Editoriale. Chi ci impedisce di sognare?

Carissime lettrici e carissimi lettori,

le femministe un tempo affermavano: «Il corpo è mio e lo gestisco io». Si partiva con la rivendicazione dell’uso dell’utero per risolvere in Italia una ritardataria legge sull’aborto, ancora oggi pericolosamente in bilico tra decreti che ci riporterebbero indietro anni luce, propagande politiche reazionarie, feroci campagne antiabortiste, con manifesti a dir poco osceni, medici obiettori, talmente tanti che in Molise l’unico professionista che ha messo in atto la legge 194 in ospedale non riesce ad andare in pensione e il concorso indetto per sostituirlo è andato palesemente deserto. Tutto questo, e ben altro, mentre davvero in pochi (spero anche questa volta di usare il solo maschile) hanno pensato, in questo caso, a una sorta di dittatura sanitaria, definizione così in voga in questi tempi di contagi e di malattia.

Il corpo. C’è chi lo ha definito “il primo giocattolo” (ma solo se inteso a nostro esclusivo uso) che abbiamo a disposizione per cominciare a conoscerci, con il quale ci possiamo misurare e capire i nostri primi movimenti nello spazio che ci circonda e cogliere le reazioni di rimando. Non solo all’inizio, ma con la concezione della propria presenza nel mondo, il sesso, il modo di presentarsi al mondo, dal comportamento, agli abiti e al loro significato nella storia del costume.

Così scoprire le gambe con la minigonna, prendere il sole in spiaggia con il bikini o con il topless, hanno segnato l’atto liberatorio di tante di noi da un pensiero bigotto e maschilista che voleva il corpo svelato solo agli sguardi dei maschi di famiglia e, dunque, ad occhi padronali. Lo sguardo, però, si fa padronale anche quando il corpo è visto sotto l’ottica del piacere maschile globale, quando i maschi tutti se ne appropriano indebitamente come oggetto di un loro collettivo piacere. Allora è inaccettabile.

Per questo il rifiuto delle pallavoliste norvegesi di indossare il bikini per le gare della squadra di pallamano da spiaggia (beach handball). Per questo, per essersi presentate in pantaloncini, si sono prese una multa di ben 1.500 euro (150 euro per ciascuna giocatrice) dalla commissione disciplinare della Federazione europea di pallamano (Ehf) perché durante la partita contro la Spagna giocata in Bulgaria dei campionati europei, non hanno indossato un bikini, cioè l’uniforme prevista dal regolamento, diversa da quella dei maschi che vestono invece pantaloni comodi e una canottiera.

Nell’antica Grecia chi praticava la ginnastica, seppure solo maschi e soldati, era nudo, per maggiore libertà nei movimenti. L’equazione sport uguale nudo era così radicata nel mondo antico che la maggior parte delle lingue europee ne porta ancora evidenti tracce. Il termine ginnastica e ginnico derivano dal greco gymnós che significa, appunto, nudo.

La questione della nudità dell’atleta ha profonde implicazioni filosofiche e culturali. Chi ci racconta della nudità nelle antiche olimpiadi è Pausania che ci narra dell’atleta Orsippo. L’atleta, forse di origini crotonesi, vince la gara (nelle olimpiadi del 720 a.c.) facendo cambiare a suo favore il risultato perché si toglie qualsiasi indumento e comincia a correre nudo, donando al suo corpo la libertà della belva e perciò assecondando tutta la forza della natura che è dentro di lui. Di lui Pausania, che è una sorta di cronista sportivo dell’epoca, ha scritto: «La mia opinione è che a Olimpia [Orsippo] abbia lasciato intenzionalmente la cintura scivolare via, rendendosi conto che un uomo nudo può correre più facilmente.»

Una storia simile a quella narrata da Pausania per Orsippo la troviamo anche nell’epoca moderna. Una grande campionessa di nuoto, Dawn Fraser, australiana, classe 1937, è stata una delle massime interpreti dello sport moderno. Ha vinto nella sua vita sportiva tre medaglie d’oro sui 100 m. s.l. in tre diverse olimpiadi (dal 1956 al 1964) e ha segnato 41 record collezionati in carriera in diverse distanze e stili. Le sue idee su come esibirsi nello sport per dare il meglio erano davvero all’avanguardia per una donna di quei tempi. Fuori dalla piscina rilasciò infatti questa dichiarazione che, oltre a suscitare secondo me una grande simpatia, sembra fornire un parallelo calzante con la vicenda di Orsippo: «Ho battuto molti record in carriera ma molti di più ne avrei infranti se solo i giudici mi avessero permesso di entrare in piscina completamente nuda.»
Abbiamo parlato di Bikini, non solo quello contestato dalle atlete norvegesi, ma il capo d’abbigliamento femminile che ha contribuito a portare un’idea d’avanguardia per il corpo femminile, non più forzatamente coperto, ma sempre più libero e in mano alla decisione della donna su come e quanto scoprirlo o coprirlo, indipendentemente dagli sguardi altrui.

Il bikini nasceva i primi giorni di luglio a Parigi, e non senza una certa fatica a trovare la modella consenziente a indossarlo, il 5 luglio del 1946, esattamente 75 anni fa. Il suo nome è “una bomba addosso” come è stato definito in un primo momento, e viene preso da quello dell’atollo omonimo dove gli Stati Uniti avevano sperimentato, appunto, un ordigno. A crearlo fu non proprio uno stilista, ma un ingegnere, poco conosciuto nel campo della moda, che aveva rilevato una lingerie dalla madre. Era il francese Louis Réard che, in effetti, secondo le cronache, si limitò a perfezionare un modello disegnato qualche settimana prima da Jacques Heim che chiamò la sua creatura atome e la definì come «il costume da bagno più piccolo del mondo». Per presentare al grande pubblico il costume si dovette ricorrere a una spogliarellista del Casino de Paris, Micheline Bernardini. Rimase tabù per parecchio tempo. Chiaramente osteggiato dal Vaticano che lo dichiarò ”peccaminoso”, fu  letteralmente bandito da Spagna, Portogallo, Italia, Belgio, e Australia, nonché dalla puritanissima America dove fu riabilitato ben tredici anni più tardi, nel 1959. Ci vollero le star del cinema europeo e di oltreoceano per farlo accettare decisamente a tutte. Da Brigitte Bardot, che lo sfoggiò sul set di E Dio creò la donna, al memorabile bikini, altrettanto bianco, di Ursula Andress, che sarà venduto più tardi all’asta per quasi trentamila dollari, memore della scena in cui l’attrice esce dall’acqua indossandolo con la pistola nella cintola nel film 007 licenza di uccidere. E poi l’indimenticabile Lucia Bosé, vincitrice in bikini al concorso di Miss Italia. Negli anni Sessanta del secolo scorso, poi, ci fu la vera consacrazione: il costume a due pezzi divenne simbolo della rivoluzione sessuale di quegli anni e nel 1967 il Time scriveva che il 65% delle ragazze in spiaggia ormai indossava un bikini. Nel 1988 Réard chiuse la sua compagnia con numeri di tutto rispetto: il bikini rappresentava all’epoca il 20% delle vendite totali di costumi da bagno, più di qualsiasi altro modello negli Stati Uniti, ormai aperti a questa che non è più una scandalosa novità.

Ritornando ai giochi olimpici (ma se ne parla e se ne è parlato nei nostri articoli dedicati su Vitaminevaganti), non sappiamo se gioire o impensierirci per le bambine salite sul podio. Due tredicenni e una “vecchia” sedicenne hanno trionfato alla grande conquistando tutte e tre le medaglie dello Skateboard, uno sport finalmente innalzato a disciplina olimpica e glorificato, in questo senso sicuramente dalla presenza femminile, seppure di quelle bambine e bambini «che – come è stato scritto – prima noi accompagnavamo per mano al parco e che ora loro ci portano le medaglie». Ci ricordiamo, con lo stesso giornalista che le cita, le tante piccole atlete del passato: Nadia Comaneci, Olga Korbut e la stessa Federica Pellegrini, arrivata ad Atene poco più che bambina, nel 2004. Vengono citate come ragazzine che giovanissime hanno preso su di loro un impegno enorme che significa entusiasmo, ma anche rigido rispetto di contratti con sponsor e aziende per enormi quantità di denaro.

Continuando a parlare di bambine è terribile la storia della ragazzina di 18 anni, siciliana, di Caltanisetta, uccisa (non si sa da chi e forse per strangolamento, questa non chiarezza ci sembra in verità molto più inquietante!) ben oltre sessanta anni fa (era il 1955), a cui, per ancora non chiare ragioni, allora non furono celebrati i funerali religiosi e solo oggi abbiamo saputo di un più onorato riposo del suo corpo, ora benedetto, e sepolto in una parte migliore (!) del cimitero.

Ancora più triste è la storia di Rita Atria, testimone di mafia, che si uccise, a Roma, sentendosi profondamente sola, una settimana dopo, il 26 luglio del 1992, l’attentato a Paolo Borsellino, dal quale avvertiva protezione. La quasi diciottenne Rita, anche lei una ragazzina con troppe responsabilità e tanto coraggio, lo ricorderete, fu ripudiata persino dalla madre che distrusse a martellate la sua tomba. Di lei resta una bellissima e toccante frase presa dal suo diario: «Forse un mondo onesto non esisterà mai. Ma chi ci impedisce di sognare? Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo». 
Ecco il suo «ostinato coraggio, il suo orgoglio, la curiosità e il sorriso con cui ha cercato di cambiare il mondo».

Certo mi scuso con voi per le notizie poco adatte a un periodo dedicato di più al riposo. Ma in questa estate che in fondo così spensierata non è, vorrei aggiungere un pensiero, secondo me doveroso, anche alle sorti della studentessa italo marocchina, IkramNazih, che è in carcere in Marocco dal 28 giugno scorso, condannata a tre anni per un post ritenuto blasfemo contro l’Islam, messo su un suo social ben due anni fa! Noi speriamo che la politica italiana si muova e riesca a difenderla e farla liberare.

Notizie battagliere, e oserei dire per questo frizzanti, sempre al femminile, vengono invece dall’importante ateneo che è la Scuola Normale Superiore di Pisa. Tre neodiplomate della celebre accademia, hanno lasciato il segno durante la consegna dei diplomi il 9 luglio scorso. I loro nomi: Virginia Magnaghi, Valeria Spacciante e Virginia Grossi, rappresentanti delle allieve e degli allievi della Classe di Lettere. Le tre neodiplomate della celebre accademia hanno letto un discorso a sei mani che ha denunciato senza tentennamenti le ingiustizie (territoriali, con il divario nord/sud, sociali, di rapporto con il mondo del lavoro e dell’impegno civile, di genere, per il gap tra ragazze e ragazzi e tra i privilegi della Normale) del sistema scolastico universitario. Un’accusa, secondo le tre neolaureate, verso un’istituzione «tendente a essere azienda più che fautrice di formazione». La voce di queste coraggiose ragazze, nei loro 15 minuti di intervento, non ha risparmiato nessuno, docenti compresi, e ha fotografato la realtà dal punto di vista di chi, l’università, la vive in prima persona, gli studenti e le studentesse.

Un dolore profondo ci è arrivato in questi giorni proprio dal mondo della cultura. Ha finito la sua presenza terrena, a 80 anni, Roberto Calasso. Il suo nome vuol dire indissolubilmente Adelphi, la casa editrice milanese che lui stesso ha creato, appena ventiduenne e della quale sarebbe diventato poi anche direttore editoriale. Scrittore ed editore appassionato, la sua è stata davvero una vita in mezzo ai libri.  I testi che sono usciti dalla sua casa editrice, sono anche visivamente inconfondibili e individuabili in qualsiasi libreria. Messi insieme fa piacere vederli. Titoli importantissimi, di grandi personalità della cultura, in tutti i campi.

Io sono andata nella mia libreria e ho scelto il libro più caro, regalato da un carissimo amico e letto, amato, studiato. É il libro dalla copertina rosso chiara, il n.4 della Biblioteca scientifica: Il Tao della Fisica di Fritjof Capra, il fisico americano che si è occupato sempre di alte energie. Capra scrive questo splendido testo per creare un’unione, un collegamento tra pensieri, tra scienza e misticismo, tra passato e presente, tra oriente e occidente.

Dal libro del professor Capra leggiamo qui di seguito un piccolo brano proprio sull’interconnessione che oggi, in un periodo così difficile, dobbiamo trovare con il mondo intero per riconciliarci con esso.

«A livello atomico, quindi, gli oggetti materiali solidi della fisica classica si dissolvono in distribuzioni di probabilità che non rappresentano probabilità di cose, ma piuttosto probabilità di interconnessioni. La meccanica quantistica ci costringe a vedere l’universo non come una collezione di oggetti fisici separati, bensì come una complicata rete di relazioni tra le varie parti di un tutto unificato. Questo, peraltro, è anche il tipo di esperienza che i mistici orientali hanno del mondo, e alcuni di essi hanno espresso tale esperienza con parole che sono quasi identiche a quelle usate dai fisici atomici», Fritjof Capra, libro Il Tao della fisica, p.157. 

Questo numero si apre con le due donne di Calendaria: Clara Wieck, bambina prodigio, compositrice, sacerdotessa della musica e Carmen de Burgos, femminista, giornalista, scrittrice e combattente spagnola. Le loro storie vi appassioneranno.

Donne e medaglie d’oro al Valore Civile è la seconda parte di un approfondimento in cui avremo modo di ricordare le donne che con il loro sacrificio e il loro impegno hanno meritato questo riconoscimento.

Ritorna Fantascienza, un genere (femminile), con Carolyn Cherryh, una prolifica scrittrice dalla produzione sterminata.

Di mare si parla con Alla scoperta della posidonia, preziosa pianta marina, un articolo che ci erudirà sulle virtù benefiche di questa pianta, spesso non riconosciuta e scambiata per sporcizia da eliminare.

Ancora il mare è il protagonista della prima delle recensioni di questa settimana: Le donne e il mare. La sfida alle onde. Un’avventurosa storia tutta al femminile, di Florindo Di Monaco, in cui avremo modo di scoprire il contributo delle donne a un mondo da sempre descritto al maschile. L’evento della scrittura. Sull’autobiografia femminile in Colette, Marguerite Duras, Annie Ernaux, di Sara Durantini, è una lunga carrellata tra le narrazioni di quattro bravissime scrittrici. Di scrittura al femminile leggeremo anche in La soggettività della classe media e il femminismo in “Oriente”, la relazione di una giovane autrice su un interessantissimo seminario da Ankara sulla scrittura al femminile, attraverso le auto-narrazioni di quattro donne per il ciclo Life Narratives and Gender: Voices of Women in the Near East and Eastern Mediterranean.

Continuano le iniziative di Toponomastica femminile con Camera d’Autrice: Renata Fonte, il racconto dell’inaugurazione di una camera a Santa Maria di Leuca a una donna meravigliosa che ha pagato con la vita la sua lotta alla mafia e cui dobbiamo tutta la bellezza di Porto Selvaggio. Una lunga avventura, terminata con successo racconta il percorso che ha portato alle prime intitolazioni femminili a Capo d’Orlando. Les salonnieres virtuelles questa volta ha avuto per oggetto Donne e Scienza e ce ne parlerà come sempre un articolo dedicato.

Questa settimana festeggiamo un compleanno: i 60 anni di Obama, e ne ripercorriamo la vita e la carriera politica. I giochi olimpici di Tokyo, pur tra mille difficoltà e quasi senza pubblico sono iniziati  e in questo numero  leggeremo in Olimpiadi: la prima settimana di medaglie e prestazioni delle e degli atleti.

Riflessioni sul semestre bianco con un invito finale affronta l’ultimo periodo del settennato presidenziale di Sergio Mattarella, con alcuni cenni al ruolo del Capo dello Stato nel sistema parlamentare e un invito finale a pensare a quale donna vorremmo al Quirinale.

Nella Sezione Juvenilia, Sulla strada delle libertà è il racconto che ha partecipato e vinto il Premio speciale per lavori di gruppo nella sezione Narrazioni del Concorso Sulle vie della parità. Ne sono autori ed autrici studenti della classe VL del Liceo delle Scienze umane Benini di Melegnano, sotto la guida della prof.a Valeria Pilone.

Concludiamo, come sempre, con la nota gastronomica, che oggi riguarda il Brunch e come organizzarlo.

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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