Il pane australiano 

«Gentile signora, mi chiamo Mary e vivo nel Nuovo Galles del Sud, vicino alla cittadina di Nowra.  
Le quattro mura che chiamo casa hanno anch’esse un nome, Bomaderry, un istituto che accoglie molti bambini e molte bambine nella mia condizione. 
Sono sola, gentile signora. Non vedo mia sorella da anni, accolta pure lei in un orfanotrofio, anche se molto distante da qui. Ai miei genitori, invece, non so cosa sia accaduto. Sono figlia di nessuno da ormai cinque anni, ma per fortuna ho trovato qualcuno disposto ad aiutarmi. 
Il governo ha infatti dato ordine che quelle come me venissero accolte e soccorse, che ci fosse data una possibilità a dispetto della nostra nascita e della nostra condizione.  
Sono stata ripulita, educata, sono seguita nella crescita e preparata affinché, uscita da questo rifugio, io possa trovare un lavoro che sia per me adatto e dignitoso. 
È davvero un bel posto, il Nuovo Galles del Sud, non crede? E poi Nowra è vicino al mare. 
Mi è stato insegnato che non si può essere tristi, vicino al mare, che pare di fare un torto alle onde se non si ricambia con un sorriso i loro quotidiani saluti di spumosa e salata allegria. 
Lo sa che una delle personalità più importanti di questa cittadina è stata una donna? Si chiamava Mary Reibey, era una deportata inglese finita in Australia dopo aver rubato un cavallo dalla casa in cui lavorava a servizio. Dopo essersi sposata e dopo la morte del marito, iniziò a gestire il patrimonio avuto in eredità, divenendo una delle donne di affari più importanti della costa. Quante opportunità che si possono cogliere in una terra ancora tutta da conquistare… 
Di Mary Reibey mi parlava sempre mio padre, inglese come lei, arrivato qui per vedere se il mondo di povertà, il solo che conosceva, potesse, qui dove il mondo finisce, cambiare in opportunità. 
E la ricetta del pane che le voglio insegnare l’ho imparata da lui.  
Il Damper bread è un pane da campo, preparato dagli allevatori e cotto sulla brace dei loro fuochi. In una ciotola si uniscono quattro tazze di farina e un cucchiaio di sale, mescolando con cura. Si aggiunge poi un cucchiaio di burro, tagliato in piccoli pezzi, e lo si amalgama bene. Si crea quindi un foro al centro dell’impasto e lì si versano una tazza di latte e mezza tazza di acqua, lavorando il tutto fino a farlo risultare omogeneo. Come lievito si possono usare bicarbonato di sodio o birra. A questo punto, si prende una padella di ghisa, la si unge con il burro e si mette a cuocere il pane, sopra le braci appiattite del fuoco, per circa dieci minuti. Dopodiché, si copre con le ceneri e lo si cuoce per un’altra mezz’ora. Alla fine, per capire se il pane è pronto, bisogna picchiettarlo sul fondo che deve suonare come se fosse vuoto. 
Una tecnica, questa, che dovrebbe essere usata in molte occasioni: battere il fondo per capire se e quanto si possa andare avanti. Sembra un controsenso, ma, mi creda, non lo è.  
La voglio salutare con una frase della Bibbia che, qui in istituto, ho imparato ad apprezzare, tratta da Qoèlet, 2:14: “il saggio ha gli occhi in fronte, ma lo stolto cammina nel buio”. 
La prego di scacciare il buio, mia cara signora, e di continuare a guardare e di cominciare a vedere. La prego di bussare sul fondo per scoprire la saggezza della verità. 
 
In fede, sua devotissima Mary». 

+ + + 

«Grazie. Grazie, mia cara signora. Perché, se sta leggendo questa mia seconda lettera, vuol dire che ha scelto di andare oltre l’argine dell’ultima parola.  
Sono stata costretta a celare queste altre pagine sul fondo della busta che le ho inviato perché la mia corrispondenza è strettamente controllata.  
Io mi chiamo Arora. Mary è il nome che mi hanno dato qui, a Bomaderry, il posto che mi obbligano a chiamare casa, ma che è, invece, la prigione dove mi hanno rinchiusa, un orfanotrofio con le sbarre alle finestre e la porta serrata da catene e lucchetti. E proprio le sbarre alle finestre sono la prima cosa che si nota arrivando qui. Non proprio un gran biglietto da visita, non crede? 
Il mare lo si sente in lontananza, ne arriva persino il profumo, ma a cosa vuole possa servire un profumo quando si è chiusi dentro una tomba? È solo una presa in giro della vita che, sadica, sta lì a ricordarti ciò che hai perduto. 
E io, mia cara signora, a parte la possibilità di mettere e buttare aria dai polmoni, non ho più nulla. Non ho nome, famiglia, lingua, identità. Ho una colpa, imputatami dal governo, che io però non riesco proprio a riconoscere come tale.  
Sono una half cast, una mezza casta, una meticcia, nata da una donna della tribù dei Jarijari e da un uomo inglese emigrato qui. Peccato, però, che io mi veda solo come la figlia di mio padre e di mia madre. Ed è da lei che ho ereditato la colpa. Capisce? Ella ha sempre abitato qui, conosce i passi che servono per correre lungo il fiume Murray, i nomi dei venti e gli odori che ne annunciano l’arrivo, il punto esatto in cui cielo e terra si toccano, dove le anime camminano, dove trovare l’acqua anche quando sembra non esserci più. Mio padre, invece, per muoversi ha bisogno di una bussola, non sa affrontare un serpente se non uccidendolo, le medicine se le deve comprare, ride — ancora — davanti al salto di un canguro.  
Eppure, poiché lui è bianco, ed è figlio e nipote dei bianchi armati di fucile e con la Bibbia sotto il braccio, pare avere il diritto di essere chiamato cittadino. Lei lo sapeva che la carnagione e un po’ di polvere da sparo possono fungere da diritto di appartenenza meglio di generazioni intere che hanno vissuto, calpestato uno stesso posto, mischiandosi con acqua e terra a formare il fango dal quale tutto nasce? 
A mia madre hanno provato a farlo capire.  
A lei e a tutti quelli e quelle come lei, nelle generazioni passate, hanno provato a spiegare che avrebbero dovuto estinguersi. Ma non si può immaginare quanto possa essere cocciuta e arrogante l’ostinazione alla sopravvivenza. Neanche la segregazione è bastata a far capire a queste donne e a questi uomini che non erano più le benvenute e i benvenuti in casa loro. La politica si è quindi vista costretta ad aggiustare il tiro.  
Seguendo la legge di natura, secondo cui l’individuo più forte mangia il più debole, il governo ha promosso e incentivato i matrimoni misti: la razza bianca, pura, forte, avrebbe lavato via, con il passare delle generazioni, quella aborigena, che già di suo si trova a metà strada, né europea né africana, troppo sporca per essere giusta, troppo poco nera per essere negra. La fase di assimilazione, però, tardava a dare i suoi frutti. E allora sono venuti a prenderci. Casa per casa, campo per campo. Sono entrati in ogni stanza a strappare i figli e le figlie dei matrimoni misti che loro stessi avevano voluto per rinchiuderli e rinchiuderle negli orfanotrofi e negli istituti, per cancellarli per sempre.  
Da noi sono venuti nel tardo pomeriggio, li abbiamo visti arrivare. Mia sorella Najlaa ha provato a cospargersi di grasso animale e carbonella per apparire nera, ma, si sa, la fretta non ha mai aiutato nei lavori di fino. Io mi sono nascosta tra due materassi: mi ha tradita il bisogno di respirare. E che proprio questa sia l’unica cosa che mi sia rimasta, lo reputo uno scherzo decisamente crudele. Hanno sparato a mio padre e picchiato mia madre, e ci hanno portate via, lontane. Non ho più rivisto nessuno di loro.  
Arrivata a Bomaderry, sono stata lavata, vestita e dotata di una Bibbia. Mi è stato proibito di parlare la mia lingua, di osservare le mie abitudini, di vedermi meticcia. Chi sbaglia, qui, deve “fare la riga” ed essere picchiata da tutti gli ospiti dell’istituto, uno per volta, uno schiaffo e un pugno, con ordine e precisa disciplina.  
Mi hanno tolto il mio nome e chiamata Mary. 
Ma io sono Arora, signora. Non Mary. Arora. Perché così sono nata e perché così hanno scelto mia madre e mio padre. Sono loro figlia, mezza inglese e mezza aborigena. Australiana proprio per questo, nonostante mi stiano cancellando per farmi credere il contrario.  
Se c’è una cosa che ho capito nello stare qui è che il Dio che hanno scelto di farmi pregare è parola. E allora parli di noi, di me. Impari la mia vicenda e la racconti, perché ci possa arrivare la benedizione della memoria e della storia. 
La voglio salutare lasciandole la ricetta di un altro pane, quello che faceva mia madre, il bush bread, cucinato con la farina dei semi che le donne della tribù riuscivano a trovare. Li coglievano, li vagliavano, li macinavano e li mischiavano con l’acqua.  
Se ci pensa bene, cara signora, ogni pane è fatto di acqua e farina. Questa può cambiare, è vero, ma nessun affamato si sognerebbe di dire che una è superiore a un’altra, che un pane meriti di venir mangiato e l’altro è degno solo della discarica. Forse è questo il problema: il pensare che l’esser sazi sia un merito e l’aver fame una colpa imputabile solo a chi ha lo stomaco vuoto. 
Che Dio la benedica. Che Ngalyod la protegga. Di me sembrano essersi scordati».  

***

Articolo di Sara Balzerano

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Laureata in Scienze Umanistiche e laureata in Filologia Moderna, ha collaborato con articoli, racconti e recensioni a diverse pagine web. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è avere, sempre, la forza di continuare a chiedere Shomèr ma mi llailah (“sentinella, quanto [resta] della notte”)? Perché crede nei dubbi più che nelle certezze; perché domandare significa – in fondo – non fermarsi mai. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice.

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