Milada Horáková

Nella piazza Pětikostelní a Praga c’è un monumento raffigurante un pulpito con un microfono e sul microfono un’allodola. Quell’uccello è Milada Horáková che vola verso la libertà, dice Josef Faltus, lo scultore autore dell’opera inaugurata il 16 novembre 2015 nel parco alla fine della via Sněmovní, proprio di fronte alla Camera dei deputati.

Praga, particolare del monumento in piazza Pětikostelní

Milada, divenuta emblema della lotta contro i regimi totalitari che hanno oppresso il suo Paese, simbolicamente ci parla dal microfono di quel leggìo del tribunale dietro il quale difendeva il suo operato durante il processo per presunto spionaggio e alto tradimento.

Sono queste le sue ultime parole, scritte prima dell’esecuzione e che, tradotte in quattro lingue, sono state incise alla base del monumento a lei dedicato:

«Sto cadendo, sto cadendo, ho perso questa lotta, me ne vado con onore. Amo questo paese, amo questo popolo, costruite il benessere. Me ne vado senza odiarvi. Ve lo auguro. Ve lo auguro…»

Praga, la statua di Milada Horákov, opera dello scultore Jan Bartoš
nel parco presso la stazione della Rivolta

Milada Králová nacque nel 1901 in una famiglia della media borghesia di Praga caratterizzata da ideali liberali e progressisti. Il padre, che aveva osservato nella figlia uno spiccato desiderio di conoscenza, promosse la sua formazione introducendola alla vita culturale e politica del Paese. Entrambi si dedicarono allo studio delle opere di Tomas Masaryk- filosofo e politico cèco, primo presidente della Cecoslovacchia, fondatore dell’Università di Brno, difensore della lotta per l’emancipazione femminile- sostenendone l’operato.  Fin dall’adolescenza Milada rivelò la forza e il coraggio che caratterizzeranno tutta la sua vita, manifestando apertamente le idee progressiste assimilate in famiglia nonostante le prevedibili conseguenze; al liceo fu infatti espulsa per aver partecipato ad una manifestazione contro la guerra, pur sapendo che siffatte manifestazioni erano vietate alla classe studentesca.
Riuscì comunque a proseguire gli studi e nel 1926 si laureò in giurisprudenza alla Karlová Univerzita di Praga. Nello stesso periodo aderì al Partito nazionalsocialista cecoslovacco (forte oppositore del nazionalsocialismo tedesco, nonostante la somiglianza del nome) iniziando così la sua opera di attivista a sostegno dei diritti civili, in particolare di quelli delle donne. 
Nel 1927 sposò Bohuslav Horák, suo compagno di partito, con il quale ebbe l’unica figlia, Jana. In quegli anni prestò servizio presso il Dipartimento per le attività sociali del comune di Praga.

In famiglia

A seguito dell’occupazione della Cecoslovacchia da parte della Germania nazista, Milada entrò a far parte del movimento clandestino di resistenza Pvvz partecipando alla formulazione del programma e diventando una delle componenti più attive. Arrestata, insieme al marito, dalla Gestapo nel 1940, fu condannata a morte. 

La condanna fu successivamente commutata in detenzione che scontò inizialmente a Pankrác, poi nel campo di concentramento di Terezin, successivamente a Lipsia, a Dresda e infine ad Aichach vicino a Monaco, dove fu liberata dall’esercito americano. Le torture della Gestapo, testimoniate dalla compagna di prigionia a Pankrác, Zdena Mašínová, ebbero evidenti conseguenze sulla sua salute, procurandole forti dolori derivanti dal danneggiamento della colonna vertebrale.

Dopo la liberazione riuscì a ricongiungersi alla famiglia a Praga e qui riprese a frequentare l’ambiente politico, partecipando alla riforma del suo partito.

Eletta parlamentare, divenne una figura di notevole importanza nella difficile ricostituzione del Paese che si trovava ad affrontare questioni complesse come le decisioni da prendere nei confronti della popolazione di etnia tedesca ritenuta complice dell’occupazione nazista. Milada assunse una posizione contraria all’esilio forzato di questa minoranza tedesca. Promotrice delle prime forme previdenziali per lavoratori e reduci di guerra, svolse un ruolo fondamentale in seno alla Commissione per l’assistenza ai/lle rifugiati/e. Occupò una posizione centrale in svariate organizzazioni civili, prefiggendosi l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita della cittadinanza; all’interno della Croce Rossa, tra le varie azioni, istituì centri di consulenza per le madri e case di accoglienza per giovani orfani/e.

Nello stesso periodo rafforzò il suo impegno a favore dei diritti delle donne, un impegno che Horáková, come avvocata, aveva sostenuto sin all’inizio della sua carriera, rendendosi attiva nel garantirne l’uguaglianza davanti alla legge.

Fondamentale, a questo proposito, fu il suo incontro, ancora studente, con Františka Plamínková, insegnante, giornalista, politica e una delle prime paladine ceche per i diritti femminili.  “Plamka”, o “piccola fiamma”, come era conosciuta per l’arguzia, le spiccate capacità di dibattito e la passione con cui affrontava la questione, era stata la fondatrice del Consiglio Nazionale delle donne (Ženská národní rada, ovvero Žnr), organizzazione che raccoglieva circa cinquanta associazioni impegnate nel promuovere la parità dei diritti attraverso modifiche legislative del lavoro e della famiglia. 

Nonostante la differenza di età, le due donne furono profondamente vicine e come osserva la professoressa di storia della Rutgers University Melissa Feinberg: «Horáková è stata coinvolta nelle stesse organizzazioni di Plamínková, e come una delle prime donne avvocate cèche, è stata davvero preziosa per il movimento delle donne nelle loro battaglie per raggiungere la parità di diritti all’interno del diritto civile, del lavoro e della cittadinanza. Lei e Plamínková hanno sviluppato questa lunga collaborazione che va dagli anni ’20 agli anni ’30».

Františka Plamínková

Insieme lavorarono a una bozza di legge che mirava ad abolire le restrizioni per le femmine nel lavoro, inclusa la pratica nota come celibát che proibiva alle donne sposate di lavorare nel servizio civile. Gli argomenti a sostegno di questa tesi, provenienti da fonti sia religiose che secolari, affermavano che le donne devono poter partecipare alla vita pubblica per la vitalità stessa della democrazia ma la loro attività pubblica non deve mai essere a svantaggio della vita familiare. Plamínková e Horáková sostennero invece l’uguaglianza per le donne nel lavoro sulla base dell’articolo 106 della Costituzione cecoslovacca del 1920 appena redatta. L’articolo escludeva la discriminazione sessuale. La legge fu infine approvata e ha potuto godere anche del sostegno del presidente della Repubblica T.G. Masaryk.

Alla morte di Plamínková, la presidenza del Consiglio passò a Milada. 

Il Consiglio, oltre a svolgere una funzione di controllo per il rispetto dei diritti femminili nella sfera pubblica, si adoperò per sviluppare sia nelle donne che nella cittadinanza la consapevolezza della parità di genere all’interno della famiglia. Infatti, nel codice dell’era asburgica ancora in vigore, al marito, in qualità di capofamiglia, era attribuito il potere decisionale e quindi il diritto di esercitare il controllo sulla propria moglie, inclusa la gestione delle sue proprietà e il permesso o il divieto di lavorare fuori casa. 

Oltre a sostenere il diritto al lavoro delle coniugate, Horáková stilò una serie di leggi per migliorare lo status giuridico e le condizioni delle madri non sposate e dei bambini nati fuori dal matrimonio. Così come si occupò dei problemi riguardanti la conciliazione della carriera lavorativa con la vita familiare, sottolineando la funzione della donna come madre, ma allo stesso tempo garantendola legalmente e socialmente.

In qualità di esperta legislativa, oltre che come rappresentante dello Žnr, fu delegata in numerosi congressi stranieri. Nello svolgimento delle sue attività all’estero ebbe modo di conoscere e confrontarsi con molte donne impegnate sul fronte femminista, tra cui Eleanor Roosevelt, moglie del presidente degli Stati Uniti.

Milada così si esprimeva:

«Femminista per me significa: una donna che possiede tutte le specificità della natura femminile, contro le quali non cerca di combattere, ma tra queste sceglie e coltiva consapevolmente e con responsabilità soprattutto quelle in cui individua un reale e oggettivo contributo alla collettività più ampia possibile della società umana. È una donna che realizza se stessa, i suoi obiettivi, le sue capacità e che rimane a loro fedele in ogni momento della sua vita privata e della sua vita pubblica. La sua caratteristica principale è che non agisce mai solo per sé stessa» (Come sono diventata una femminista, intervista con M. Horáková di P. Boumová).

Particolarmente significativi, ai fini della comunicazione, il suo discorso nel 1932 sulla solidarietà femminile e sulla cooperazione tra donne (la cui registrazione è conservata negli archivi della radio nazionale cèca) e la fondazione della rivista “Vlasta” nel gennaio 1947, che ancora oggi risulta il periodico femminile cèco più venduto.

Horáková, dunque, autrice di svariate proposte di legge, fu una leader nella più grande organizzazione nazionale per i diritti delle donne, ma anche un membro influente sia all’interno del Čsns, sia come deputata.

Tuttavia, Milada si dimise dal parlamento, come atto di protesta, pochi giorni dopo la misteriosa morte del ministro degli Esteri Jan Masaryk. L’episodio, denominato la quarta defenestrazione di Praga, si colloca nel periodo immediatamente successivo al colpo di stato nel febbraio del 1948, organizzato da Klement Gottawald, leader del Partito comunista che di fatto segnava l’inizio del controllo sovietico sul Paese e l’instaurazione di un nuovo regime totalitario. Il colpo di stato, definito quasi incruento, in realtà significò l’arresto e la fuga di centinaia di oppositori e la donna, che aveva protestato violentemente per l’assorbimento del proprio partito nel Partito comunista, conservò i contatti con quanti/e scelsero l’esilio, stabilendo con loro una rete di comunicazione e mantenendo così in vita l’ala clandestina del partito.

Come già aveva fatto durante la dominazione nazista, Milada si erse a difesa della libertà cèca, rifiutando platealmente gli inviti del regime comunista a collaborare e manifestando apertamente le sue critiche.

Preoccupati per le conseguenze delle sue manifeste posizioni nei confronti del regime, amici e familiari la sollecitarono a lasciare la Cecoslovacchia, ma la donna scelse di rimanere continuando a fare opposizione politica.

Il 27 settembre 1949 venne arrestata con l’accusa di spionaggio e cospirazione. 

Foto segnaletiche scattate all’arresto

Nei due anni di prigionia, prima del processo, fu sottoposta a interrogatori intensivi da parte del StB, l’organo di sicurezza statale cecoslovacco che adoperava strumenti di tortura sia fisici che psicologici. Il trattamento aveva lo scopo di annientare la volontà dei/lle dissidenti convincendoli/e della loro colpevolezza in vista dei processi farsa istituiti dal regime. Horáková, consapevole fin dal suo arresto di quello che le sarebbe capitato, riuscì a mantenersi lucida e coerente nonostante tutto ciò che dovette subire, compresa la falsa notizia della morte del marito e del suocero.

Il 31 maggio 1950 iniziò il processo a lei e ad altri dodici suoi compagni, colleghi e collaboratori: ella si difese con dignità rivendicando di fronte ai giudici, senza cedimento alcuno, i suoi incrollabili princìpi: «Mentirei dicendo che sono cambiata, che le mie convinzioni siano mutate. Non sarebbe né vero, né onesto», ben sapendo che questo atteggiamento avrebbe influito negativamente sulla condanna.

Molti stralci del processo, per volontà del presidente Klement Gottwald, su modello delle purghe staliniane degli anni Trenta, furono trasmessi per radio e addirittura ripresi dalle telecamere, una rarità per l’epoca, ed usati come forma di propaganda ed intimidazione verso la popolazione. In questo clima di esaltazione collettiva promossa dal regime, istigati dalla propaganda, più di seimila consigli di fabbrica e comitati di strada sommersero i giudici di lettere denigratorie e infamanti nei confronti degli imputati, chiedendo punizioni durissime ed esemplari. 

In particolare, Milada venne dipinta come una cospiratrice, una donna arrogante che non sapeva stare al suo posto e che trascurava la famiglia, quindi non in linea con i valori tradizionali. 

Con la condanna a morte già scritta, disse nella sua dichiarazione finale: «Quello che ho fatto, l’ho fatto consapevolmente. Mi prendo tutta la responsabilità delle mie azioni ed è per questo che accetterò la punizione che mi verrà data. Continuo a sostenere le mie convinzioni». La donna, che aveva dedicato tutta la sua esistenza alla lotta contro la morte dell’anima, contro le intimidazioni, le menzogne e le violenze mantenne saldo il coraggio di difendere le sue idee, i suoi sogni, i suoi valori di libertà, di uguaglianza e di fratellanza, pagando, per questo, con la vita.
L’8 giugno 1950 Milada fu condannata a morte per spionaggio e alto tradimento, insieme a tre dei coimputati.

L’opinione pubblica mondiale fu colpita dalla gravità della condanna; da ogni parte giunsero appelli e petizioni perché la sua vita fosse risparmiata. Personalità note come Albert Einstein, Winston Churchill, Eleanor Roosevelt e altri intellettuali, tra cui Jean-Paul Sartre, Albert Camus e Simone de Beauvoir, si spesero perché venissero accolti sia il ricorso in appello sia la domanda di grazia, presentata dalla figlia e dall’avvocato al presidente cecoslovacco Gottwald. 

Telegramma di Einstein a favore di Milada

Inutilmente: alle 05.35 del 27 giugno 1950 Milada Horáková, all’età di 48 anni, ultima dei quattro condannati, fu impiccata tramite una forma primitiva di strangolamento, nel cortile del carcere di Pankrác a Praga.

Ci mise dieci minuti a morire soffocata. La sua esecuzione non fu comunicata a nessuno e il suo corpo, come quello di tanti altri dissidenti cecoslovacchi, non venne mai consegnato ai parenti. Fu cremato e le ceneri disperse in campagna, lungo la strada che collega Praga e Melnik. Nel cimitero di Vysehrad, dove riposano le grandi personalità della storia cèca, sulla lapide è scritto: «giustiziata e non seppellita».

Il verdetto che sanciva la sua colpevolezza venne annullato nel 1968, diciotto anni dopo la sua morte, durante il periodo della Primavera di Praga. Tuttavia, a causa dell’invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe dei Paesi appartenenti al Patto di Varsavia e della successiva restaurazione, questo fu reso noto soltanto nel 1990, dopo la fine del regime comunista. Solo allora il suo nome venne pienamente riabilitato e le sue lettere consegnate ai familiari.  Dal 2004, il 27 giugno — giorno della sua esecuzione — è stato assunto come simbolo della Giornata delle vittime del regime comunista. 

Nel 2005 furono ritrovati i verbali originali del processo, dai quali emerge in maniera evidente la manipolazione delle fasi processuali ai fini propagandistici e la prefabbricazione dei verdetti. Ludmila Brožová-Polednová, ultima procuratrice al processo di Milada che, dopo la condanna, aveva chiesto che l’impiccagione avvenisse con lentezza, per soffocamento, è stata condannata dall’Alta Corte a sei anni di carcere per il suo coinvolgimento in omicidio giudiziario. 

Milada Horáková è stata invece riconosciuta come una martire della resistenza al nazismo ed al regime comunista. Il coraggio, la coerenza e la serena consapevolezza con cui affrontò la morte ne hanno fatto un simbolo della dignità umana. Una delle principali arterie della capitale cèca, che unisce il castello alla zona di Holešovice, è stata ribattezzata con il suo nome.

Nel 1991, il presidente Václav Havel ha concesso a JUDr. Milada Horáková in memoriam l’Order of Tomáš Garrigue Masaryk – 1° classe.

 Il 2 gennaio 2020 la presidente slovacca Zuzana Čaputová ha insignito dell’Ordine della Doppia Croce Bianca di 1° classe Milada Horáková in memoriam per i servizi straordinari alla Repubblica slovacca, lo sviluppo e la protezione della democrazia, dei diritti umani e delle libertà.

In occasione del 70 ° anniversario dell’omicidio di Milady Horáková
è stato pubblicato un fumetto di Zdeněk Ležák e Štěpánka Jislová

Possiamo considerare come testamento morale di Milada Horáková la lettera che lasciò alla figlia Jana: 

Mia unica piccola ragazza Jana,
Dio ha benedetto la mia vita di donna dandomi te. Come tuo padre scrisse in una poesia da una prigione tedesca, Dio ti ha data a noi perché ci amava. Escludendo il magico, straordinario amore di tuo padre, tu sei stata il più grande dono che ho ricevuto dal fato. Ad ogni modo, la Provvidenza ha pianificato la mia vita in un modo che non mi consentirà di darti tutto quello che la mia mente e il mio cuore avevano preparato per te. Il motivo non è che ti ho amata poco; ti ho amata altrettanto puramente e con lo stesso fervore con cui le altre madri amano i loro figli. Ma ho compreso che il mio compito in questo mondo era fare il tuo bene mostrandoti che la vita migliora, e che tutti i bambini possono vivere bene. E pertanto abbiamo dovuto essere spesso separate a lungo. Questa è già la seconda volta che il fato ci divide. Non essere spaventata e triste per il fatto che non tornerò più. Impara, mia bimba, a guardare da presto alla vita come a una questione importante.

La vita è dura, non coccola nessuno, e ogni volta in cui ti colpisce ti assesta dieci colpi. Abituatici presto, ma non lasciare che ti sconfigga. Decidi di combattere. Abbi coraggio e obiettivi chiari e vincerai sulla vita. Molto è ancora nascosto alla tua giovane mente, e non mi è rimasto tempo per spiegarti cose che a te piacerebbe ancora chiedermi. Un giorno, quando sarai cresciuta, ti chiederai e richiederai perché tua madre, che ti ha amata e di cui eri il dono più grande, ha condotto la sua vita in maniera così strana. Forse allora troverai la giusta soluzione a questo problema, forse una migliore di quella che io oggi posso dare a me stessa. Certo, riuscirai a risolverlo correttamente e in maniera affidabile solo conoscendo molto. Non solo dai libri, ma dalle persone; impara da tutti, anche da quelli che non contano! Gira il mondo con occhi aperti, e ascolta non solo i tuoi dolori ed interessi, ma anche i dolori, gli interessi e i desideri degli altri. Non pensare mai che qualcosa non ti riguardi. No, tutto ti deve interessare, e tu dovresti riflettere su tutto, confrontare, comporre fenomeni individuali. L’uomo non vive nel mondo da solo; in questo c’è una grande felicità, ma anche una tremenda responsabilità. Questo obbligo consiste prima di tutto nel non essere e non agire in maniera esclusiva, ma piuttosto fondendosi con i bisogni e gli obiettivi degli altri. Questo non significa perdersi nella moltitudine, ma sapere che si è parte del tutto, e per portare il meglio che uno può dare alla comunità. Se farai questo, riuscirai a contribuire agli obiettivi comuni della società umana. Sii più conscia di quanto non sia stata io di un principio: avvicinati a tutto nella vita in maniera costruttiva e diffida di chi dice no senza necessità (non sto parlando di tutti i no, perché credo che si dovrebbe dir no al male). Ma per essere una persona veramente positiva in tutte le circostanze, si deve imparare come distinguere il vero oro dalla bigiotteria. È difficile, perché la bigiotteria a volte brilla in maniera abbagliante.

Confesso, figlia mia, che spesso nella mia vita sono stata abbagliata dalla bigiotteria. E qualche volta brilla in maniera così falsa che si lascia cader di mano l’oro puro e si corre dietro al falso oro. Sai che organizzare bene la propria scala di valori significa non solo conoscersi bene, essere fermi nell’analisi del proprio carattere, ma principalmente conoscere gli altri, conoscere il più possibile del mondo, il suo passato, presente e futuro sviluppo. Ebbene, in breve: conoscere, capire. Non chiudere le orecchie davanti a nulla e per nessun motivo, nemmeno zittire i pensieri e le opinioni di qualcuno che mi ha pestato i piedi o che mi ha ferito profondamente. Esamina, pensa, critica, sì, principalmente critica te stessa, non aver paura di ammettere una verità che hai compreso, anche se avevi proclamato l’opposto fino a un attimo prima; non diventare ostinata sulle tue opinioni, ma quando arrivi a considerare giusta una cosa, allora sii così determinata da combattere e morire per essa. Come ha detto Wolker, la morte non è male. Solo bisogna evitare la morte graduale, che è ciò che accade quando uno si scopre staccato dalla vera vita degli altri. Devi mettere radici dove il fato ha stabilito di farti vivere. Devi trovare la tua strada. Cercala da sola, non lasciare che nessuno ti distragga da essa, nemmeno la memoria di tua madre e di tuo padre. Se davvero li ami, non farli soffrire guardandoli con occhio critico; solo non andare per una strada che è sbagliata, disonesta e non si armonizza con la tua vita. Ho cambiato idea molte volte, riclassificato molti valori, ma, quel che resta come valore essenziale, senza il quale non potrei immaginare la mia vita, è la libertà di coscienza. Vorrei che tu, mia piccola ragazza, pensassi se ho avuto ragione oppure no.

Qui le traduzioni in francese, inglese e cecoslovacco.

***

Articolo di Paola Malacarne

Psicologa clinica e di comunità, ex insegnane di scuola dell’infanzia, progetta percorsi formativi per le P.O. e corsi di formazione pittorica per docenti, che hanno come fine, oltre alla formazione stessa, il benessere professionale.
Si occupa di cine-terapia e conduce gruppi di incontro e counseling, incentrati sull’esperienza filmica.

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