Toponomastica femminile e gli enti locali. Sulle vie della parità di genere 

Lo scorso 10 settembre, alla Festa dell’Unità nazionale di Bologna, la vicepresidente di Toponomastica femminile Danila Baldo è stata invitata a parlare di buone pratiche, per superare il gap esistente fra le intitolazioni maschili e femminili nei luoghi pubblici, con le rappresentanti dei comuni dell’area metropolitana bolognese: sul palco le consigliere del Comune di Casalecchio di Reno Lorena Peri e Isabella Guidotti, organizzatrici della serata, la Consigliera regionale di Parità Sonia Alvisi, la consigliera comunale di Bologna Federica Mazzoni, e infine, Concetta Bevacqua, assessora alle Pari opportunità del Comune di Casalecchio di Reno. L’incontro si è tenuto presso la Sala Bologna dedicata alla memoria di Marco Valdisserra, operaio molto impegnato socialmente e politicamente, morto due mesi fa a soli sessant’anni per una malattia legata al suo lavoro in officina e vittima anch’esso dell’amianto, dopo aver combattuto per anni in Afeva, l’associazione familiari vittime amianto dell’Emilia-Romagna. 

Da sinistra: Federica Mazzoni, Lorena Peri, Sonia Alvisi, Danila Baldo, Isabella Guidotti, Concetta Bevacqua

Si parte da una domanda: le nostre strade sono la nostra memoria? Nella toponomastica compaiono sia nomi geografici, di città o luoghi, sia personaggi illustri, che in questo modo vengono ricordati e celebrati. Ma sono poche le strade, e anche gli spazi pubblici, intitolati alle donne: di statue, poi, quasi nessuna. Attraverso la toponomastica, quindi, è possibile leggere i rapporti di potere che esistono nella nostra società, ed è possibile, oltre che necessario, agire per apportare un cambiamento sostanziale. 
La drammatica attualità, che ha visto troppi femminicidi nell’ultima settimana, ha reso il tema ancora più cogente. Se la violenza insostenibile che le donne sperimentano ogni giorno deriva innanzitutto da una cultura che non le rispetta, allora è evidente che per cambiare la cultura androcentrica in cui si trovano, le donne vanno riconosciute nel loro valore e nominate. 
Infatti, come ha messo bene in luce Danila Baldo, esse sono state ritenute, finora, anche da chi ha voluto rivendicarne l’esistenza, “l’altra metà del cielo”, un soggetto altro, quindi, spesso ridotto al silenzio, rispetto al modello primo e significante: meglio dire oggi “una delle due metà del cielo” per rivendicare effettiva parità, anche simbolica. Luce Irigaray afferma che la posizione di “altro dal medesimo” è servita all’uomo per confermare la propria immagine di incontestabile superiorità. E non a caso nella cultura greca, che era fortemente misogina, le donne venivano escluse dalla vita politica della polis, insieme agli schiavi e ai meteci. 
Oggi, dopo un lungo cammino di emancipazione e liberazione non ancora concluso, sentiamo più che mai la necessità di ricostruire la nostra “genealogia femminile”, non solo quella che ci lega al corpo della madre, ma soprattutto nella prospettiva simbolica che ci porta sul terreno della storia e della parola. Far uscire le donne dall’invisibilità è un atto politico: è necessario riportare alla luce le loro storie e le diverse modalità con le quali hanno contribuito al miglioramento della società. 
Toponomastica femminile promuove la ricostruzione di queste “reti della memoria” tramite il concorso Sulle vie della parità, che quest’anno propone una nuova sezione in cui la ricerca d’archivio diventa uno strumento fondamentale per ricostruire le vite di personalità locali più o meno note. 
Nominando le donne e raccontando le loro storie, quindi, è possibile dare alle più giovani generazioni la possibilità di rispecchiarsi in modelli virtuosi, lontani da quelli che le vorrebbero succubi o oggettivate. «Una donna che riesce, riesce per le altre», diceva Tina Anselmi. In che modo? Le donne hanno bisogno di trovare nello sguardo delle altre la dimostrazione che è possibile fare ed essere: ministra, sindaca, consigliera, avvocata… 
Insomma, una società che non riconosce l’autorevolezza femminile, non considera l’autodeterminazione delle donne né nella sfera domestica né nel mondo del lavoro. 
Nel linguaggio come nella toponomastica, in quanto espressione di un’identità condivisa, è necessario dare spazio alla presenza femminile. Con i loro nomi, le donne tracceranno un percorso urbano-territoriale-simbolico che dal passato ci proietta in un futuro necessariamente improntato alle pari opportunità. 

Le relatrici hanno riportato alcuni esempi di buone pratiche, evidenziate dalla mostra fotografica allestita presso la sala: come ha voluto sottolineare l’assessora Bevacqua, sarà ben difficile sanare il gap che vede in media solo il 5% di vie dedicate a figure femminili, dato che la linea politica che si persegue è evitare il più possibile consumo di suolo, e quindi creazione di nuove strade, ma le intitolazioni di luoghi finora anonimi come parchi, giardini, rotonde o piazzette a donne, ha avuto molto successo presso le comunità locali ed è la via giusta. 
Tra le figure femminili oggetto di intitolazione sono state ricordate l’attrice Laura Betti, a cui è intitolato il teatro di Casalecchio; la partigiana Diana Sabbi, che ora dà il nome alla scuola primaria di Pianoro; l’ostetrica Maria Trebbi a San Lazzaro; la partigiana Alba Maldini a Zola Pedrosa; la consigliera comunale e attivista Marcella Di Folco, a cui è stato intitolato un piazzale dentro villa Cassarin a Bologna; l’ostetrica Zelinda Martelli a Castel Maggiore; la soprano Maria Callas a Castenaso; l’archeologa Marija Gimbutas, a cui è dedicato un giardino a Sasso Marconi; infine le prime donne elette in Consiglio comunale a Granarolo Emilia e le lavandaie, il cui impegno viene ricordato con una targa nell’area verde Canale dei Molini a Imola. 
È evidente, come ha scritto recentemente Cristina Comencini, che «la forza femminile, così diversa da quella maschile, si farà strada comunque, che gli uomini lo vogliano o no. Sarebbe meglio lo volessero e studiassero questo nuovo mondo e ne scrivessero, e si dimostrassero intelligenti e nuovi anche loro, ma se non riusciranno a farlo, non importa, lo faremo noi, da sole, piano e decise fino in fondo. Lo stiamo già facendo». 

***

Articolo di Elisa Fontanelli

Laureata in Storia dell’arte, ha collaborato con alcuni musei in Francia e in Italia. Borsista e collaboratrice dell’Associazione Archivi Storici delle Famiglie, ha effettuato una ricerca su Maria Luisa di Borbone ed è fra le autrici del volume Una donna nella tempesta: dagli archivi familiari, la vita di Maria Luisa di Borbone. Collabora con la rivista «Quaderni Asiatici» ed è curatrice per La Soffitta Spazio delle Arti di Sesto Fiorentino. 

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...