Il profumo di buono

Lo stanzone era un pozzo nero il cui cunicolo di luce era rappresentato da una vecchia stufa in ghisa con le braci sempre accese. Le forme all’interno si distinguevano a stento. Non bastava abituarsi al buio per tracciare i contorni, riempire le figure e trasformare le ombre in oggetti, corpi, esistenza reale e tangibile.
Una sagoma fatta solo di rumore e piedi strusciati si avvicinò alla stufa e armeggiò con il pesante sportello fino a cavare, dalla gola incandescente, una candela di sego dalla punta infuocata. Nel percorso inverso, si fermò ai lati di un lungo tavolo in legno, scuro, sporco, ingombro di utensili, polvere e sacchi di iuta, e poggiò la piccola fiammella maleodorante in un foro naturale delle assi che, stando ai ricami di colatura che lo contornavano, aveva da tempo quella specifica funzione. Nel nero dell’ambiente, quell’alone di luce brumosa attirava gli sguardi come fossero falene. E così, due donne, gli unici individui presenti nella stanza, illuminate da quel flebile chiarore, fissavano il suo centro ondeggiante. 
La sagoma che si era mossa aveva ormai assunto le sembianze di una venere preistorica in carne, ossa e sospiri cavernosi. La sua compagna, invece, era una giovane smagrita e filiforme, dagli occhi incavati e spalancati a mangiare — forse — quello che la bocca non riusciva a trovare più.
C’era silenzio, tra le due. Un’immobilità di gesti e di voci che rendeva il buio più scuro e la piccola luce ancora più effimera. 
Passarono così lunghi minuti di dialogo muto e polveroso, fino a quando, con una voce di forbice arrugginita, la venere si rivolse alla sua compagna:
«Oggi ho sentito la signora lamentarsi che il pane era troppo duro. Invece di sfamarli, gli uccellini ce li accoppi, diceva». 
«Come se chi ha fame si accorge della differenza», sospirò l’altra, con tutta la pesantezza di chi sa bene di cosa parla. 
«Ti ricordi quando il prete ci ha chiesto di riflettere sul perché i signori sono signori e i poveracci sono poveracci? I poveracci, secondo me, sono quelli che il pane lo vedono sempre pane. Perché di quello vivono. Perché di quello muoiono. E non si stanno troppo a far domande. I signori e le signore, invece, del pane hanno l’aroma. Facci caso. Guardaci. Noi, il profumo di buono, non lo sentiamo mai addosso, come se il sudore ce lo lavasse via prima che tocchi la pelle. Sono loro a ricordare calde pagnotte ben cotte. Noi, al massimo, siamo la pula che va in pasto alle bestie». 
«Non è giusto. Siamo noi a lavorare il pane e ci trattano come il loglio dei campi. Come la zizzania ci trattano».
«Di questo devi essere orgogliosa, amica mia. Aspetta», disse la venere, bloccando con un gesto della mano le proteste che stavano prendendo forma sulle labbra esangui della sua compagna.
Dopo aver poggiato entrambe le mani sul tavolo per darsi la spinta e strisciare la sedia sulle pietre del pavimento, si alzò con fatica e strascinò i piedi fino agli sportelli sbilenchi di una vecchia madia scheggiata. Quante volte si era sentita come quel mobile, arroccato alla parete con l’ultimo artiglio di orgoglio rimasto: anche lei veniva usata fino allo sfinimento, storta e ferita, tenuta in piedi solo per la pigrizia di non voler trovare qualcuna che potesse prendere il suo posto. 
Dopo aver rovistato in un cassetto, se ne tornò zoppicando verso il tavolo con in mano un piccolo sacco di iuta, raffazzonato con scampoli rimediati e cuciti insieme da grezzo spago macchiato. Le sue mani tozze faticarono un po’ ad aprire l’involto e a tirarne fuori il contenuto. Pezzo per pezzo, piccoli stropicciati ritagli di carta furono prima stirati alla ben e meglio con i palmi e le dita e poi messi in fila alla base della candela così che l’altra figura potesse vederli. La venere picchiettò su ciascun foglio, come fosse una cartomante intenta a spiegare la sorte, chiara, che le carte stavano mostrando.
«Guarda. Guarda qui. Guarda quanta zizzania abbiamo messo noi poveracci e noi poveracce. Questo, cara mia, è ciò che io chiamo alzare la testa! Tutte queste persone in strada. Tutte che cercano, che gridano, che vogliono pane! E quindi noi, e quelle come noi, che non solo sono cafone ma il pane lo fanno per lavoro, ebbene cara mia, siamo delle rivoluzionarie!»
L’esile figura dall’altra parte del tavolo guardò stupita quei frammenti, strappati chissà da dove. L’unica cosa che la fiamma le permetteva di scorgere era una serie di date: 1628, 1648, 1791, 1898. 
«Ma che roba è? Che significa?»
«Queste date indicano alcuni degli anni in cui uomini e donne hanno dato vita a proteste e rivolte in nome del pane! E chissà quante altre ce ne sono state e quante ce ne saranno ancora». 
La compagna la guardò con un misto di orrore e preoccupazione. La venere batteva il pugno sul suo grosso petto, a rimarcare tutta la foga di quella convinzione. «È per il nostro lavoro che queste persone qui, in qualunque posto e in qualsiasi epoca, hanno drizzato la schiena e alzato la voce. Noi che facciamo il pane, seminiamo il grano, maciniamo la farina… Siamo noi che dovremmo governare il mondo. Noi, che lo abbiamo portato fino a qui».
Prese una manciata di semi dal mucchio abbandonato sul tavolo e se la portò al livello della pancia: «Siamo noi ad aver riempito questa affinché si potesse usare questo — disse salendo con le mani al livello della testa — e usare questo vuol dire rompere l’ordine. Creare. Inventare. Scoprire. Valla a scrivere una poesia, vallo a dipingere un quadro, vallo a sottomettere un popolo con lo stomaco annodato dalla fame. Chi conosce il segreto del pane conosce la chiave che ha fatto camminare gli uomini e le donne in avanti. Noi abbiamo insegnato l’orgoglio alla gente, anche se ne sembriamo prive».
«Io non capisco. Io non ti capisco. Da dove viene tutta questa roba — domandò indicando i fogli — da dove vengono queste parole? Questo modo di parlare?» Scosse la testa. «Tu sei come me. Siamo povere mugnaie che impastano il pane per i signori e che masticano la crusca per non sentire la fame. Io non le conosco, le cose che dici. Queste date, questa gente, questi discorsi sull’arte e il potere. Questi pensieri? Da dove escono?»
«Sono la mia paga. I fogli, li ho strappati dai libri di storia che usano i figli del signore e della signora quando studiano. Le parole, le ho portate via origliando i discorsi alle osterie, ai circoli, nelle piazze. Ascoltando di nascosto le lezioni ho imparato a leggere. Rubando i giornali, ho iniziato a capire. I pensieri, no. Quelli sono miei. Mi sono ripresa quello che ho dato. Io, io, ho riempito gli stomaci per far lavorare i loro cervelli. E allora, sono andata a raccogliere le briciole che lasciavano cadere. Non c’è equilibrio. Che succede se all’impasto aggiungi troppa acqua o troppa farina? Troppo sale? Troppo lievito? Butti tutto», disse allargando le braccia. «E allora perché, mi chiedo io, la stessa cosa non può valere per la vita di ogni giorno? Perché ci deve essere o troppa farina o troppa acqua o troppo lievito? Perché, ci sono impasti — i signori — che crescono, crescono, crescono, che non sai più come contenerli, e ce ne sono altri invece che sono sempre duri e amari, pronti a spezzarsi anche solo poggiandoli sul tavolo?»
«Tu… Tu vuoi fare la rivoluzione?!?» domandò la piccola figura, atterrita da tutto ciò stava ascoltando.
«Ma l’abbiamo già fatta, amica mia!» rispose ridendo la venere. «L’abbiamo già fatta! Pensaci bene. Chi ha scoperto il grano? Chi ha imparato a lavorarlo, a macinarlo? Chi a cuocere e impastare?»
«Chi?»
«Noi! Le donne! Mentre gli uomini andavano a caccia noi si stava lì, a osservare, sperimentare, scoprire. Loro andavano in guerra e noi guardavamo e pensavamo a come non morire di fame. Così nasce l’agricoltura. Così nasce il pane. Anche quello che si spezza in chiesa, inutile che ti fai il segno della croce, anche quello è opera nostra. Non lo possiamo toccare, non ci possiamo neanche avvicinare all’altare se non con il capo coperto e chino, ma, perdio, siamo noi donne che abbiamo permesso tutto questo!»
«Non ti riconosco più…»
«Ah, ma io mi riconosco benissimo invece. E non sono l’unica. Guarda, guarda qui». E iniziò così a scuotere il sacchetto di iuta finché un gruppo di lettere, tenute insieme da un filo, non cadde sul tavolo. 
«Tempo fa ho fatto pubblicare un piccolo annuncio sul giornale: Cerco e scambio ricette per fare il pane. Se interessate scrivete a… Queste sono tutte le risposte che mi sono arrivate. La prima è stata una signora che abita qua vicino, a pochi chilometri. Poi, un’altra, che si stava imbarcando per cercare fortuna altrove e che voleva portare con sé qualche ricetta nuova… ‘chissà che non sia di buon auspicio’, scriveva. E poi, da lì, sono arrivate lettere da ogni parte del mondo. Donne che mi raccontano la loro vita, la loro storia, il loro pane».
«Ma perché? Perché tutto questo? Che senso ha?» domandò quasi stralunata la figura al di là della candela.
La voce della venere si fece un sussurro.
«Perché significa che ci siamo riconosciute. Significa che non siamo più sole».

***

Articolo di Sara Balzerano

Laureata in Scienze Umanistiche e laureata in Filologia Moderna, ha collaborato con articoli, racconti e recensioni a diverse pagine web. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è avere, sempre, la forza di continuare a chiedere Shomèr ma mi llailah. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice.

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