Riflessioni di genere, dal sindacato alla politica

Perché una donna deve sforzarsi di avere un ruolo “pubblico”? 

Ho sempre pensato che, se vi fossero state molte più donne in ruoli di responsabilità, le cose sarebbero andate meglio, nel mondo del lavoro. 

Nel 1991 è stata approvata la legge 125/91, che prevede l’attivazione di azioni positive per raggiungere le pari opportunità, ma nonostante siano passati molti anni e molte cose siano oggettivamente cambiate, c’è ancora tanto da fare per centrare quell’obiettivo. 

Purtroppo, tuttora ci sono donne che utilizzano modelli maschili per la gestione del loro potere, nel sindacato come in politica. Io sostengo da anni che, al contrario, sia possibile un utilizzo del potere senza perdere in sensibilità e attenzione alle persone e, nella mia trentennale attività sindacale (prima come delegata aziendale, poi come dirigente), ho sempre cercato di agire in questa direzione.  

Molte sono state le sollecitazioni ai/lle dirigenti sindacali, di ridurre i tempi degli interventi nelle riunioni, perché la loro lunghezza è nemica della conciliazione dei tempi; moltissimi gli inviti fatti alle compagne per intervenire nelle assemblee e nei luoghi deputati ad esprimere il proprio pensiero pubblicamente, perché oggettivamente diverso da quello degli uomini ed esposto da un diverso punto di vista; sempre pressanti gli incoraggiamenti nelle Segreterie a favorire la scelta di donne funzionarie politiche da impegnare nella contrattazione, perché è lì dove si “gioca” la possibilità di ottenere risultati buoni per le donne e di conseguenza ottimi per entrambi i generi. 

Anche in Cgil mi è capitato di incontrare compagne poco inclini a valorizzare il genere femminile e portate a svolgere il proprio ruolo con modelli maschili, ciò lo imputo al fatto che anche in Cgil, nelle categorie sindacali, la presenza femminile non è ancora paritaria, in particolare per l’attività di funzionarie. Nelle Segreterie la cosa cambia, perché lo Statuto prevede che vi sia almeno il 40% di ogni genere tra i suoi componenti, ma non lo ritengo sufficiente per creare dei “modelli” da lasciare a chi arriverà dopo di noi. 

Lo Spi, il sindacato dei pensionati, ha invece raggiunto da alcuni anni la democrazia paritaria nelle Leghe, dove è previsto il 50 e 50. 

Il lavoro di sindacalista è oggettivamente fagocitante e spesso le donne scelgono di non avventurarsi in questa direzione perché si fanno intimorire dalla difficoltà di gestire gli impegni familiari, ma anche perché, da delegate aziendali, percepiscono molto bene che, per arrivare ad essere funzionaria, necessariamente devono sfoderare grinta, pure all’interno dell’organizzazione sindacale; questa non è una condizione allettante, perché si vorrebbe un ambiente di lavoro sereno e non competitivo. 

Dalla tesi di laurea di Barbara Gadda del 2014 Sindacato e pari opportunità – le donne della Cgil riporto qualche dato che inquadra meglio quanto sopra descritto. 

La ricerca è stata fatta sulla Cgil Lombardia e tutti i suoi comprensori. 

  • Su un totale di 1205 persone che vi lavoravano a quella data, il 52% erano uomini e il 48% donne. 
  • Negli apparati politici (funzionari e segretari) votati dagli organismi dirigenti, gli uomini erano il 41% e le donne il 15%. 
  • Negli apparati tecnici (amministrazione, ufficio stampa, formazione, centralino) gli uomini erano l’11% e le donne il 33%. 
  • Solo nei comprensori di Como, Bergamo, Milano, Val Camonica ci si avvicinava maggiormente al 50%. 
  • L’età: le donne over 50 erano il 38%, mentre gli uomini il 53%; le donne tra i 35-50, il 47%, mentre gli uomini il 37%; le donne fino a 35 il 15% e gli uomini il 10%.

Rispetto alle molte domande rivolte alle persone intervistate, ho estrapolato alcune delle risposte, per me più significative, espresse dalle donne: 

  • anche in Cgil le donne devono lavorare il doppio per dimostrare di più, 
  • esisteva il “soffitto di cristallo”, 
  • ci sono problemi nella conciliazione vita/lavoro, 
  • molte pensavano che dobbiamo cambiare qualcosa di noi stesse, per cambiare le cose, 
  • molte reputavano negativo l’utilizzo delle “quote”, pur pensando che fosse l’unica soluzione possibile, 
  • si riteneva che l’impronta maschilista pervadesse tutti i livelli dell’organizzazione, ma che ancora non ci fosse un modello valido alternativo, 
  • il lavoro di sindacalista è una scelta di vita. 

Parecchie azioni sono state condotte all’interno della Cgil, tra il 2010 e il 2014, per un cambio culturale dentro e fuori l’organizzazione: 

  • nel Congresso 2010, adesione alla campagna “Udi del 50&50 ovunque si decide” per promuovere la democrazia paritaria; 
  • in Cgil Milano, attivata la proposta di legge contro l’utilizzo di stereotipi femminili e maschili nell’immagine e nella comunicazione, con la divulgazione del tema anche nelle scuole e nelle aziende; inizio del percorso Snoq (Se Non Ora Quando) dal 29 gennaio 2011 a tutto il 2012, insieme alle diverse associazioni e singole donne che vi avevano aderito; 15 luglio 2013 importante iniziativa con la presenza di Susanna Camusso (allora Segretaria Generale Cgil nazionale e prima donna con quell’incarico) e Laura Boldrini (allora Presidente della Camera) su stereotipi-immagine-violenza e successivamente contatti con alcuni Comuni per la sottoscrizione del protocollo immagine (firmato anche col Comune di Milano); 
  • nel 2012, dalla Cgil nazionale avviato un percorso che ha visto impegnate migliaia di donne nelle diverse assemblee (delegate, funzionarie e segretarie), in cui si è discusso anche di “noi” all’interno della organizzazione; 
  • in Cgil Milano avviata un’azione positiva per 22 sindacaliste, provenienti dalle categorie sindacali e dai servizi, durata un intero anno, che ha visto successivamente l’inserimento delle compagne in ruoli di responsabilità; 
  • sempre in Cgil Milano, nella fase finale del congresso camerale del 2014, per la prima volta è stato creato uno spazio di riflessione su democrazia paritaria, pari opportunità e violenza di genere, coinvolgendo una platea di 500 tra uomini e donne e lasciando la parola anche alla associazione “Maschile plurale”. Dalle conclusioni di quella giornata: «… Noi crediamo che attraverso la promozione di pari opportunità per tutti, si possa favorire una civiltà nuova, che rispetti tutte le differenze: fra culture, fra generi, fra generazioni e sia improntata alla tolleranza e all’accoglienza, affinché la Cgil possa essere protagonista del cambiamento, necessario al nostro Paese, tanto segnato dalle crisi del lavoro, dell’identità sociale e della convivenza solidale…». 

Nel libro Sebben che siamo donne scritto per l’Archivio della Camera del Lavoro di Milano, sono stati raccolti anche con fatica e riportati i profili biografici di alcune delle donne che hanno militato in Cgil Milano, di cui troppo spesso nessuno ha mai parlato. Il sottotitolo è: Per una storia delle sindacaliste della Cgil di Milano (18911981) a cura di Debora Migliucci e Fiorella Imprenti – Edizioni Unicopli. 

Copertina del libro Sebben che siamo donne

Qui di seguito, l’ultima pagina che riporta i nomi delle donne elette nelle Segreterie CdLMM tra il 1958 e il 2018: 

  • Stella Vecchio​​ 1958-1960
  • Anna Catasta​​ 1981-1989
  • Paola Brivio​​ 1983-1993
  • Ardemia Oriani​​ 1991-2000
  • Fulvia Colombini ​2000-2008
  • Graziella Carneri​​ 2000-2007
  • Nerina Benuzzi​​ 2002-2010
  • Tiziana Scalco​​ 2007-2015
  • Ivana Brunato​​ 2008-2016
  • Paola Bentivegna​ 2010-2014
  • Marzia Oggiano​​ 2013-2016
  • Luisella Inzaghi​​ 2016-
  • Melissa Oliviero​​ 2016-

Qualcosa è cambiato, anche in Cgil, ma c’è ancora tanta strada da percorrere e la stessa cosa vale per la politica dove, in particolare in Italia, si risente della mancanza di modelli femminili. In questo ambito, si fanno prevalere gli obiettivi politici “meno nobili” (intrighi di palazzo, alleanze di comodo, ecc.), piuttosto che quelli del benessere della cittadinanza. Queste sono modalità che siamo abituate a vedere prevalentemente tra gli uomini, ma purtroppo ci sono esempi di ruoli importanti ricoperti da donne che hanno usato per la gestione del loro potere modelli maschili.  

Due politiche che, dal mio punto di vista, hanno saputo conciliare il loro ruolo col genere di appartenenza sono state Rosy Bindi e Laura Boldrini. 

In termini numerici, negli ultimi anni abbiamo perso molto e, anche rispetto agli incarichi nei partiti e nei Governi che si sono susseguiti, sono stati fatti pochissimi passi in avanti.  

In quei Paesi dove la parità di genere è più avanzata, come in Nord Europa, esistono esempi virtuosi contemporanei di donne Premier che, ad esempio, hanno gestito la pandemia del Corona virus con assoluta fermezza e competenza, con attenzioni rivolte alle famiglie e alla gioventù che frequenta la scuola; vedremo, negli Usa, le numerose donne che il Presidente Biden ha voluto nel suo Governo e nel suo staff come sapranno agire. Io penso positivo, in tal senso, proprio perché avranno la possibilità, essendo davvero tante, di parlare lo stesso linguaggio, condividere gli stessi problemi di gestione della famiglia e del ruolo pubblico e affrontare le difficoltà con la concretezza che caratterizza il genere femminile. 

Nel nostro Paese, siamo piombati in una arretratezza culturale preoccupante: prima negli anni del “berlusconismo”, poi con Governi di centro-centro sinistra che sono stati timorosi di agire in modo determinato, infine col Governo giallo-verde. Il risultato oggi è una visione della donna bambolina e accondiscendente, casalinga, di proprietà del maschio, come (o peggio) negli anni Cinquanta e la conseguenza è che la violenza è aumentata moltissimo. 

Ritengo perciò che o le donne decidono di esserci in ogni luogo e di lottare per questo, per poter cambiare davvero la cultura italiana, oppure tanti anni di impegno e conquiste femminili e femministe saranno drasticamente ridimensionati e, si sa, la risalita è sempre complicata e incerta. 

***

Articolo di Paola Bentivegna

In pensione dal 2019, è stata per vent’anni sindacalista alla Cgil, in tre diverse Segreterie milanesi: Filt, CdLMM e Slc, seguendo il settore trasporto merci, politiche contrattuali e orari, politiche di genere e pari opportunità, previdenza e previdenza complementare, politiche dei quadri, salute e sicurezza, produzione culturale (fondazioni lirico sinfoniche, teatri, attori/attrici e doppiatori, sport). Ha scritto per No Stop, Noi Donne e pubblicazioni Ediesse.

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