
Infine la diffusa e costante disattenzione verso le donne, verso il loro coraggio, la loro determinazione, le loro azioni ha fatto il resto.
Se le targhe commemorative e stradali sono libri di storia a cielo aperto e, come ricorda Italo Calvino, contengono il nostro passato «come le linee di una mano, scritto negli spigoli delle vie», è necessario che altre targhe vengano collocate in suo ricordo. Una, per esempio, nella Caserma Villorey, il luogo dei salvataggi, come chiede una nipote di Alda. Sarebbe auspicabile che l’amministrazione comunale di Ancona le intitolasse una via o un’area pubblica e le rendesse finalmente l’omaggio che merita. Perché, come scrive Marco Severini, «non c’è nessuno che meriti di essere ricordato a questo mondo più di coloro che hanno dato la vita per salvare quella degli altri».

Marco Severini
Fuga per la libertà. Storia di Alda Renzi e di un salvataggio collettivo nel 1943.
Aras Edizioni, Fano, 2021
pp. 224

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Articolo di Barbara Belotti

Dopo aver insegnato per oltre trent’anni Storia dell’arte nella scuola superiore, si occupa ora di storia, cultura e didattica di genere e scrive sui temi della toponomastica femminile per diverse testate e pubblicazioni. Fa parte del Comitato scientifico della Rete per la parità e della Commissione Consultiva Toponomastica del Comune di Roma.

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