Ricordando le donne insignite di Medaglie d’argento al valore militare (seconda parte) 

Dopo Norma Barbolini, Maria Bartolotti, Walkiria Terradura, Jole De Cillia, Diana Sabbi e Valentina Guidetti continuiamo a ricordare altre donne insignite della Medaglia d’argento al valor militare.  

È conosciuta come Ada Gobetti, in realtà il cognome di Ada da nubile era Prospero. È stata oltre che una partigiana anche un’apprezzata scrittrice e giornalista. Era nata a Torino il 23 luglio del 1902 e nella stessa città si spense il 14 marzo 1968. Figlia di una casalinga e di un commerciante di origine svizzera, già da studente collaborava con numerose riviste. A 21 anni sposò Piero Gobetti e da questa unione nacque il figlio Paolo. Suo marito, con l’avvento del regime fascista, nel 1926 fu costretto a emigrare in Francia ma una violenta aggressione squadrista ed uno stato di salute precario lo portarono alla morte. L’anno prima Ada si era laureata in Filosofia e spronata da Benedetto Croce aveva continuato a studiare perfezionando la conoscenza delle lingue. Diventò così una competente traduttrice di autori americani e inglesi. Nel 1937 si risposò con Ettore Marchesini e per quasi dieci anni la loro casa diventò un punto di riferimento per le/gli intellettuali antifascisti. 
Durante la Resistenza coordinò le Brigate Partigiane e divenne staffetta insieme a un’altra grande donna: Bianca Guidetti Serra. Conseguirà il grado di Maggiore e verrà insignita, a fine guerra, della Medaglia d’argento al valor militare. 
Dopo la guerra ha svolto importanti attività in seno all’Anpi e all’Udi, ed è stata autrice di numerosi saggi anche in ambito pedagogico. È stata pure la prima donna a essere nominata vicesindaca di Torino. 
A Torino, oltre ad una strada, porta il nome di Ada Gobetti un Istituto Professionale. A lei sono intitolate scuole a Sesto Fiorentino, a Ferrara e a None, in provincia di Torino. Anche Roma la ricorda nell’odonomastica con l’intitolazione di un viale a Villa Pamphili (in copertina, foto di Barbara Belotti). 

Torino. Foto di Loretta Junck 

Rina Chiarini era nata in una famiglia antifascista toscana. Suo padre e suo fratello, quando lei era ancora bambina, furono arrestati e lei, a dodici anni, fu costretta ad abbandonare gli studi per contribuire economicamente al sostentamento familiare. 
Rina, nel 1926, si iscrisse al Partito comunista clandestino. Aveva una relazione con Remo Scappini, antifascista; a causa di questo rapporto cominciò a essere sottoposta a sorveglianza e, nel 1944 , venne arrestata dalla polizia fascista e torturata nonostante il suo avanzato stato di gravidanza. Perse il bambino e dopo ulteriori sevizie fu internata nel lager di Bolzano da cui riuscì a fuggire nel 1945. Il suo nome di battaglia era Clara e così operò nella Resistenza. La sua è stata in seguito un’intera vita dedicata alla costruzione di un mondo di pace, insieme al marito; ci ha lasciato vari scritti e pubblicazioni. È deceduta ad Empoli il 20 ottobre 1995 e in quella cittadina a tutt’e due è stata dedicata una stele commemorativa. 

Quest’anno è stato realizzato un doppio murales nel terminal autobus di Empoli: in uno appare la sua effigie, accanto a lei un altro ritrae il marito. 

Roma. Foto di Duccio Pedercini 

Maria Teresa Regard, oltre a essere stata una partigiana, è stata una scrittrice italiana. 
Era nata a Roma il 16 gennaio 1924, anche se visse la sua infanzia a Napoli per poi ritornare nella capitale per gli studi liceali. Sua madre, Emilia Leonini, era un’impiegata e il padre Pietro un ufficiale medico. Nel 1941 si iscrisse al Partito comunista italiano e in seguito partecipò ad azioni sul campo durante la Resistenza ottenendo la promozione al grado di Tenente. 

Questa la motivazione dell’onorificenza: «Giovane studentessa universitaria, partigiana, ardimentosa dava alla causa della Resistenza apporto entusiastico e infaticabile. Partecipava attivamente ai più temerari atti di sabotaggio effettuati nella Capitale ed, in particolare, a quello effettuato nel dicembre 1943 contro l’albergo Flora ed a quello effettuato nel gennaio 1944 contro il comando tappa tedesco in Piazza dei Cinquecento. Tratta in arresto e tradotta nelle prigioni di via Tasso, teneva, durante i ripetuti interrogatori, contegno virile ed esemplare, nulla rivelando…»  
Anche in questo caso riscontriamo «il contegno virile» citato in altre onorificenze attribuite alle donne. 
Del suo periodo di detenzione resta la testimonianza resa durante il processo a Erich Priebke: «… dallo spioncino della mia cella vedevo persone straziate, ancora incoscienti venivano riportati in cella di peso perché incapaci di camminare… le urla, il dolore, l’angoscia: era sempre buio. Non cambiavano mai l’aria… Gioacchino Gesmundo lo torturarono per interi giorni… anche Giorgio Labò fu torturato e il silenzio suo e di Gianfranco Mattei salvò la vita a tutti i gappisti romani. Gianfranco, nel timore di non reggere le torture, una volta in cella, si tolse la vita. Giorgio aveva i polsi ormai in cancrena a causa della corda strettissima che gli legava le mani dietro la schiena… alla fine con il corpo distrutto… venne fucilato». 

Dopo la Liberazione si sposò con Franco Calamandrei e divenne giornalista. Come corrispondente seguì tra tanti eventi la Guerra d’Indocina. Il frutto dei suoi reportage è stato pubblicato in alcuni libri. 
Il Partito comunista, che effettuava una rigida forma di controllo sulla vita privata dei dirigenti, a causa di valutazioni inopportune sul suo comportamento, la costrinse a rinunciare alla carica a cui era stata eletta. Ricordando quel periodo Maria Teresa scrisse in seguito nella sua Autobiografia: «Venivo cacciata io che avevo fatto parte dei GAP centrali e che poi, per anni, avevo dato l’anima per il Partito». In questa frase sono racchiuse tanta incredulità e tanta amarezza. 
È morta a Roma il 20 febbraio del 2000. 
Porta il suo nome un tratto del percorso ciclopedonale da Ponte Milvio a Castel Giubileo. 

C’è anche un nome femminile tra i tanti uomini insigniti in questo caso della Medaglia di bronzo al valor militare ed è quello di Giovanna Marturano, nata a Roma il 27 marzo del 1912. Femminista, partigiana e antifascista. 
Anche la sua fu una vita colma di impegno. Dopo il trasferimento della famiglia da Roma a Milano, abbandonò gli studi alla Facoltà di Architettura dell’Università “La Sapienza” e iniziò a lavorare come operaia. Fu schedata dalla polizia come “sovversiva” per la sua propaganda antifascista e arrestata scontò un mese di carcere. Durante la guerra fu una staffetta partigiana. 
Nel 1941 chiese alle autorità competenti un permesso per recarsi all’isola di Ventotene (dove erano confinati i soggetti ritenuti pericolosi per lo Stato) per sposare Pietro Grifone e, dopo varie peripezie, riuscì nell’intento con la celebrazione di quello che sarà sempre ricordato come “il matrimonio di Ventotene”.  
Quando cessò il conflitto continuò a militare nelle fila del Partito comunista italiano collaborando con il marito deputato nelle questioni legate alla riforma agraria. 
Ha dedicato tutta la sua vita in favore dei diritti dei più deboli e delle donne, ed ha contribuito alla fondazione dell’Udi. È stata anche Presidente onoraria dell’Anpi di Roma. 
In un’intervista ha dichiarato che la sua è stata una vita dura e difficile, «ma io non rimpiango nulla, se non forse che avrei voluto fare di più e meglio; ma con tutte le delusioni, le amarezze e i dolori e le gioie, questa è stata la mia vita e io l’ho vissuta intensamente e con entusiasmo, soffrendo, amando e lottando». 
È morta a Roma, a centouno anni, il 22 agosto 2013. 
È rimasta nella memoria collettiva come “la bimba col pugno chiuso”. 

***

Articolo di Ester Rizzo

Laureata in Giurisprudenza e specializzata presso l’Istituto Superiore di Giornalismo di Palermo, è docente al CUSCA (Centro Universitario Socio Culturale Adulti) di Licata per il corso di Letteratura al femminile. Collabora con testate on line, tra cui Malgradotutto e Dol’s. Per Navarra edit. ha curato il volume Le Mille: i primati delle donne ed è autrice di Camicette bianche. Oltre l’otto marzoLe Ricamatrici e Donne disobbedienti.

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