Fantascienza, un genere (femminile). Connie Willis

«Non si può salvare il passato. Sicuramente era quella la lezione, la lezione che la facoltà di storia mi aveva mandato a imparare. Benissimo, l’ho imparata. Adesso posso tornare a casa?».

Qual è il senso profondo della storia, quale il compito delle donne e degli uomini che le dedicano la propria vita attraverso lo studio, la ricerca, l’analisi? E che ne sarebbe della narrazione storica se fosse possibile, viaggiando nel tempo, recarsi proprio ove gli eventi si svolgono, assistere a essi in tempo reale, constatarne gli effetti sulle persone che li vivono e li subiscono? Senza, tuttavia, intervenire, perché il principio regolatore di ciascuna incursione in un tempo diverso dal proprio è che lo stato delle cose può essere osservato, mai alterato. Con dolore, lo comprende Bartholomew, diplomato della facoltà di storia che dalla metà del XXI secolo è inviato nel passato, per compiere la propria prova sul campo durante il Blitz, la terribile, ininterrotta serie di bombardamenti sulla città di Londra a opera della Luftwaffe durante la Seconda guerra mondiale, dal settembre 1940 al maggio 1941. Il giovane protagonista del racconto Firewatch di Connie Willis sa di non poter salvare nessuno di coloro che incontra o per cui prova affetto, se questo non è dato dalla sequenza già scritta degli eventi: «Enola o il gatto o qualunque altro, smarriti lì tra le scale che non finivano mai e i vicoli ciechi del tempo». Eppure, la sua attenzione è tutta per la «gente», per le persone, con l’istinto dello storico che — come scrive il grande Marc Bloch — «somiglia all’orco della fiaba: là dove fiuta carne umana, là sa che è la sua preda», con la consapevolezza che non è vero che «nulla è salvato per sempre»: la memoria, la dignità, «un semplice gesto di gentilezza umana», al contrario, possono esserlo.

Il bombardamento su Londra e sulla cattedrale di Saint Paul
del 29 dicembre 1940

Firewatch (Servizio Antincendio) è il testo con cui Connie Willis si impone come scrittrice nel 1982, vincendo sia il Premio Hugo sia il Nebula nella categoria novelette («a work of narrative prose fiction that is longer than a short story but shorter than a novella»), coniugando fantascienza e storia con originalità e passione, nell’arco di una attività lunga e prolifica, come è norma per le autrici degli anni Ottanta del secolo scorso, da Carolyn Cherryh a Nancy Kress: riguardo a queste, la difficoltà più grande è proprio quella di orientarsi in una produzione vastissima, spesso articolata in cicli e serie. Per Connie Willis la scelta più ragionevole pare quella di seguire il fil rouge dei numerosi premi collezionati nel corso della carriera: ben undici Hugo Award (attribuiti dal pubblico) e sette Nebula Award (attribuiti da colleghi e colleghe in ambito di science fiction), con cinque opere che li hanno conseguiti entrambi, oltre a una nutrita serie di altri riconoscimenti prestigiosi (si ricorda che Hugo e Nebula sono assegnati l’anno successivo a quello di pubblicazione dei testi che vi concorrono). Va comunque precisato che non tutte queste opere sono tradotte in lingua italiana, né sono facilmente reperibili sul territorio nazionale.

Connie Willis al Worldcon 2009, fotografia di Kyle Cassidy (http://www.sftv.org/cw/)

Constance Elaine Trimmer Willis nasce a Denver, Colorado, il 31 dicembre 1945; ancora bambina subisce una perdita dolorosissima: «Mia madre morì quando avevo dodici anni e con lei il mondo finì — scrive nella Presentazione di Doomsday Book ­— […] è come se un coltello avesse tagliato a metà la mia vita». Dopo aver compiuto la propria formazione universitaria nel 1967, specializzandosi in lingua inglese e istruzione elementare, nel 1982 lascia l’insegnamento per la scrittura; vive con il marito Courtney, già docente universitario di fisica, a Greeley, Colorado, un centro «grande abbastanza per essere una città, ma piccolo abbastanza per essere in relazione al suo interno», afferma in un’intervista del 2019, e prosegue: «Credetemi: non vi è nulla di più alieno o straniante che vivere in una piccola città. E nulla di più straordinario». Connie Willis scrive ogni giorno a un tavolino dello Starbucks vicino al campus della University of Northern Colorado.

Connie Willis scrive a un tavolino dello Starbucks di Greeley, Colorado (http://www.sftv.org/cw/)

Il 1983 è l’anno in cui Connie vince non soltanto Hugo e Nebula con Firewatch per la migliore novelette, ma anche l’anno in cui si aggiudica un secondo Nebula nella categoria short story con A Letter from the Cleary (Una lettera dai Cleary). «C’era una lettera dei Cleary all’ufficio postale. L’ho messa nello zaino col giornale della signora Talbot e sono uscita per legare Stitch»: la lettera della famiglia amica proviene da un passato recente, eppure lontanissimo, di normalità perduta, che genera straniamento e dolore. Meglio sarebbe che Lynn, la quattordicenne che osserva con sguardo ribelle — non può e non vuole capire — non l’avesse recuperata nella devastazione e nel degrado dell’ufficio, non l’avesse portata a casa, non l’avesse letta: perché nulla dopo la catastrofe causata dalla guerra atomica potrà essere come prima, tanto meno la famiglia dell’adolescente, mutilata di alcuni componenti e ricostituita con la signora Talbot, rimasta sola dopo che il marito è stato ucciso dai «razziatori», in un presente opaco in cui scarseggiano alimenti e risorse, in cui tutti sono impegnati a combattere con la disperazione e la paranoia, «il nemico numero uno». La bellezza del racconto breve risiede nella capacità di far proprio il punto di vista della giovanissima protagonista; di alludere agli avvenimenti in modo indiretto, attraverso i dialoghi dei personaggi; di raccontare l’indicibile grazie a piccoli particolari della vita quotidiana (le vecchie riviste, la raccolta della legna, le indispensabili sementi).

Il racconto All my darling daughters non ha vinto alcun premio (il che non sorprende) ed è forse il testo più duro, di una durezza che provoca sgomento, e marcatamente femminista di Willis, qui vicina alle prove migliori (ed estreme) di Alice Sheldon/James Tiptree jr.; è stato rifiutato più volte da riviste statunitensi del settore prima di essere dato alle stampe nel 1985, in una raccolta di racconti dell’autrice; è pubblicato in Italia nel 1993 e successivamente nel 1998 con il titolo Tutte le mie adorate figlie all’interno della raccolta Fantasex. Racconti erotici e amori alieni. «Benvenuti su Inferno»: così Tavvy (Octavia) accoglie la nuova compagna di stanza — Zibet, che proviene da «una qualche desolata colonia» — del college in orbita nello spazio in cui è di fatto reclusa, nonché i lettori e le lettrici guidati in una discesa ad inferos che si rivela, soprattutto per le lettrici, impossibile da dimenticare. Moulton College ha una sezione maschile (per i ragazzi, i «miei forti figlioli») e una femminile (per le ragazze, «tutte le mie adorate figlie»): Tavvy ha sperimentato la trasgressione attraverso la sregolatezza sessuale e la promiscuità disinibita, ma nel corso della vicenda matura la capacità di comprendere, e rifiutare, le meschinità e le perversioni del maschile, a partire da quelle del proprio padre biologico. «Mio padre vuole rendere eterno il suo prezioso nome, usando il suo prezioso seme. Però non vuole grane. Così ha creato un fondo fiduciario. Ha pagato un sacco di soldi, ha eiaculato in un sacchetto di plastica e senza esitare è diventato padre, e i legali si sono occupati di tutto il lavoro sporco, come prendersi cura di me, e mandarmi in qualche posto durante l’estate e pagare le mie tasse in questa maledetta scuola», confida a Zibet, la quale, a sua volta, ha provato su di sé la tirannia e l’oltraggio paterni: «Disse che tentavo… gli uomini con quelli. Ha detto che ero una… che portavo gli uomini a pensare cose peccaminose su di me. Ha detto che era colpa mia se era successo. Mi ha tagliato i capelli». Non sono uomini migliori i compagni di college, Brown per primo, l’antico amante di Tavvy che al pari dei giovani maschi ospiti del Moulton inizia a disinteressarsi delle ragazze per accompagnarsi a piccole, dolci creature aliene: «La coda era sollevata. Potevo vedere una tenera cavità rosa anche all’altra estremità. E Arabel si chiedeva che genere di attrazione avessero»? Così la protagonista, che conclude: «Forse la sua attrattiva era semplicemente legata al fatto che non avesse difese, che non potesse combattere neanche se avesse voluto farlo». Connie Willis legge e dà forma (aliena) al sogno inconfessabile di ogni maltrattante: il dominio assoluto su una creatura di sesso femminile, totalmente sottomessa e incapace di ribellione; in chiusura del racconto, l’autrice menziona la vicenda di Edward Moulton Barrett e della sua figlia prediletta Elizabeth che, dopo essere stata reclusa nella «più totale delle schiavitù», fuggì dalla casa paterna con il proprio cane Flush per seguire Robert Browning e unirsi a lui in un sodalizio di vita e di poesia.

Nel 1987 il primo romanzo ‘a solo’ di Willis (che nel 1982 ha pubblicato con Cynthia Felice e ancora lo farà nel 1989): Lincoln’s Dream (Il sogno di Lincoln, proposto al pubblico italiano da Giuseppe Lippi nel 1994). Bellissima l’idea di partenza, ancora una volta correlata alla narrazione storica, non attraverso il viaggio nel tempo bensì grazie alla forza del sogno: Jeff, il personaggio che racconta in prima persona la vicenda (come di frequente nei testi di Connie) è un giovane studioso che lavora per il celebre autore di romanzi storici Broun, affiancandolo nella ricerca di fonti e informazioni (in altre parole, la sua attività è «scovare fatti oscuri di cui non importa a nessuno per qualche schiavista di scrittore»); coprotagonista è Ann, giovane paziente psichiatrica ossessionata da sogni pure di carattere storico, anzi, dai sogni del generale dei confederati Robert Edward Lee durante la sanguinosa guerra civile che lacerò gli Stati Uniti tra il 1861 e il 1865, conclusa con la vittoria degli unionisti. «Prima Arlington, poi Antietam, Fredericksburg, Chancellorsville. I Lee avevano abbandonato Arlington nel maggio 1861. […] Antietam era stata nel settembre 1862, Fredericksburg nel dicembre dello stesso anno, e Chancellorsville nel maggio 1863. Ciò significava che i sogni erano in ordine cronologico e avevano una consequenzialità. Annie aveva sognato quasi un anno di guerra in una settimana». Alla biografia di Robert Lee — nei confronti del quale Ann sente di avere il «dovere» di farsi tramite, perché «può succedere che una persona abbia dentro di sé così tanta colpa e dolore da continuare a sognare anche dopo la propria morte?» — si intreccia quella di Abraham Lincoln: Sud e Nord accomunati dallo stesso immenso campo di battaglia, dalla stessa «guerra terribile, la Guerra Civile».

Il generale Robert Edward Lee a cavallo di Traveller
(fotografia di Michael Miley, 1866)

Il valore del romanzo risiede proprio nel potente messaggio antimilitarista che veicola, più forte dell’accurata ricostruzione storica e più efficace della puntigliosa indagine psichiatrica che lo accompagnano: «una guerra da cortile di casa, combattuta fra campi di granoturco e porticati e strade erbose di campagna, una piccola guerra domestica che aveva ucciso duecentoquattromila ragazzi e uomini direttamente e altri quattrocentomila con dissenteria, febbre biliare e infezione da arti amputati». Un orrore, che ancora dura nell’immaginario, come ancora dura il terribile amore per la guerra. Al di là di questo, però, il romanzo non è del tutto riuscito: interessante ma squilibrato, suggestivo ma irrisolto, soprattutto nel finale, Giuseppe Lippi lo definisce «troppo inconsueto o troppo “americano”», ascrivendo forse a queste caratteristiche lo scarso successo del libro in Italia.

Hugo e Nebula anche per The Last of Winnebagos, novella («narrative prose fiction whose length is shorter than that of most novels, but longer than most short stories») che data al 1988. L’ultimo dei Winnebago è un titolo è ambiguo: l’ultimo della comunità di nativi americani oppure l’ultimo camper della nota azienda del settore? È la seconda ipotesi: ma nella distopia prossima ventura, seguita a una non meglio precisata guerra chimica e alla morte di tutti i cani a causa dell’epidemia di neoparvo, l’automezzo assurge a simbolo della libertà perduta. Gli anziani coniugi Ambler rappresentano il sogno di ciò che è stato ma non può più essere: hanno trasformato il proprio camper in abitazione, si ostinano a percorrere gli States occupando le corsie riservate alle autocisterne per l’acqua potabile (quelle destinate alle vetture sono progressivamente ristrette, dunque impraticabili), sopravvivono grazie ai turisti in visita al Winnebago e alla pubblicità ottenuta con le interviste. Ed è proprio l’intervista agli Ambler realizzata da Dave, giornalista e fotografo, a dare inizio alla vicenda, nella quale (come in Una lettera dai Cleary) i contorni di una società incapace di «amore e pietà» si definiscono a poco a poco sempre più minacciosi; e tuttavia il racconto, giocato sul duplice binario della realtà presente e del ricordo doloroso, perviene a uno scioglimento convincente, a un finale se non proprio lieto, quanto meno capace di restituire senso e riconciliare con la vita.

Nebula Award anche per At the Rialto (Al Rialto), del 1990, novelette nella quale Connie Willis dà prova delle proprie capacità ‘comiche’, utilizzando situazioni e dialoghi propri della commedia, anzi, della commedia dell’assurdo: si tratta di una garbata satira del rituale e del clima dei convegni specialistici (nello specifico caso di fisica quantistica, ma potrebbe trattarsi anche di una convention di science fiction) e dell’improbabile mondo hollywoodiano, con equivoci ed errori, cameriere e cassiere aspiranti attrici e modelle, citazioni cinematografiche e gastronomiche ai limiti dell’inverosimile: «Hollywood. Musei dei reggiseni e i fratelli Marx e gang pronte a ucciderti se ti acchiappano vestito di rosso o d’azzurro e Tiffany/Stephanie e il dipinto a olio a tema religioso più grande del mondo».

«Il viaggio nel tempo è per me il tema per eccellenza, anzi potrei passare il resto della mia vita a scrivere solo storie sui viaggi nel tempo (ma non lo farò, state tranquilli!) perché è un campo così ricco, così fertile. […] La storia è così complicata, piena di coincidenze, casi fortuiti ed altri mancati di un soffio, eventi strani che nessuno sarebbe mai riuscito a prevedere, che non credo esisterà mai un modello assoluto della storia» (dalla Presentazione di Doomsday Book).

Il libro dell’Apocalisse è pubblicato nel 1992, l’edizione in brossura conta ben 592 pagine, l’anno successivo si aggiudica l’Hugo, il Nebula (per la categoria novel, vale a dire ‘romanzo’) e in aggiunta il Locus Award; l’edizione italiana ha per titolo L’anno del contagio, data al 1994/1995 e presenta ‘soltanto’ 573 pagine. Il testo è giustamente celebre: sapientemente costruito, procede su un doppio binario di narrazione, il primo posto tra 2054 e 2055, il secondo nel 1320 (o comunque, come si vedrà, nel XIV secolo); differente il tempo, ma non il luogo, la contea di Oxford, ove ha sede la facoltà di storia dalla quale giovani studiose e studiosi sono inviati nel passato (così come nel racconto d’esordio Firewatch). Non è mai accaduto, però, che uno studente, per di più donna, venisse inviato tanto indietro nel tempo, nel Trecento, «un secolo che ha conosciuto non soltanto la Peste Nera e il colera ma anche la Guerra dei Cento Anni», come obietta il professor James Dunworthy alla propria allieva più brillante, Kivrin Engle, che ha richiesto di essere dislocata «a settecento anni di distanza da casa […], in un secolo che attribuiva alle donne un valore tanto scarso che i loro nomi non venivano neppure registrati quando morivano». Accanto ai due protagonisti, un insieme di personaggi ben calibrati a rappresentare tanti possibili caratteri umani, sia nel presente narrativo sia nel passato: antagonisti, coadiuvanti, comparse mai banali; figure tragiche, o involontariamente comiche, o capaci di stemperare tensione e dramma. Perché il dramma è vissuto tanto nel 2054 quanto nel (creduto) 1320, rispettivamente con la diffusione di un «myxovirus di tipo A», altamente contagioso e con possibili esiti letali, e l’avanzata del bacillo della peste nelle sue varianti bubbonica, polmonare, setticemica, che risulterà, anche a causa delle scarsissime conoscenze mediche del tempo, mortale per buona parte («da un terzo a metà») della popolazione europea. Anche i registri linguistici utilizzati da Willis variano in base alle situazioni, in un continuum pienamente convincente: tragico, così come la realtà che vive Kivrin, sbalzata in una piccola comunità di quaranta persone, nella quale la giovane si integra e di cui comprende le relazioni quotidiane, specie tra donne, pur senza mutare il corso degli eventi e il destino dei singoli; comico, in relazione ad alcuni risvolti della pandemia in atto, come per esempio gli interventi spiazzanti della signora Gaddam (modello di madre oppressiva e disturbante), le insistenze fuori luogo per effettuare prove e concerti da parte degli statunitensi suonatori di campane, la leggerezza scanzonata del giovanissimo Colin, che matura assennatezza e responsabilità. Indimenticabili, poi, le pagine sulla pandemia, alla luce di Brexit e Covid; eccone un piccolo saggio: «Dunworthy si fermò al banco dell’accettazione e chiese di Mary, poi si mise a leggere il volantino per ingannare l’attesa. Il titolo in neretto diceva: “COMBATTETE L’INFLUENZA: VOTATE PER SECEDERE DALLA CE”. Sotto il titolo c’era un paragrafo in cui si leggeva: “Perché siete stati separati dai vostri cari questo Natale? Perché siete stati costretti a rimanere a Oxford? Perché correte il pericolo di ammalarvi e di morire? Perché la CE permette agli stranieri infetti di entrare in Inghilterra e l’Inghilterra non ha voce in capitolo a riguardo. Un immigrante indiano che aveva in sé un virus letale…”».

Maestro anonimo, Trionfo della morte, già a Palazzo Sclafani, Palermo (1446)

Non è soltanto consolatorio pensare che negli eventi più disperati e terribili piccoli gesti di condivisione e gentilezza possono fare la differenza e dare senso a un viaggio che inconsapevolmente ha portato nel cuore della peste nera: Kivrin, la giovane storica che parla il latino medievale meglio del generoso ma rustico padre Roche, non può salvare alcuna vita; può, però, alleviare la solitudine e il dolore, può sostenere nel trapasso sconfiggendo paura e incredulità, può accompagnare verso una morte che lasci dignità alle donne e agli uomini condannati dalla malattia («spaventati, coraggiosi, insostituibili»), una morte degna. «Il medioevo non può tener testa alla mia allieva migliore» pensa Dunworthy, quando teme di non poter riportare al proprio tempo Kivrin, che invece osserva: «la maggior parte è stata terribile […] ma ci sono state alcune cose meravigliose». Ed è questo il miglior lascito del romanzo. La descrizione della vita quotidiana nel Trecento risulta documentata con accuratezza e rigore, ma lo svolgimento degli eventi, in particolare nel primo e nel secondo libro (più serrato il terzo), risulta stirato «come il burro spalmato su troppo pane» (così dice di sé l’invecchiato Bilbo a Frodo ne Il signore degli anelli). L’adesione allo spirito della storia sociale, o della microstoria, delle persone anonime, sommerse e dimenticate, è comunque un grande valore in sé: come insegna ancora una volta Marc Bloch, la storia è «una vasta esperienza delle varietà umane, un luogo di incontro fra gli uomini».

Even the Queen (Anche la regina) e Death on the Nile (Morte sul Nilo) sono due short stories del 1992 e del 1993, con le quali Connie vince ancora una volta l’Hugo Award (con la prima anche il Nebula). Even the Queen è un racconto tutto al femminile, nel quale si incontrano e confrontano quattro generazioni di donne (la protagonista Traci, la madre e la suocera di lei, le due figlie Viola e Perdita, la nipotina Twidge che già nel 1992 è in sorprendente «contatto a distanza» con la scuola) sul tema delle mestruazioni. Ironico e gustoso, il testo squaderna tutta la verve dissacratoria di Willis, con stoccate ai movimenti new age (la filosofia delle «Cyclist» sembra essere «un misto di femminismo radicale pre-Liberazione e di primitivismo ambientale degli anni Ottanta», mentre «il piatto speciale floratariano consiste in boccioli di lillà saltati con burro di calendula»). Death on the Nile riprende nel titolo l’omonimo romanzo giallo di Agatha Christie, oggetto di lettura da parte di uno dei quattro protagonisti e protagoniste (due coppie di turisti statunitensi), che si avventurano in un Egitto fuori dal tempo, con l’apertura di inquietanti, irrisolti scenari post mortem, dopo che la vita, inspiegabilmente, pare essersi sospesa nel nulla. Molto interessante la scelta linguistica (ben resa dalla traduzione) di opporre la banalità di dialoghi qualunque tra persone qualunque alla densità della riflessione sul mistero che accompagna il trapasso e l’aldilà.

Del 1994 Why the world didn’t end last tuesday (Perché il mondo non è finito martedì scorso), delizioso e divertente racconto sui preparativi per il Grande Giorno con dotti riferimenti all’Apocalisse di Giovanni e scoppiettanti rinvii a personaggi dell’attualità politica e non solo di quegli anni.

Ancora due Hugo Award: nel 1997 per il racconto breve The Soul Selects Her Own Society. Invasion and Repulsion. A Chronological Reinterpretation of Two of Emily Dickinson’s Poems. A Wellsian Perspective (L’anima sceglie la propria società) e nel 1999 per il racconto To Say Nothing of the Dog (inedito in Italia).

Connie Willis posa con alcuni dei suoi libri di maggior successo (http://www.sftv.org/cw/)

E uno ulteriore, nel 2000, per la novella, ovvero racconto (lungo), The Winds of Marble Arch (I venti di Marble Arch): un testo bello, profondo, nel quale si intrecciano diversi temi cari all’autrice, affrontati in una carriera di successi ormai ventennale. Lo statunitense Tom, voce narrante, si reca a Londra con la moglie Cath, tornandovi in età matura dopo un primo soggiorno giovanile di entrambi: i suoi movimenti, che lo allontanano dal convegno al quale dovrebbe partecipare per inseguire, invece, una suggestione della memoria, sono tracciati con millimetrica, estenuante precisione, da una linea della metropolitana all’altra, da una stazione di questa all’altra, in un percorso precisissimo che tocca, tra l’altro, alcuni teatri della capitale ove si rappresentano musical in voga negli anni Novanta del secolo scorso, con incursioni nella cultura cinematografica e nella cronaca mondana. Il filo che in apparenza collega i venti del dolore e della morte che si alzano in alcune delle stazioni è quello del Blitz di Londra e del precario rifugio che durante i bombardamenti vi trovarono cittadini e cittadine della capitale, quasi che i luoghi ne serbino memoria («Marble Arch era stata colpita in pieno: la bomba era esplosa come una granata in uno dei passaggi, staccando le piastrelle dalla parete con la deflagrazione, e mandandole a colpire le persone che avevano cercato riparo nella stazione»). Altrettanto struggente è poi il leit motiv dello scorrere del tempo («tutti sono diventati vecchi, malati o divorziati»), che la banalità frivola della conversazione o la ricerca di una porcellana fuori produzione ormai da tempo non lenisce. Dunque «quello che ci aspetta» non è che «la fine delle cose»? Forse no… Bellissimo il finale, che evidentemente non è dato rivelare: basti dire che la vita non è soltanto «divorzio, morte e decomposizione», ma anche «foglie, lillà e amore».

Una stazione della metropolitana di Londra trasformata in rifugio antiaereo durante il Blitz
(fotografia di autore non noto, scattata tra il 1940 e il 1941)

Atmosfera noir anni Quaranta, ritmo serrato, sense of humour, satira sociale, sguardo di genere: Inside Job vince meritatamente l’Hugo Award nel 2006 nella categoria novella. Protagonista e voce narrante è Rob, un po’ Sam Spade un po’ Philip Marlowe (non è un caso che Willis menzioni sia Dashiell Hammett sia Raymond Chandler), affiancato dalla bella Kildy, che ha lasciato una promettente carriera cinematografica per divenire collaboratrice di L’occhio velenoso, periodico specializzato nello smascheramento di medium trasmettitori, terapeuti sensori e lestofanti consimili, che rastrellano milioni di dollari («settecento cinquanta a persona per il seminario di gruppo […]. Mille e cinquecento per un’udienza di illuminazione spirituale privata») tra le agiate e mature signore che popolano Beverly Hills. Ariaura Keller è un’impostora come tante: afferma di servirsi di un’entità spirituale di nome Isus, antico sacerdote di Lemuria (vedi alla voce ‘Helena Blavatsky’ e annessa ‘Società Teosofica’), e ha come motto «Credici e accadrà». Nessun segno «di abilità e neppure di originalità. Quella roba di Lemuria proveniva da Richard Zephyr, il “Voi siete l’universo” da Shirley MacLaine, mentre il modo di comporre le frasi era puro e semplice Yoda»; eppure, nelle sedute in cui entra in contatto con il presunto spirito guida, accade un che di imprevisto e inconsueto che dà inizio all’indagine ed è motore della narrazione, in omaggio al grande polemista statunitense Henry Louis Mencken, celebre fustigatore di credenze irrazionali e smascheratore di ciarlatani, attivo nella prima metà del Novecento. Il romanzo accosta diversi registri linguistici, con esito umoristico irresistibile ma anche con notevole profondità di analisi: «Che possibilità hanno i fatti reali e la ragione contro ciò cui la gente ha un disperato bisogno di credere?»; poco importa, poi, se questo bisogno trova risposta in «stupide regressioni in vite passate, congreghe di streghe, e circoli per il rinnovamento dell’anima». Memorabile la sequenza in cui Rob e Kildy assistono alla performance della medium, che appare come una soubrette del varietà anni Cinquanta circondata dai suoi boys (altrettanti sosia di Tom Cruise e Brad Pitt): «Il vento crebbe di intensità e per un istante mi domandai se Ariaura fosse intenzionata a svolazzare dentro sorretta da un filo, ma poi il sipario dorato si aprì, rivelando una curva scalinata nera e Ariaura, con un caffettano di velluto viola e il suo sacro amuleto, la discese sulle note di Planets di Holst per poi fermarsi con fare drammatico in piedi davanti al suo trono». Medium «di terz’ordine», ma anche interessata manipolatrice: «Isus è assolutamente straordinario — confida a Rob una vicina — È così saggio! Molto meglio di Ramtha. È stato lui a convincermi a lasciare Randall. “Perché il tuo io interiore sia vero”, mi ha detto Isus, e io ho capito che Randall stava ostacolando la mia ascesa spirituale…». In sintesi, un romanzo paradossale e geniale, assolutamente irresistibile, ben pubblicato in Italia da Delos Books nel 2008 con il titolo La voce dall’aldilà.
Non è invece tradotta in italiano la novella (racconto lungo o romanzo breve che dir si voglia) All Seated on the Ground, con la quale Connie vince il decimo Hugo Award, nel 2008.

Poi, nel 2010, la pubblicazione dell’immane romanzo Blackout/All Clear, diviso in due parti per mere ragioni editoriali (nell’edizione originale il primo volume conta 512 pagine, il secondo 656) e puntualmente, l’anno successivo, nuova doppietta di Hugo e Nebula (tripletta con il Locus) nella categoria novel. Con l’opera, Willis riprende il filone Time Travel, nella propria originale declinazione di indagine storica e umana: questa volta però, nel 2060, la facoltà di storia dell’università di Oxford, ancora guidata da James Dunworthy tallonato da Colin ora diciassettenne, invia ben tre giovani (due donne e un uomo) nell’Inghilterra della ritirata di Dunkerque e del Blitz, tra 1940 e 1941, con destinazioni e compiti diversi. Al momento della chiusura di questo contributo [1° agosto 2021], Urania Jumbo ha pubblicato Blackout (n. 21, luglio 2021), a giorni è attesa l’uscita di All Clear: risulta pertanto impossibile una valutazione d’insieme dell’opera, che, in base a un giudizio di necessità dimidiato, pare avere gli stessi pregi e difetti di Doomsday Book, pur con colpi di scena e innovazioni d’interesse (è proprio vero che è impossibile cambiare la storia?).

In una bella intervista rilasciata a Helen Merrick nel 2012, Connie Willis esprime sollievo per aver terminato il romanzo dopo otto anni di lavoro e confessa di aver dubitato di poterlo mai portare a compimento, anche per la possibilità di morire prima («sempre una preoccupazione alla mia età»), per concludere con il consueto humour: «A un certo punto dell’interminabile faticaccia, ero su un aereo e pativo molte turbolenze, che di solito mi spaventano, ma quella volta ho pensato: “Beh, almeno, se ci schiantiamo, non dovrò finire quello stupido romanzo”».

In copertina: Gino Andrea Carosini, Connie Willis.

***

Articolo di Laura Coci

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Fino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Dopo aver insegnato letteratura italiana e storia nei licei, è ora presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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