La felicità della scrittura. Incontro con Dacia Maraini

Era il giorno 3 marzo 2020 e, presso l’Aula Magna della Facoltà di Lettere e Filosofia di Roma Tre, si teneva un evento internazionale dal titolo La felicità della scrittura, la forza della parola per un nuovo lessico della letteratura e del teatro. L’incontro, promosso dalla stessa Università con il contributo della Società Italiana delle Letterate e della Casa Internazionale delle donne di Roma, vedeva come ospite d’onore Dacia Maraini.

A quasi un anno e mezzo di distanza, la domanda «perché questa ragazza è ancora qui a parlarne?» sorgerebbe spontanea. Ma la risposta convincerebbe probabilmente presto chi legge: la “fame” di incontri letterari si fa sentire. Quello, per me, rimane l’ultimo in presenza: così travolgente, emozionante, appagante. La possibilità di stringere la mano ad una artista e l’occasione di guardarla negli occhi per ringraziarla di tutto quello che ci ha trasmesso con le sue opere non sono più così scontate.

È giusto porre l’accento sulla modalità dell’incontro: una celebrazione vissuta come una vera e propria “festa”. Chiaro l’intento propositivo della giornata sin dall’intervento iniziale di Laura Fortini, docente dell’Università Roma Tre. La scelta del titolo racconta già una giornata all’insegna della felicità, della forza, della novità, rimanendo ancorate alla sfera della memoria. In questo clima favorevole si è celebrata un’artista poliedrica, sfaccettata, a trecentosessanta gradi. Una scrittrice, la scrittrice delle donne, una drammaturga, una vera “specialista” del lessico teatrale, una convinta femminista, una grande donna di cultura, un’attivista, operante, quindi, per la società e per la memoria storica di questa. È conosciuta appunto come scrittrice, per il cui lavoro si distingue, oltre che per la qualità, per l’incredibile quantità e continuità della produzione. Per muoversi entro di essa, la stessa Laura Fortini ha suggerito un “sistema di costellazione” di voci critiche femminili: a partire dal romanzo di formazione, in linea con il suo esordio, non nel mondo della scrittura, ma nel mondo della pubblicazione di romanzi compiuti (La vacanza, 1962), con personaggi che si incamminano per la vita adulta, con ragazze che si avviano ad essere donne, con persone che mutano. Si parla, infatti, di “romanzo del divenire”: estremamente moderno ed anticonformista. Tra le pagine dei suoi libri si può intravedere forma e contenuto di una lontana Virginia Woolf, quell’io donna orgoglioso di essere tale, protagonista del passato e del futuro, che merita Una stanza tutta per sé nel mondo della letteratura e della società. Sarà in questo momento, infatti, che la costellazione toccherà il punto del “diversamente epico”. Giungerà anche nel riconoscimento della genealogia, la quale comporta responsabilità. Ricordiamo tanti personaggi, come il fondativo Marianna Ucrìa; per poi arrivare al punto della corresponsività e dello stile dialogico, sempre amato dalla scrittrice, sviluppato nei rapporti con il Gruppo 63, con il teatro.

Dacia Maraini,
La lunga vita di Marianna Ucrìa, 1990

L’ultimo punto della costellazione sarà il rapporto di Maraini con “le altre”: si riallaccia alla condizione temporale entro cui deve vivere chi scrive, ed entro cui ella esprime la sua massima capacità emotiva letteraria di guardare alla tradizione, analizzarla, interrogarla (ed interrogandosi), riscrivendola, ricercando un nuovo futuro. E fa lo stesso con i temi delle sue opere, i più disparati, sempre freschi ed inediti. La caratteristica dell’originalità è propria del suo essere scrittrice ed è congruente con la sua intima personalità: ci parla di dolore, di sofferenza, ma allo stesso tempo di insofferenza e di silenzio, e può farlo solo grazie alla sua fredda capacità di penetrare nell’essere umano, e in modo particolare nell’essere donna. La presidente della Casa Internazionale delle donne di Roma ha voluto sottolineare quanto la scrittrice sia attenta ai diritti delle donne e alle loro esigenze insieme a quelle dei soggetti più deboli della società in genere. Ha definito la Casa delle Donne come la “casa” di Dacia Maraini. «Donne mie ― scriveva Maraini nell’ormai lontano 1974 ― stringendoci fra noi per solidarietà di intenti, libere infine di essere noi intere, forti, sicure, donne senza paura». L’aggettivo possessivo “mie” quasi ad indicare la possessione, la passione per le donne, un sentimento così forte che invita a stringersi, fra loro, appunto. Unite ma libere, indipendenti, autonome, ma anche indispensabili, indissolubili, perché solo con la consapevolezza di poter contare l’una sull’altra possono non avere paura, creando così un nuovo senso comune che smonti il vecchio, ha detto la presidente della Società Italiana delle Letterate, attraversando sempre prima le regole della società per essere capaci poi di “elogiare la disobbedienza” (ricordiamo Chiara d’Assisi. Elogio della disobbedienza pubblicato nel 2013).

Dacia Maraini,
Chiara di Assisi. Elogio della disobbedienza, 2013

Maraini può farlo, lo fa e lo ha fatto, grazie alla sua forte esperienza autobiografica. E lo fa attraverso i suoi personaggi femminili che partono quasi sempre da esperienze negative, ma riescono in ogni dove a trasformarle a proprio vantaggio. Luisa Ricaldone l’ha chiamata la «dinamica fra luci ed ombre» proprio come se la scrittrice fosse una fotografa professionista: studio, attenzione, dedizione, per cogliere l’attimo perfetto, ombreggiando la parte giusta che metta così in luce il messaggio per lettori e lettrici, il quale emerge sempre a seguito di un percorso del/lla protagonista, la stessa Chiara d’Assisi ne è un esempio. La strada si percorre solo se si ha “fame”: una fame ampia, figurata: fame di leggere, fame erotica, fame di vivere. Un discorso che sembrerebbe avere sottili somiglianze con quello di Platone: la salita dal mondo delle cose al mondo delle idee. La somiglianza potrebbe rischiosamente essere giustificata dal fatto che il filosofo e la filosofa, chiunque scrive ed elabora idee, l’artista, l’attore e l’attrice, tutti questi intellettuali hanno un percorso di crescita morale davanti a loro da compiere inevitabilmente, e Maraini sembra essere perfettamente a suo agio nel compierlo, anzi lo rende l’oggetto della sua produzione. Tant’è che l’antitesi alla fame, secondo lei, è proprio la limitatezza intellettuale, congrua con tale ragionamento. Questo tipo di atteggiamento, decisamente aperto, si riscontra, di conseguenza, anche nel versante critico della scrittrice, ben sottolineato dal giovane scrittore e giornalista Paolo Di Paolo, il quale riconosce la particolarità di Maraini, rispetto ai/lle contemporanei/e, dell’accogliere domande dalla critica. Infatti, un genere da lei tanto amato è proprio quello dialogico; ricordiamo una delle costruzioni più difficili in quanto scritta e in quanto drammaturgica: Ho sognato una stazione.

Stimolanti e coinvolgenti sono state proprio le domande di Di Paolo poste a Maraini, dalle quali è emersa l’origine della sua scrittura, insieme a una riflessione chiarificante e peculiare in linea con gli altri intervenuti. Ella ha considerato l’ereditarietà della scrittura, importante, di gran lunga presente nella sua famiglia, ma la fonte principale per lei è stata la lettura, la dedizione sopra citata, con la quale percorre il tragitto quotidianamente. Parla di un «piccolo tragitto musicale» possibile sia tra i testi lirici che tra quelli in prosa. Nel secondo caso è più arduo captare la musicalità. «Chi la sente, la riconosce», ha detto. Ma chi la sente? Ed ecco che tornano in ballo l’ereditarietà, la tradizione, l’educazione, l’infanzia vissuta: nella sua casa la lettura era considerata un valore. Racconta che, al ritorno dal Giappone (quindi dopo l’esperienza del campo di concentramento) insieme alla sua famiglia, era poverissima e viveva in condizioni misere, ma mai si sentì povera di libri e di cultura, neanche nel campo di concentramento dove mancavano, ma solo materialmente. Sopperivano, tuttavia, i suoi genitori rinominati da lei come «persone-libro». Questa eccedenza le tornava utile ogni qualvolta necessitasse di fuggire dalla cruda realtà per “impaesarsi” in altre, anche simili, e ritrovarsi nei personaggi dei libri. Nel caso dell’esperienza in Giappone, la memoria li salvò. Anzi, la memoria salva sempre, è più forte di qualsiasi dittatura interna o esterna.
Tuttavia, riscontrava costantemente un problema nell’identificazione con i personaggi, ovvero la loro natura totalmente maschile. E ad un certo punto, l’identificazione, inevitabilmente, si fermava. Dacia Maraini ne ha parlato durante l’intervista con Paolo Di Paolo perché ha ipotizzato all’interno di questo “problema” la genesi della sua battaglia femminista attiva tuttora nel sociale e nel mondo letterario. Il campo editoriale a metà Novecento, infatti, si può definire quasi “minato” per le giovani scrittrici. Ma lei non temette e, grazie all’aiuto di Alberto Moravia, il quale soddisfece la richiesta (forse anch’essa un po’ maschilista) del piccolo editore Lerici di trovare una prefazione ad opera di un grande scrittore, spiccò il volo e faticosamente si fece strada, e aprì la strada anche a tante altre autrici. Fece, e fa strada a tante donne. Per l’appunto, un altro esempio ragguardevole è la fondazione del “Teatro della Maddalena”: un teatro gestito interamente al femminile, dalla direttrice artistica, proprio lei, alle tecniche teatrali. «Volevamo ― ha aggiunto Maraini ― che la parte creativa partisse dalle donne», forse si trattava proprio di quella creatività di cui parlava Virginia Woolf che, mista alla sensualità e alla emotività, fa sì che la scrittura femminile sia unica e profonda. Anche se Maraini, forse, non sarebbe d’accordo nell’accogliere un linguaggio particolarmente sensuale, in quanto critica la predisposizione della società nell’aspettarsi dalle donne una seduzione, pure tra le righe di un libro. E, secondo lei, questo tipo di linguaggio («limitato ed offensivo») cancella immediatamente quello del pensiero, attribuito per tradizione e convenzione agli uomini. La gravità della seduzione del linguaggio femminile è ampliata quando il linguaggio diventa il simbolo ed un collegamento con il corpo, quando il corpo della donna (standardizzato) si svuota del pensiero logico. Il clima culturale, storico e sociale del tempo non era dei più semplici: a cavallo della contestazione del ’68 Maraini incita e stimola a suo modo la “rivolta nella rivolta”, ossia quella femminista; oltre che attraverso le scelte organizzative, oltre che grazie alle tematiche delle sue opere e dei suoi spettacoli teatrali, lo fa anche attraverso il rispettivo linguaggio, del quale il professor Claudio Giovanardi ha fornito, durante l’incontro, un attento quadro descrittivo. Erano gli anni dell’esaltazione del corpo, dell’aggressività verbale pasoliniana, delle forti ideologie che corrispondono ad un forte lessico, possibile in quanto la scrittura teatrale, secondo Maraini, è mimesi.

Dacia Maraini,
I giorni di Antigone. Quaderno di cinque anni, 2006

«Alcuni romanzi […] danno una voglia di provare a fare un lavoro di restituzione della voce a chi la voce non ha». Ha introdotto così Paolo Di Paolo una questione di ordine generale. Infatti, lei sembra parlare di più voci “assenti”: sono degli ultimi, e lo fa grazie a quello che ha definito «il motore più forte dello scoppio»: l’immaginazione. Attraverso questa, e solamente così, può parlare della sofferenza altrui, può sentirla con empatia. In I giorni di Antigone. Quaderno di cinque anni (2006), ha voluto sottolineare la professoressa Monica Venturini, Dacia Maraini critica la nostra cultura, l’occidentale, per disprezzare l’immaginazione, piuttosto che esaltarne i benefici. Ciò che alimenta e sviluppa questa capacità, potenzialmente viva in tutti/e, in atto in pochi/e, è proprio la lettura. Per una scrittrice o uno scrittore il rapporto tra immaginazione e realtà è sempre costante e vivo, ma nel caso particolare di Dacia Maraini è come se la realtà dovesse svelarsi per mezzo dell’immaginazione «a forza di fare domande» (cit. Paolo Di Paolo).

Dacia Maraini,
Dialogo di una Prostituta con Un suo cliente
e Altre Commedie, 2001

“A forza di fare domande”, infatti, la lettura del Dialogo di una prostituta con il suo cliente, messa in scena da Sylvia de Fanti e Gabriele Portoghese a metà della giornata, ha scosso gli animi di tutte le persone presenti: si è trattato di un testo rappresentato teatralmente in maniera efficace e prorompente. Ha inseguito con un linguaggio violento e privo di filtri la logica maschile che si incontra con quella femminile, e viceversa, per giungere ad un complicato punto d’incontro. Roberta Gandolfi, docente dell’Università di Parma e coordinatrice del dibattito pomeridiano, ha messo in luce il ruolo del cliente: per la prima volta nella storia di rappresentazioni di prostitute, il problema è il cliente, meno la prostituta, con le sue perversioni, il suo disagio, il complesso edipico. I personaggi di Dacia Maraini non rispondono affatto ad apparati stereotipici, perché sul palco c’è sempre una persona “reale”, ha aggiunto Nadia Setti, docente dell’Università di Paris 8. Manila, infatti, la protagonista del dialogo, non si può considerare un personaggio standard: rivendica concetti e parole senza eufemismi, incentrando il discorso non sul fenomeno della prostituzione, ma sulla sessualità.

Tornando al titolo della giornata […] Per un nuovo lessico della letteratura e del teatro, è chiaro, a questo punto, l’impellente bisogno di conferire a Dacia Maraini lo spazio opportuno, non solo all’interno della letteratura internazionale, ma anche e soprattutto della letteratura teatrale. La professoressa dell’Università di Bologna Laura Mariani ha parlato del suo teatro come di un «teatro povero», in apparenza semplice ma dietro cui si cela una complessità inaudita. Perciò è testimonianza, parla il pubblico, emerge fortemente il rapporto ansioso della drammaturga con l’altro, con il povero, con la donna, povera.

L’incontro è stata un’occasione per cambiare prospettiva, continuare a parlare delle “presenze” femminili, piuttosto che delle assenze, ai fini di una giusta memoria storica, culturale e sociale che sia la base di un futuro migliore. Dacia Maraini ha sostenuto con ardore, nel corso della giornata, il valore della memoria, mettendo il pubblico “in guardia” dal nemico principale: il mercato, il quale non induce a scegliere, perciò «la responsabilità è sapere, prevedere ed essere consapevoli delle conseguenze delle nostre azioni». È un’esortazione provocatoria, di resistenza culturale, che invoglia a percorrere il viaggio in salita, senza scorciatoie, prendendo come esempio il suo viaggio, reinventandolo, migliorandolo. Un viaggio di donne, mano nella mano.

***

Articolo di Marlene Ursini

Studentessa magistrale di Italianistica a Roma Tre. Vive a Roma ma è nata in un paesino sul mare in Abruzzo. Innamorata dell’Italia, della sua cultura, la sua arte e la sua letteratura; dei suoi paesaggi, cibi e dialetti. Fa della curiosità il suo più grande talento. Ha un sogno nel cassetto: lavorare nel mondo della radio.

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