La fine dell’era dell’Iran “moderato”

Il 18 giugno scorso si sono svolte le ottave elezioni presidenziali della Repubblica Islamica dell’Iran.

Il Consiglio dei Guardiani della Costituzione è l’organo preposto a selezionare chi ha i requisiti per accedere alle cariche dello Stato. È composto da dodici membri: sei giuristi islamici e sei giuristi civili, il cui mandato dura sei anni. Oltre ad operare una selezione sui possibili candidati alla presidenza, il Consiglio deve anche garantire che tutte le leggi siano in linea con i precetti del Corano e della religione islamica.

All’apice dell’intero sistema vi è la Guida Suprema o Guida della Rivoluzione. Ad oggi solo due persone hanno ricoperto questa importantissima carica: l’ayatollah Ruhollah Khomeini, dalla rivoluzione del 1979 fino al 1989, anno della sua morte, e successivamente l’ayatollah Ali Khamenei, già Presidente della Repubblica Islamica dal 1981 al 1989. La Guida Suprema è il massimo esperto della legge islamica e, oltre ad essere la principale guida religiosa, ricopre anche l’importante ruolo di guida politica.

Il Presidente della Repubblica detiene il potere esecutivo ed è la seconda carica ufficiale dello Stato. Viene eletto dal popolo con la maggioranza assoluta al primo turno o con la maggioranza relativa al secondo turno e il suo mandato dura quattro anni, per un massimo di due mandati.

Qualsiasi cittadino/a iraniano/a nato/a in Iran di età compresa tra i 40 e i 75 anni che dimostri di essere fedele alla Costituzione e alla religione islamica può registrarsi per diventare candidato/a alle presidenziali, ma deve comunque ricevere l’approvazione da parte del Consiglio dei Guardiani.

I candidati ammessi alle elezioni erano sette, tutti uomini e conservatori: pochi giorni prima delle votazioni ben quattro si sono ritirati e nessuna donna, anche questa volta, ha ricevuto l’approvazione.

I politici iraniani si dividono in tre correnti: conservatori pragmatici (o moderati), conservatori tradizionalisti, radicali. Va però specificato che si tratta di una mera distinzione formale, in quanto la stessa persona può mostrarsi moderata riguardo ad alcune tematiche e più conservatrice per altre.

I radicali rappresentano la componente più estremista, con posizioni antioccidentali, a salvaguardia della purezza dell’Islam, e premono affinché il codice morale islamico venga rispettato rigorosamente.

I tradizionalisti sono molto vicini alle idee radicali, ma differiscono per quanto riguarda la politica economica: se i radicali sono sostenitori di una politica centralizzata guidata dallo Stato, i tradizionalisti sono invece favorevoli ad un’economia privata.

I pragmatici o moderati puntano tutto sulla diplomazia, soprattutto in politica estera, sono a favore delle privatizzazioni e della libera iniziativa economica e sono più aperti a riforme in campo sociale, cercando di applicare in maniera moderata il codice morale islamico.

Vignette Israeliane su diritti umani

L’Iran è noto per essere una delle dittature più sanguinarie e lesive dei diritti umani, primi tra tutti quelli delle donne.

Il Presidente uscente, Hassan Rouhani, moderato, è un fervente sostenitore della legge che obbliga le donne a portare il velo, pena il carcere, come accaduto all’attivista Nasibe Semsai condannata a 12 anni di reclusione perché protestava contro l’hijab obbligatorio.

L’Iran è uno dei Paesi in cui ancora vige la pena di morte: è la seconda nazione con più esecuzioni all’anno (l’infelice primato spetta alla Cina); secondo il rapporto di Amnesty International nel 2020 sono state giustiziate più di 246 persone, tra cui nove donne e tre minorenni.

La triste storia di Zahara Esmaili è giunta alle cronache internazionali per il suo atroce destino: è stata condannata a morte nel 2018 per avere ucciso il marito che maltrattava sia lei che i suoi bambini. Il giorno dell’esecuzione, nel febbraio del 2021, Zahara ha assistito a 16 impiccagioni e, poco prima che arrivasse il suo turno, ha avuto un malore. Il suo corpo, ormai senza vita, è stato comunque impiccato, come ha riferito il suo avvocato.                

La pena di morte è prevista non solo per omicidio, ma anche per adulterio, stupro, omosessualità, terrorismo, reati legati alla prostituzione o alla droga, blasfemia. Non è la prima volta che donne vittime di violenza domestica vengono condannate a morte, come avvenuto a due ragazze, entrambe salite al patibolo all’età di 17 anni per aver ucciso i mariti maltrattanti. Erano state obbligate dalle famiglie a sposarsi all’età di 13 e 15 anni con uomini molto più grandi di loro. La legge iraniana prevede, infatti, un’età minima per contrarre matrimonio: 13 anni per le ragazze e 15 per i ragazzi e alcune famiglie possono quindi obbligare le figlie a matrimoni precoci e combinati.

Dal lato opposto, esiste ancora il delitto d’onore, che prevede uno sconto di pena per un uomo che uccide una donna allo scopo di preservare il proprio onore o quello familiare.

Romina Ashrafi era una ragazzina di 13 anni scappata di casa con un uomo di 35 di cui si era invaghita. Il padre, contrario alla relazione, l’ha decapitata con un machete mentre dormiva. Nonostante la legge preveda la condanna a morte per omicidio, nel caso in cui si tratti di un delitto d’onore la pena viene decisamente diminuita. Lo scandalo che ha suscitato l’uccisione della giovanissima Romina ha tuttavia portato il Presidente uscente Rouhani a chiedere un innalzamento della pena per i delitti d’onore, ma si è ancora ben lontani dalla loro abolizione.

Atena Farghadani è un’attivista e un’artista iraniana che, a causa di alcune vignette satiriche contro il regime, è stata incarcerata nel 2014, liberata dopo quattro mesi e riportata in carcere l’anno dopo per aver denunciato le condizioni precarie in cui si trovano a vivere i/le detenuti/e. Ha inoltre dichiarato di essere stata sottoposta contro la sua volontà a un test di verginità prima di entrare in prigione. Atena ha deciso di rompere il silenzio, poiché si tratta di una pratica invasiva e lesiva della dignità della persona, non ha alcuna validità medico-scientifica e viene utilizzata al solo scopo di terrorizzare le detenute e sottoporle a violenze sessuali legalizzate. Dopo altri mesi di carcere, è stata finalmente liberata nel 2016, anche grazie alla mobilitazione internazionale e al supporto di associazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International.

Nasrin Sotoudeh è la celebre avvocata iraniana per i diritti delle donne arrestata nel 2018 e condannata a 33 anni di carcere e a ricevere 148 frustate. La sua colpa è quella di essere femminista, contraria all’obbligo del velo e alla pena di morte. Nonostante la comunità internazionale si sia mobilitata in suo favore, ad oggi resta ancora detenuta.

Di sicuro la vittoria di Ebrahim Raisi (in copertina), sessantenne giurista ultraconservatore e antioccidentale, non aiuterà l’Iran a compiere dei passi avanti in questa direzione. Aggiudicandosi il 62% dei voti, è stato eletto al primo turno. L’affluenza alle urne di appena il 48,8% è stata la più bassa di sempre, se si pensa che alle presidenziali del 2017 votò il 73% degli aventi diritto. I grandi assenti sono stati i/le giovani, che rappresentano una corposa fetta dell’elettorato.

Per Israele, Raisi è il Presidente più estremista mai eletto, tanto da meritare la definizione di “macellaio di Teheran”: nel 1988, alla fine della guerra con l’Iraq, fece parte delle cosiddette “commissioni della morte” che decretarono l’esecuzione di massa di quasi 3000 prigionieri politici e combattenti nemici.

La preoccupazione più grande per l’Iran in questo momento storico è rappresentata dall’accordo con gli Stati Uniti per la rimozione delle sanzioni, inasprite dal Presidente Trump nel 2018, con l’obiettivo di spingere l’Iran a interrompere la produzione di combustibile nucleare. Sulla lista nera sono finite più di 18 banche: tutti i beni negli States sono stati congelati e viene proibito a cittadini e società americane di avere rapporti con loro.

Il Presidente Biden ha dichiarato lo scorso febbraio che sarà disposto a revocare le sanzioni solo se Teheran interromperà la produzione di uranio arricchito.

L’Unione Europea, dal canto suo, ha invitato più volte le proprie aziende a non rispettare le sanzioni, senza mai tradurre l’impegno in leggi nazionali: pertanto le multinazionali che si trovano di fronte la scelta tra mercato iraniano e mercato americano, opteranno sempre per il secondo.

Le dure sanzioni contro l’Iran ne hanno minato gravemente l’economia, con un crollo del Pil del 4% nel 2019 e il conseguente aumento della povertà e della disoccupazione. L’aggravarsi della situazione ha portato a rafforzare la fazione conservatrice antioccidentale rappresentata dal nuovo Presidente eletto Raisi: con un dominio totale dei conservatori ci sarà da attendersi una ulteriore marcia indietro sui diritti civili, un bavaglio alla libertà di stampa, un controllo sui media sempre più serrato e probabilmente anche un rallentamento dei negoziati sul nucleare. Proprio per questo, l’intento del moderato Rouhani è riuscire a giungere a un accordo con gli Usa prima del 3 agosto, data in cui la fazione radicale di Raisi prenderà ufficialmente il potere.

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Articolo di Elisabetta Uboldi

Laureata in Ostetricia, con un master in Ostetricia Legale e Forense, vive in provincia di Como. Ha collaborato per quattro anni con il Soccorso Violenza Sessuale e Domestica della Clinica Mangiagalli di Milano. Ora è una libera professionista, lavora in ambulatorio e presta servizio a domicilio. Ama gli animali e il suo hobby preferito è la pasticceria.

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