Un cucciolo a scuola per insegnare l’Educazione sentimentale: risponde l’educatrice cinofila

Lo scorso 8 aprile il deputato di Sinistra italiana Nicola Fratoianni ha portato all’attenzione della Camera dei deputati la proposta di introdurre nelle scuole primarie e secondarie l’insegnamento dell’Educazione sentimentale, al fine di prevenire la violenza contro le donne e di educare fino dall’infanzia al rispetto e alla cura dell’altro. Tema caldo questo, per sottolineare come nelle scuole italiane l’introduzione dell’Educazione emotiva e sentimentale dovrebbe essere un tassello fondamentale per insegnare ad affrontare la vita rispettando e curando l’altro, senza discriminazioni di genere. L’Educazione emotiva appare quindi una via obbligata o almeno caldamente consigliata dalle/gli esperte/i, proprio per evitare la crescita esponenziale di fenomeni di bullismo, violenza, discriminazione. E si sa, bambine e bambini hanno bisogno di essere guidati. Quale potrebbe essere quindi il modo migliore per insegnare loro l’amore e il rispetto per l’altro? Paolo Crepet, psichiatra, sociologo ed educatore ha dichiarato – a commento della proposta di Fratoianni – che una soluzione potrebbe essere quella di far adottare alle scuole un cucciolo di cane. «Da 30 anni dico che dovrebbe essere introdotta l’Educazione sentimentale come materia a scuola. […] Il problema è capire quale figura dovrebbe insegnarla. Non certo il prete e non certo l’allenatore di basket, ma un cucciolo di cane. Ogni scuola ne dovrebbe adottare uno, dal momento che l’educazione sentimentale si impara accudendo una piccola bestiola». Lo psichiatra ha poi precisato che è importante incominciare da piccoli e che dare la possibilità a bambini e bambine di prendersi cura di un cucciolo di cane potrebbe essere un buon inizio per lavorare sul rispetto, l’amore e la cura. Ognuno di questi spunti appare sicuramente interessante. Abbiamo chiesto quindi a Paulonia Zumo, educatrice cinofila, esperta in comportamento animale ed etologia, la sua opinione in merito alla questione.

Paulonia, far adottare alle scuole un cucciolo di cane: potrebbe essere un buon modo per avvicinare i più piccoli al concetto di rispetto e cura dell’altro?

L’idea di far adottare alle scuole un cucciolo di cane presenta di per sé degli aspetti interessanti. È un buon modo, infatti, per avvicinare i più piccoli ai concetti di cura, responsabilità e rispetto di un’altra creatura vivente ed è un modo per capire le differenze fra esseri viventi e la necessità della tutela di queste differenze. È anche un ottimo modo per insegnare che la comunicazione non è fatta solo di parole, o comunque non è monolingue: ci sono diversi modi, che spesso ignoriamo. La cosa che mi lascia perplessa è proprio il cucciolo in sé. Quando sarà cresciuto, chi si occuperà di lui? Quando la scolaresca passerà dalle elementari alle medie? Di notte, durante le vacanze o in generale quando la scuola è chiusa? È necessario che ci sia un responsabile, adulto, dell’animale stesso. Esperimenti del genere in Inghilterra o negli Stati Uniti si fanno già da tempo con animali di classe che non siano però gregari come lo è il cane. Possono esserci i pappagallini , le tartarughe, i criceti, le cavie. Così, anche nei periodi in cui non c’è scuola, i bambini potrebbero prendersi cura degli animali. Oppure una/un docente, consapevole e preparato sulla gestione di un animale, potrebbe portare il proprio cane a scuola, con cadenza settimanale o anche più volte. O ancora: appuntamenti settimanali con educatori cinofili che portano con loro dei cani, piccoli o grandi che siano, per farli interagire correttamente con le classi.

Cosa può insegnare un cucciolo ad un/una bambino/a?

La cosa interessante di assistere alla crescita di un cucciolo sta proprio nello sviluppare un’apertura e una curiosità ancora maggiore nei bambini, una capacità di amore universale e, come accennavo prima, la possibilità di una comunicazione che sia extra-specifica, la possibilità di intendersi in maniera seria e profonda. Il cucciolo insegna proprio questo: anche se non sono come te, anche se non comunico come te, non vuol dire che tu non debba rispettarmi.

In che modo sarebbe più corretto far interagire i più piccoli con un cucciolo?

I modi corretti di far interagire i bambini con un cucciolo sono diversi e molto importanti. Mi stupisco sempre di come nelle scuole elementari e medie non si parli mai del corretto modo di interazione fra piccoli e cani, pur considerando che i cani sono ormai sempre più spesso membri della famiglia. A bambine e bambini va insegnato soprattutto l’approccio fisico con il cane, un animale che utilizza prevalentemente il corpo per comunicare. Moltissime interazioni fisiche che noi usiamo con il cane spesso non sono naturali per lui, tantomeno piacevoli. Per esempio, non accarezzarli dall’alto verso il basso, non “smanacciarli” continuamente, imparare quali sono i punti dell’animale che è giusto toccare e rispettarlo non toccando quelli in cui potrebbe infastidirsi. Soprattutto servirebbe insegnare ai più piccoli a non trattare i cuccioli come bambolotti: questo, di conseguenza, farebbe capire quanto sia importante in generale il non compiere azioni che possano danneggiare l’altro/a solo perché a noi va bene così. Un cucciolo insegna al rispetto dei tempi: c’è il tempo del gioco, quello per gli esercizi istruttivi, quello del riposo. È fondamentale che i bambini imparino a non alzare la voce, a non gridacchiare eccitati.

Il linguaggio degli animali è differente da quello umano, forse è proprio questa la chiave giusta per insegnare ad accogliere le diversità?

La differenza di linguaggi nel regno animale è una delle cose che trovo estremamente affascinante. Ed è una chiave ottimale per insegnare ad accogliere la diversità: se solo imparassimo a prestare maggiore attenzione ai comportamenti del nostro gatto o del nostro cane a casa, capiremmo che vanno ben oltre quello che ci siamo immaginati fino ad ora. Sono veri e propri discorsi: se insegniamo al nostro cane come comunicare con noi e impariamo ad ascoltarlo, capiremo che le diversità non sono sinonimo di distanza. Le diversità ci sono e si possono accogliere, perché ci arricchiscono.

Secondo te che differenze ci sono fra chi cresce con un cane e chi cresce senza?

Dipende. A volte ci sono bambini che crescono con un certo tipo di imprinting ma lo metabolizzano in un modo, e viceversa. Sicuramente chi cresce a contatto con gli animali sviluppa un sistema immunitario più forte, anche solo per il fatto che si trova a passare più tempo all’aperto. Dopodiché una/un bambina/o che cresce con un cane, se cresciuto bene, se ben responsabilizzato, se il suo ruolo è ben definito grazie all’aiuto dei genitori sicuramente avrà imparato a essere responsabile, che oltre ai propri bisogni, le proprie esigenze e i propri orari ci sono quelli di un altro essere vivente. Un bambino così ha la fortuna di imparare cos’è l’amore incondizionato: quello dell’animale nei suoi confronti e viceversa. Quale bambino non è completamente innamorato del suo cane? Imparerà come si risolvono i conflitti, cosa fondamentale per l’età adulta. Potrà capitare che il cane gli rompa un gioco perché lo ha lasciato in giro: imparerà la sua parte di responsabilità da prendersi, ma imparerà anche cos’è quella sensazione dolorosa di qualcuno o qualcosa che ami e che ti arreca un danno involontariamente. Questo è un ottimo modo per capire cos’è una delusione ed elaborarla nel modo più corretto. Imparerà anche cos’è un lutto: i cani vivono molto meno di noi, e potrebbe succedere che il nostro cane ci lasci quando siamo adolescenti o poco più piccoli. Inoltre, chi possiede un cane difficilmente potrà essere egoista.

La responsabilizzazione: permettere ai più piccoli di interagire con un cane fin da tenera età aiuterebbe anche le famiglie ad adottare più consapevolmente. Cosa ne pensi?

La responsabilizzazione delle persone quando si tratta di adottare un cane è ancora a degli standard che io definirei medievali: spesso si prendono cani senza conoscere bene la loro provenienza, o si opta per l’acquisto in negozi di animali, pur sapendo che dietro c’è un traffico illecito e terribile che vede le madri dei cani che si acquistano vivere in situazioni orribili, da sevizie. Prendono cani da allevamenti senza però chiedersi se una razza è adatta ad un certo tipo di vita, solo perché quella razza piace esteticamente. Ho parlato con persone che mi dicevano «sono innamorata dei Jack Russel». Mi sono ritrovata a spiegare che se si è alla prima esperienza un Jack Russel non è l’ideale, perché è un cane tenace, instancabile… la risposta è stata «sì, ma io sono pazza di questa loro instancabilità, del fatto che non si fermino mai». Ho risposto che poi magari ne avremmo riparlato quando il loro cucciolo si sarebbe arrampicato sui muri alle 3 di notte, proprio perché quella sua energia non è stata incanalata correttamente e non si è stati in grado di gestirla. È come se mancasse proprio la consapevolezza dell’essere umano riguardo a cosa è il cane, un animale che tra l’altro esiste perché lo abbiamo deciso noi. Sicuramente aumenterei l’informazione sui cani a partire dalla tenera età: non ho mai visto nelle librerie reparti dove si possano trovare libri per l’infanzia su come toccare un cane, come interagire con lui, come si porta a spasso, che cosa fare se si incontra un cane per strada. Perché a scuola si insegna il ciclo riproduttivo della Balenottera azzurra e non come funziona un cane? La responsabilizzazione deve iniziare dalle scuole, con una comunicazione di massa. Se non possiamo lavorare concretamente sulle persone adulte di oggi, formare le nuove generazioni diventa assolutamente necessario.

Un’ultima domanda. Cosa ti hanno insegnato gli animali in tantissimi anni di interazione con loro?

La cosa fondamentale che mi hanno insegnato gli animali è che sono migliori di qualunque essere umano. Il cane più di tutti ha una pazienza, lealtà, dedizione e devozione e un istintivo riconoscimento dell’amore che spesso noi umani non riusciamo ad avere in maniera così completa. De Andrè spesso diceva «l’amore è all’amore come solo argomento» e forse i cani vivono segretamente seguendo una regola del genere. Sentono, amano e soffrono quanto noi ma vivendo al momento, tanti preconcetti, paranoie, tante cose che noi abbiamo loro non ce l’hanno. I cani mi hanno insegnato l’importanza dell’arte della rassegnazione, che non è abbandonarsi alle situazioni ma è prenderle per quello che sono veramente. Una volta che si accetta una situazione per quella che è, si riesce anche a capire come cambiarla o forse capisci che magari non è la situazione a dover cambiare ma qualcosa che è dentro di te. Vorrei poter dire di aver incontrato più persone che avevano problemi per via del loro cane ma ad oggi, e grazie alla mia esperienza lavorativa, posso dire che la responsabilità è al 99 per cento dell’essere umano. Essere che purtroppo non capisce di aver a che fare con un’altra creatura vivente con bisogni, emozioni, capacità dissimili alle nostre ma non per questo da discriminare.

***

Articolo di Elisa Mariella

Nasce in Puglia nel 1989 dove si laurea in Lettere Moderne. Vive a Roma ormai da 11 anni dove è diventata giornalista professionista. È una grande e appassionata lettrice, adora gli animali (soprattutto il suo gatto e il suo cane), ha lavorato in radio e adora tutto ciò che riguarda la scrittura, le nuove tecnologie, il cinema e la psicologia sociale.

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