Al Man di Nuoro, fantasia e creatività nelle opere di Edina Altara

Ancora una volta il Man (Museo d’Arte provincia di Nuoro) rende omaggio ad una artista, ancora una volta una pregevole esposizione che mette in risalto le doti di una vera e propria sperimentatrice, in anticipo sui tempi: Edina Altara. La mostra, curata da Luca Scarlini, è stata inaugurata il 10 luglio scorso e resterà aperta fino al 23 gennaio 2022, quindi chi nel periodo futuro si trovasse in Sardegna o chi ci vive dovrebbe proprio raggiungere il cuore dell’isola per visitarla, magari approfittando delle celebrazioni deleddiane, inserendo nel percorso la casa-museo di Grazia Deledda e la sua tomba nella suggestiva chiesetta della Solitudine, il Museo Archeologico appena riaperto, quello assai significativo della Vita e delle tradizioni popolari (o del Costume), la caratteristica piazza dedicata a Sebastiano Satta dal conterraneo Costantino Nivola, con sosta e passeggiate nel verde sul bellissimo Monte Ortobene. 

La locandina

La mostra, arricchita da pannelli esplicativi e documentazione in video, si intitola “Vittorio Accornero Edina Altara. Gruppo di famiglia con immagini” ed è dedicata a questa coppia di artisti visionari che si incontrarono per caso e si unirono, in un sodalizio creativo e coniugale. Lei, nata a Sassari nel 1898, appartenente alla buona borghesia, lui nato due anni prima a Casale Monferrato, di nobili origini, entrambi già portati alla grafica, al disegno, alle illustrazioni, si trovarono a un ballo di gala a Casale Monferrato dove la famiglia della giovane si era trasferita per il lavoro paterno di medico oculista. Fu un colpo di fulmine, come si suol dire, e pochi mesi dopo si sposarono in Toscana, a Reggello, nel 1922 e qui si trova esposta la loro originale partecipazione di nozze, realizzata a quattro mani: un Pierrot disegnato da Vittorio, una velata fanciulla orientale disegnata da Edina, che sorreggono un cuore con i loro nomi. Della coppia si parlava molto in città per lo stile, la bellezza, l’eleganza e la stampa locale non mancava occasione di descriverne l’abbigliamento in serate mondane o pubblici eventi, specie quando lei si presentava nelle vesti di odalisca o con abiti stravaganti da lei ideati.  

Il matrimonio non durò a lungo, si separarono infatti nel ’34, ma senza mai lasciarsi veramente, sul piano della creatività, reinventando le rispettive carriere anche nei momenti critici, come fu per buona parte del mondo artistico italiano il secondo dopoguerra. Entrambi si trasferirono a Milano per lavorare in parallelo, portando avanti incarichi simili presso case editrici, periodici, riviste di moda. Significativo che in anni recenti sia stato riscoperto un dipinto di Vittorio, datato 1948, dal titolo Ricordo di un ballo in cui è ritratta l’affascinante moglie come gli apparve in quella fatidica sera, destinata a cambiare e unire le loro vite. 

Mentre Edina raramente usò pseudonimi, se non talvolta lo scherzoso “Forbicicchia” per la sua straordinaria abilità nell’arte del collage (assegnatole dall’amica e collaboratrice Zia Mariù), il marito si firmava spesso come Victor o Ninon, o ancora Victor Max Ninon, come si può verificare nell’esposizione, dove compaiono fra l’altro diverse sue bellissime, accurate, iperrealiste nature morte.   

La mostra, allestita con il prezioso contributo di Federico Spano, curatore dell’archivio sassarese dedicato ai due, e di giovani scenografi attivi presso il Teatro di Sardegna, si apre con una sala dedicata alla moda, attività in cui non è sempre facile distinguere gli interventi di uno o dell’altra perché accadeva che Victor ci mettesse il proprio nome, ma che Edina avesse dato ispirazioni e idee; è evidente invece che disegnarono per le riviste più prestigiose al mondo e che un tappeto di copertine accoglie i passi di chi entra nei locali, mentre un’onda colorata di foulard avvolge lo sguardo, a testimonianza della collaborazione di Vittorio con Rodolfo Gucci, durata dal 1960 al 1981.  

Fra i suoi splendidi soggetti ispirati alla natura non si può non citare il celebre Flora ideato appositamente per Grace Kelly.  

Foulard di Gucci e riviste di moda 

Edina fin da ragazza si divertiva a disegnare vestiti per sé e per le tre sorelle (Lavinia, Iride, Aurora) e usava tutta la sua fantasia in creazioni persino bizzarre, ricche di nastri, fiocchi, fiori, farfalle che in tempi difficili e di scarsi mezzi facevano tanta scena, ma si potevano realizzare con poca spesa. Ormai adulta e affermata, disegnò a lungo modelli per le riviste femminili italiane più importanti dell’epoca, come Rakam, Grazia, Fili Moda, Per voi Signora, Bellezza. Proprio in questo ambito conobbe Gio Ponti con cui sviluppò una bella amicizia e un proficuo sodalizio professionale; a lui si deve un ritratto di Edina presente a Nuoro. 

A poco più di venti anni i futuri sposi avevano iniziato, ognuno per suo conto, a collaborare con quella straordinaria palestra per talenti che fu Il giornalino della domenica, fondato da Vamba, il famoso autore dell’immortale Giornalino di Giamburrasca. Edina, già nel 1920, su quelle pagine illustrò La leggenda del golfo degli Aranci, rimanendo fin da allora legata alla sua terra e alle sue tradizioni, rielaborate con gusto e originalità, a favore di piccoli lettori e lettrici. Logica conseguenza di questo lavoro fu per la coppia un altro ambito importante, ovvero le illustrazioni dei libri per l’infanzia, talvolta accompagnate da loro testi, Edina addirittura inventò dei libri-gioco su cui dipingere o adoperare la propria creatività; deliziosi i suoi cartoncini da ritagliare per costruire piccolissimi ambienti per le bambole, come salotti o cucine in miniatura. Durò oltre trenta anni la collaborazione con Paola Lombroso Carrara (Zia Mariù), autrice di fama, con cui in particolare realizzò tre opere di gran successo: Storia di una bambina e di una bambola, Un reporter nel mondo degli uccelli, Le fiabe di zia Mariù; da citare anche altri volumi come L’erba voglio e Quattro cani a spasso, come pure alcuni disegnati con il marito: Il piccolo re, Storie di bambini che conosco, ancora di Zia Mariù, Il giudizio finale, commedia per marionette di Ugo Falena, Storie di Barbabionda, Barbagrigia e Barbabianca, di Mimma.  

Illustrazione per la copertina di Storie di Barbabionda, Barbagrigia e Barbabianca

Insieme, nel 1932, crearono pure immagini per il transatlantico Rex, fra cui bellissime copertine per i raffinati menu e cartoline ricordo. 

Anche se Accornero, come spiega un pannello presente nell’esposizione, in più occasioni ha affermato di essere stato lo scopritore del talento di Edina e di averne valorizzato le doti, dobbiamo tuttavia smentirlo e ricordare che la giovane sassarese riconosceva sì un debito artistico, ma verso il pittore conterraneo Giuseppe Biasi che ne capì le precoci abilità e la incoraggiò a coltivarle. Di lei addirittura si cominciò a parlare prestissimo sulla rivista Emporium, a fianco di nomi ben più illustri, eppure la sua creatività e la manualità fuori del comune venivano inserite in un’arte “primitiva”, se non “tipicamente femminile”. Comunque proprio qui in mostra sono davanti ai nostri occhi spalancati per la meraviglia almeno due gioielli, realizzati da Edina non ancora ventenne o poco oltre, prima quindi di incontrare il futuro sposo. Il primo è il commovente collage Nella terra degli intrepidi sardi-Gesus salvadelu, del 1916, che fu esposto l’anno successivo alla Società degli amici dell’arte a Torino e fu acquistato nientemeno che dal re Vittorio Emanuele III; oggi l’opera è ospitata al Quirinale. 

Il secondo è del 1919, ancora un collage dal titolo S’isposa in cui una graziosa fanciulla, con abito arancione ornato da nastri, ci guarda maliziosa da sotto il suo velo chiaro, affiancata da due paggetti assorti nel loro compito. 

Nella terra degli intrepidi sardi (sinistra), S’isposa (a destra) 

A questo punto è necessario porre l’attenzione sulla tecnica di cui Edina fu padrona, il collage, appunto, in tutte le sue forme; lei, curiosa e appassionata di antiquariato, sapeva rivisitare i mobili più banali, come gli armadi, oppure rendere meravigliosamente ricchi e originali gli specchi, grazie a tecniche inedite da lei stessa brevettate, utilizzati come arredo prezioso di transatlantici. 

Prendeva degli spartiti e ne faceva carta da parati, dava una seconda vita a vecchi oggetti, rendeva uniche semplici scatoline di fiammiferi abbellite da coppie di personaggi minuscoli, sempre diversi, ma perfetti nei dettagli.  

 Gli specchi in mostra (a sinistra), scatoline di fiammiferi (a destra) 

Nel secondo dopoguerra, a Milano, dove aveva aperto nuovamente il suo atelier, non disdegnò la pubblicità né il disegno di involucri per prodotti alimentari nè calendari da borsetta di dimensioni ridottissime. Dal 1946 la collaborazione già citata con Ponti divenne ancora più assidua e Edina lo affiancò anche nel design, tanto che progetti comuni comparvero su riviste del settore come Domus e Stile. In particolare crearono gli arredi per cinque transatlantici lussuosi dell’epoca, fra cui l’Andrea Doria e il Conte Grande; proprio per quest’ultimo, insieme, dipinsero il pannello su vetro Allegoria del viaggiare (1950), destinato alla sala ristorante. 

Oramai si può comprendere quanto Edina sia stata una artista a tutto tondo, che si è cimentata da autodidatta, con spiccata originalità, in ogni genere, e il fatto che abbia ideato pure bozzetti per opere in ceramica lo dimostra; si trattava per lo più di piatti di varie dimensioni e di piastrelle che ditte specializzate realizzavano e commerciavano, in Sardegna e nel continente; i soggetti, almeno una settantina quelli noti, erano prevalentemente singole figure femminili. Qui in mostra ci sono alcuni interessanti esempi, ma volendo ne potrete ammirare una bella scelta presso l’hotel-ristorante Su Gologone, vicino ad Oliena, uno dei luoghi d’accoglienza più affascinanti e raffinati che si trovino nell’isola. 

Piastrelle

Edina Altara morì nella sua terra, a Lanusei, nel 1983, Vittorio Accornero de Testa a Milano, l’anno precedente. 

Prima di concludere va segnalata una ulteriore opportunità per visitatori e visitatrici: all’ultimo piano del Museo Man espone per lo stesso periodo l’artista contemporanea Sonia Leimer (Merano, 1977), con le sue istallazioni dal titolo Via San Gennaro che hanno vinto la quarta edizione dell’Italian Council nel 2018. Il progetto si ambienta nella Little Italy di New York e ne riproduce, anche con un video, gli angoli più curiosi, significativi, a testimonianza del legame ancora presente con la città di Napoli e con il suo santo patrono.  

***

Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...