Riflessioni sul semestre bianco con un invito finale

Il 31 gennaio del 2022 scadrà il settennato presidenziale di Sergio Mattarella, che ha avuto inizio il 31 gennaio del 2015. Pertanto dal 31 luglio in poi il nostro Capo dello Stato entrerà nel cosiddetto “semestre bianco”, espressione ignota alla Costituzione ma diventata il modo convenzionalmente scelto nel gergo politico per indicare il periodo di tempo corrispondente agli ultimi sei mesi del mandato del Presidente della Repubblica Italiana, durante il quale gli è impedito dalla Costituzione lo scioglimento anticipato delle Camere.

Per capirne le ragioni occorre ricordare qual è il ruolo disegnato dai nostri Padri e dalle nostre Madri costituenti per tale organo. Si sente infatti spesso dire che il Capo dello Stato ha una funzione puramente simbolica in una forma di governo parlamentare come la nostra e lo si paragona impropriamente al Presidente degli Stati Uniti o al Presidente francese, entrambi incardinati in forme di governo completamente diverse, rispettivamente la presidenziale e la semipresidenziale. Se osserviamo bene il disegno costituzionale e i poteri del Presidente della Repubblica, vedremo che tale carica è molto meno leggera di quanto sembri. Semplicemente ci troviamo in una forma di governo diversa, ispirata a valori e principi propri, e all’interno di questa forma di governo, che vede il Parlamento come il centro del sistema e il rapporto di fiducia tra governo e Parlamento come il perno del sistema deve essere considerato il ruolo del Presidente .

Nei momenti che chiamerò di «fisiologia» dei rapporti tra gli organi costituzionali, la funzione del Capo dello Stato parrebbe solo notarile o di rappresentanza: ricevere i Capi di Stato stranieri, conferire onorificenze, promulgare le leggi, emanare i decreti, rappresentare l’Italia all’estero e poco più. Ma è nei momenti di «patologia» dei rapporti tra gli organi costituzionali che il suo ruolo fondamentale di riequilibrio e di garanzia della Costituzione emerge in tutta la sua potenza. Quando c’è una crisi di governo, spetta al Capo dello Stato cercare di risolverla individuando un nuovo governo e un nuovo Presidente del Consiglio, arrivando, nei casi più difficili, allo scioglimento anticipato delle Camere, potere che, tra l’altro, il Presidente degli Stati Uniti non ha. Il nostro Presidente della Repubblica, pur essendo un organo super partes, cioè non facendo parte di alcuno dei tre poteri fondamentali dello Stato, ha collegamenti con ognuno di essi proprio per garantirne il corretto funzionamento. Ogni atto della funzione legislativa del Parlamento, cioè la legge, per avere efficacia deve essere promulgato dal Capo dello Stato, ogni atto normativo del governo deve portare la firma del Presidente della Repubblica. A capo dell’organo di autogoverno della Magistratura, il Csm, non c’è un magistrato, ma c’è il Presidente della Repubblica, come pure a capo del Consiglio supremo di difesa; e chi dichiara la guerra deliberata dalle Camere (si spera che questa resti un’ipotesi di scuola) non è il Presidente del Consiglio ma il Capo dello Stato. Le crisi di governo devono essere risolte dal Capo dello Stato. E a lui spetta il potere di grazia. Negli anni la funzione di moral suasion del Presidente italiano è andata aumentando, come i messaggi inviati alle Camere e i moltissimi altri in occasione di ricorrenze particolari, in cui ha potuto mettere in pratica la funzione di garante della Costituzione, ricordandone principi e valori, troppo spesso dimenticati nelle dichiarazioni politiche.

Il ruolo del Capo dello Stato è quindi istituzionale e super partes, ma inevitabilmente si contamina con la politica, con cui ha quotidianamente a che fare. E potrebbe essere tentato dalla volontà di avere un Parlamento amico anche in vista di una sua possibile rielezione. Non è questo il caso di Sergio Mattarella, che ha esplicitamente dichiarato di non ambire ad un secondo mandato.

Lo scioglimento anticipato delle Camere, o anche di una sola di esse, che, ai sensi dell’articolo 88 della Costituzione deve avvenire «sentiti i Presidenti delle due Camere», è un potere sia formalmente che sostanzialmente presidenziale, secondo la dottrina prevalente, ma non può avvenire negli ultimi sei mesi del mandato presidenziale. Questa regola è posta dalla Costituzione per evitare colpi di mano da parte del Presidente, che potrebbe essere indotto a sciogliere le Camere quando manca poco tempo alla scadenza del settennato. L’intenzione implicita sarebbe quella di posticipare l’elezione del proprio successore o addirittura “far fuori” un Parlamento non favorevole alla propria rielezione o a quella di un candidato a lui gradito, sperando, dopo le elezioni, in una maggioranza politica a sé favorevole. Quel che si vuole evitare, in questo caso, è l’eccessiva politicizzazione di una figura che dovrebbe invece restare fuori dei giochi di potere.

L’articolo 88 è, a dispetto della narrazione dominante nei media, uno dei tanti articoli che, dall’entrata in vigore della Costituzione, sono stati sottoposti al procedimento di revisione costituzionale e cioè modificati. La modifica si rese necessaria in vista del semestre bianco di Francesco Cossiga, il cui mandato sarebbe scaduto il 3 luglio 1992 e che si sovrapponeva agli ultimi mesi della X Legislatura, in scadenza il 2 luglio dello stesso anno. Con il divieto posto dall’articolo 88 il Presidente della Repubblica non avrebbe potuto sciogliere un Parlamento che invece avrebbe dovuto essere sciolto per legge. A questo punto la Costituzione fu cambiata e furono introdotte nel testo dell’articolo, dopo: «Non può esercitare tale facoltà negli ultimi sei mesi del suo mandato», le parole «salvo che essi coincidano con gli ultimi mesi della legislatura». Siccome questa evenienza non si presenta per il mandato di Mattarella, a lui sarà precluso l’esercizio del potere di scioglimento anticipato delle Camere o di una sola di esse dal 1° agosto al 31 gennaio prossimo e in questo periodo non ci potranno quindi essere elezioni anticipate.

Ma quando il Presidente della Repubblica è costretto a ricorrere allo scioglimento anticipato delle Camere? Quali sono le circostanze che lo legittimano? Indichiamone alcune: insanabile contrasto tra governo e Parlamento, ad esempio in seguito ad un voto di sfiducia; impossibilità di formare una maggioranza; autoscioglimento deciso dalle forze politiche rappresentate in Parlamento per uscire da una situazione di stallo; insanabile contrasto tra le due Camere. Sicuramente con il governo della pandemia aperto a tutte le forze politiche ad eccezione di Fratelli d’Italia e guidato da Draghi nessuna di queste situazioni si dovrebbe presentare, non lo stallo di un Parlamento che, a parte la bagarre sul disegno di legge Zan, sarà allineata e compatta sui provvedimenti approvati dall’Unione Europea per contrastare gli effetti della pandemia ed intraprendere il percorso verso la transizione energetica e l’innovazione; né un voto di sfiducia a un governo che è appoggiato da quasi tutte le forze politiche, benedetto da quasi tutti i media nazionali ed esteri e dall’Unione Europea; non oso immaginare una crisi, dal momento che esiste un consenso pressoché unanime nel definire questo «il Governo dei migliori»; né tanto meno un insanabile contrasto tra le due Camere. Il rischio forse è che un Parlamento inquieto e una maggioranza eterogenea e composta da partiti diversi sotto molteplici punti di vista possano sentirsi autorizzati a litigare impunemente, cercando di far valere più degli altri la loro posizione nei confronti del Presidente del Consiglio, contando sul fatto che il Capo dello Stato ha le armi spuntate perché non può “mandare a casa” i/le parlamentari. Nonostante ciò, se anche una crisi dovesse prospettarsi in questi sei mesi, il Presidente della Repubblica rimane l’arbitro della sua soluzione e ha tutti i poteri per risolverla, senza dovere ricorrere a elezioni anticipate.

Questo “periodo sospeso” potrebbe essere proficuamente utilizzato per cominciare a discutere su chi potrebbe essere il futuro o la futura Presidente della Repubblica. Andrebbe portato alla discussione pubblica il testo dell’articolo 84 della Costituzione, secondo il quale «Può essere eletto Presidente della Repubblica ogni cittadino che abbia compiuto cinquanta anni d’età e goda dei diritti civili e politici». Già si fa il nome di Draghi, osannato come uomo della Provvidenza e salvatore della Patria, che starebbe preparandosi a ricoprire la carica di Capo dello Stato, appoggiato dalla destra presente nel suo governo o quello di Marta Cartabia, pluridecorata giurista, con un curriculum di tutto rispetto. Eppure non c’è solo Cartabia tra le donne che potrebbero candidarsi al Quirinale. E sarebbe ora che una donna ricoprisse questa carica. Ricordiamoci che a 73 anni dall’entrata in vigore della Costituzione nessuna donna è mai stata non solo Presidente della Repubblica ma nemmeno Presidente del Consiglio, né Ministra del Tesoro o dell’Economia (Ministeri di peso) e che con estrema fatica Tina Anselmi divenne la prima Ministra del Lavoro della Repubblica e un Ministero come la Sanità fu ricoperto da Rosy Bindi. Solo recentemente i Ministeri della Difesa e dell’Interno sono stati ricoperti da donne. Il gap di genere nelle cariche politiche e il lento cammino delle donne nelle istituzioni saranno oggetto di un prossimo articolo in modo dettagliato ma nel frattempo chiediamoci perché vorremmo o no una donna al Quirinale e se sì quale donna indicheremmo, raccontandone il percorso formativo e/o politico o civile e le priorità.

Proviamo in questi sei mesi a immaginarci la donna che ci piacerebbe vedere salire al Colle?
La sfida è aperta.

***

Articolo di Sara Marsico

Abilitata all’esercizio della professione forense dal 1990, è docente di discipline giuridiche ed economiche. Si è perfezionata per l’insegnamento delle relazioni e del diritto internazionale in modalità CLIL. È stata Presidente del Comitato Pertini per la difesa della Costituzione e dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano. I suoi interessi sono la Costituzione , la storia delle mafie, il linguaggio sessuato, i diritti delle donne. È appassionata di corsa e montagna.

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