Lezioni afgane – Il settembre di Limes 

«Non si possono trarre lezioni dalla storia, ma è meglio evitare di invadere l’Afghanistan». Alessandro Barbero 

Tutti e tutte coloro che vogliano comprendere quanto è accaduto in Afghanistan, emancipandosi dalla narrazione dei media generalisti, avranno molto da apprendere dall’ultimo numero di Limes. Il titolo non è stato scelto a caso, perché in questo numero della rivista di geopolitica diretta da Lucio Caracciolo gli articoli cercano di individuare che cosa possiamo imparare dal ritiro dell’esercito statunitense e dei suoi alleati da questo territorio montuoso, impervio, minato da divisioni etniche, caratterizzato dalle asperità del clima, pieno di postazioni favorevoli per agguati e colli di bottiglia e difficile da controllare, «cimitero degli imperi», come qualcuno, a torto o a ragione, lo ha definito. Il taglio di questo numero, quindi, a partire dal titolo, è quasi pedagogico. 

 

Le immagini della caduta di Kabul hanno fatto concentrare l’attenzione dei media sui diritti delle persone rifugiate e sulla condizione delle donne con il ritorno dei Talebani, qualcuno ha anche parlato di declino e sconfitta dell’Occidente, altri hanno cantato il de profundis alla Superpotenza americana, altri ancora hanno parlato di uno sconvolgimento nei rapporti di forza tra le potenze. Qualcuno si è lanciato a fare paragoni con il Vietnam. Lascerò la confutazione intelligente di questa teoria a chi leggerà gli articoli. Pochi hanno provato a decifrare la vicenda con gli strumenti della geopolitica, dimenticandosi che Biden, fin dal 2009, chiedeva inascoltato, a gran voce, il ritiro delle truppe americane ed alleate da questo Stato senza sbocchi sul mare.

All’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle e a un’ala del Pentagono dell’11 settembre 2001, il primo errore della politica statunitense fu quello, inizialmente comprensibile, di reagire emotivamente e irrazionalmente, elevando una tattica o una tecnica, anche se la più pericolosa, il terrorismo, a soggetto nemico e rispondendo all’attacco di matrice saudita pakistana con l’invasione dell’Afghanistan in cui alcuni gruppi di Talebani avevano dato ospitalità a Bin Laden. 

 

Che senso avesse invadere ed attaccare, con l’aiuto degli alleati Nato desiderosi di farsi notare dalla Superpotenza, un Paese per combattere una tattica o una tecnica, ancora non riusciamo a capirlo. Non era bastato il ritiro, nel 1989, delle truppe sovietiche. Gli Stati Uniti vi rimasero per vent’anni nella più lunga, incomprensibile e probabilmente inutile occupazione militare della loro storia.

Il ritiro si è concluso lo scorso agosto con un enorme dispendio di energie, vite umane, armi e denari, lasciando in mano agli insorgenti, gruppi eterogenei di taliban afgani, le sorti di questo Paese poco interessante militarmente e strategicamente per gli Usa. La storia è nota: il Governo armato dagli alleati si è arreso quasi subito ai taliban e il ritiro delle truppe statunitensi non è stato particolarmente brillante. L’attentato all’aeroporto ad opera dell’Isis Khorasan ha fatto strage di persone, tra cui 13 soldati americani e 182 civili, e la ritorsione statunitense coi droni ha ucciso dei civili per errore.   L’esportazione della democrazia prima e la lotta al terrorismo poi si sono rivelate teorie utili solo per coprire l’invasione di un territorio straniero e la permanenza degli ultimi dieci anni è stata finanziata dall’acquisto del debito statunitense da parte del governo cinese, ben contento che a garantire una certa stabilità nel territorio ci fosse qualcuno di diverso da sé. La ritirata era già stata decisa il 29 febbraio 2020 in Qatar, a Doha, con la mediazione della Turchia e l’accordo tra il non riconosciuto Emirato Islamico dell’Afghanistan, noto come taliban, che sanciva il ritorno alla situazione del 2001 in 14 mesi, a due condizioni: «il divieto per il futuro Stato talibano di accogliere nuovamente gruppi terroristici di matrice islamica e la richiesta di concordare con il fantomatico governo di Kabul una transizione ordinata».  

Solo i nostri giornali generalisti, spesso ripiegati sul loro ombelico a raccontare le bizze tra i componenti del Governo Draghi, si sono stupiti di quanto è successo. Ma sarebbe bastato seguire qualche puntata di Mappa Mundi, il canale youtube di Limes, per non farsi cogliere impreparati dalla notizia e per evitare figuracce come quelle di quei giornalisti e politici che si sono immediatamente scatenati contro le poche persone preparate che avevano osato dire che con i taliban si doveva trattare. 

I due articoli che meglio aiutano a capire quanto è successo sono l’editoriale del Direttore e Via dall’Afghanistan o della palingenesi dell’America di Dario Fabbri. Partiamo da questo: altro che di declino deve parlarsi per gli Usa, secondo il consulente scientifico di Limes: la ritirata ha presentato delle falle, è stata gestita in modo disastroso, anche perché non ci si aspettava che i taliban arrivassero tanto presto a Kabul e le scene a cui abbiamo assistito resteranno per sempre impresse nella nostra memoria. Certamente ha provocato un danno di immagine a Biden, che si era presentato come il paladino dei diritti umani, ma a ben guardare è stata una scelta utilissima per gli Stati Uniti. Questa invasione non aveva senso 20 anni fa, perché l’Afghanistan non è un Paese strategico per gli Americani e non ha senso nemmeno adesso, perché il Paese rimane fuori dalla traiettoria Usa. Andandosene gli Usa «hanno lasciato il buco nero ai propri antagonisti» e questa ritirata potrebbe essere una trappola proprio per questi Stati, lasciati ad impantanarsi al loro posto. «Disegno che in queste ore terrorizza cinesi, russi, turchi, iraniani, assai meno trionfanti di come appaiono». Secondo Fabbri l’unica cosa che potrebbe davvero danneggiare l’America oggi è la reazione emotiva dell’opinione pubblica interna. Per il resto con questo ritiro, sicuramente male organizzato, gli Usa hanno mostrato una maturità strategica insolita. Il dispetto più grande della ritirata è stato fatto probabilmente ai cinesi che, con il ritorno dell’instabilità nella regione, temono che il caos travolga il Pakistan e metta in pericolo «il corridoio che dal Xinjiang conduce al porto di Gwadar, cruciale snodo delle nuove vie della seta. E che eventuali fazioni fondamentaliste ospitate dai taliban possano congiungersi con gli uiguri». 

 

Trema la Russia, non solo perché lo stallo americano in Afghanistan era un po’ come una rivincita della Federazione, ma perché i jiadhisti afgani potrebbero riallacciare legami con quelli caucasici delle repubbliche più meridionali della Federazione e il vuoto lasciato da Biden potrebbe favorire la Turchia, antica nemica, nella gestione dell’aeroporto di Kabul. Trema anche l’Iran, che teme di perdere la propria influenza a beneficio di Turchi e Pakistani. Teme anche l’India, soprattutto per il vantaggio che la ritirata e l’avvento dei taliban hanno dato al suo nemico storico, il Pakistan. «In questa fase Washington segnala di volersi concentrare quasi esclusivamente sul contenimento marittimo della Cina». La competizione tra Stati Uniti e Cina si decide in mare, non sulle alture dell’Hindu Kush, tanto meno in un territorio che è privo di infrastrutture e in mano ai clan. 

Dall’editoriale di settembre apprendiamo che durante questi 20 anni migliaia di contractors e di soldati, tra cui 53 italiani, hanno perso la vita. «Ogni giorno, ricorda Biden, si suicidano in America mediamente 18 veterani di guerra. Al 21 giugno scorso, le campagne militari del dopo-Torri Gemelle hanno spinto 30.177 reduci a togliersi la vita, più del quadruplo dei 7.057 regolari caduti sul campo. Statistica da cui sono esclusi riservisti, uomini della Guardia nazionale e naturalmente mercenari (contractors) – categoria più falcidiata sul terreno afghano e non solo. Considerando anche lo iato fra suicidi tentati e commessi, la diagnosi sul morale delle Forze armate statunitensi, dunque sulla loro efficienza, è allarmante». Andarsene era ormai necessario, ci avevano pensato lo stesso Bush, Obama e Trump e per farlo si è trovato un nemico comune, l’Isis-K e ci si è di fatto alleati con i taliban, negoziando con loro. 

 

Prima di esaminare alcuni articoli di questo numero, vorrei accennare ad un approfondimento, che non compare qui, ma che è stato pubblicato in Il mondo oggi, appuntamento quotidiano online della rivista, estremamente interessante: Afghanistan, Droga di Francesco Paolo La Bionda. Tutte/i sanno, soprattutto dagli scritti di Roberto Saviano, che l’Afghanistan è governato dai signori della droga e che vi si smerciano oppio ed eroina, ma da qualche tempo vi si produce anche metanfetamina ed in particolare i cristalli, denominati sheesha, di cui siamo venuti a conoscenza attraverso la serie americana Breaking Bad. L’articolo inizia così: «L’efedra sinica è un arbusto tenace. Abbonda sulle colline aride dell’Afghanistan centrosettentrionale, dove è chiamata oman. I suoi ciuffi di lunghi steli non hanno valore ornamentale e i suoi pseudofrutti rossi non sono consumati come alimento. Eppure, pur di procurarsela molti contadini afghani sono disposti a inerpicarsi sui pendii rocciosi, armati di falcetto e coraggio. I narcotrafficanti del paese asiatico hanno scoperto come estrarre il principio attivo contenuto nella pianta, l’efedrina, che utilizzano come precursore per produrre metamfetamina. I contadini guadagnano appena pochi centesimi di dollaro al chilo per questo raccolto. Ma l’attività è comunque redditizia perché l’oppio e la cannabis non crescono bene in quest’area e l’efedra non richiede nemmeno lo sforzo della coltivazione. La domanda è inoltre inesauribile: i mercanti che riforniscono i laboratori clandestini caricano tonnellate di arbusti alla volta sui propri camion». Il racconto prosegue descrivendo l’attività dei cuochi afgani e di altre nazionalità e ci fa scoprire come la dipendenza da questa pericolosissima sostanza sia diffusa praticamente ovunque, anche in Medio Oriente, in particolare nella Repubblica Islamica, ma pure in Iraq e fino in Australia. Lo scorso luglio nel porto di Salerno la Guardia di finanza ha sequestrato ben 84 milioni di pillole di metanfetamina nascoste in tre container provenienti dalla Siria. «Il sequestro di Salerno è la prova lampante che la febbre delle amfetamine in Medio Oriente deve preoccupare l’Italia». 

George Friedman, nel suo articolo molto dettagliato, analizza a fondo gli errori commessi dagli Usa in Afghanistan e suggerisce le lezioni da apprendere. Ricorda una verità basilare di Rudyard Kipling sull’Afghanistan: «Quando vieni ferito e lasciato sulle piane afghane, e le donne vengono fuori a fare a pezzi ciò che resta, prendi il tuo fucile, sparati in testa e vai dal tuo dio come un soldato». Sempre a tale proposito, Perseverare diabolicum di Rosario Aitala inizia con quest’affermazione efficace: «La realtà è quella cosa che se smetti di crederci non svanisce». Se il terrorismo, cioè l’uso politico della paura, è un metodo di coartazione e di manipolazione della psiche, la «guerra al terrore» è stata al tempo stesso strumento di adulterazione, manomissione intenzionale e sintomo patologico di negazione e travisamento del reale. Per vent’anni il supposto «conflitto» si è retto su sillogismi, apparenze, astrazioni, narrazioni. I prodromi dell’11 settembre sono da rinvenire negli anni Ottanta, quando gli Usa, per avversare l’Urss, si alleano con i Sauditi e i Pakistani, favorendo la sconfitta sovietica e forse anche la nascita dei Talebani, gli studenti del Corano. La natura giuridica dell’accordo con i taliban è oscura. Non siamo di fronte a un trattato internazionale – espressione che designa l’accordo concluso fra Stati, fonte di diritto internazionale. Interviene fra uno Stato e un’entità incerta designata con la stravagante locuzione di «Emirato Islamico dell’Afghanistan» non riconosciuto dagli Stati Uniti come Stato e noto come «taliban». I movimenti insurrezionali possono concludere accordi, ma nonostante ciò si è preferito, si è voluto un accordo anomalo di questo genere, per giunta fatto anche a nome degli alleati, che però non sono intervenuti, in una forma giuridicamente opinabile. Da questo approfondimento apprenderemo molte lezioni per rileggere parecchi avvenimenti degli ultimi 20 anni. 

Un altro articolo molto significativo è quello scritto da Orietta Moscatelli, caporedattrice di askanews ed esperta di Russia, La profezia di Gromov, ovvero come i russi si schierano nel dopoguerra. Russia e Cina gioiscono di quella che vedono come una sconfitta americana. Con le parole del generale Gromov i sovietici furono «i primi a difendere la civilizzazione occidentale contro gli attacchi dei fanatici musulmani. Nessuno ci ha ringraziato, anzi, tutti ci osteggiavano». La Russia non interverrà, ma teme che il risorgere dei gruppi terroristi islamici possa raggiungere il suo estero vicino, i vari stan: Tagikistan, Turkmenistan e Kirghizistan e che molti profughi afghani possano dunque portare il caos nelle ex Repubbliche sovietiche. 

 

La lezione del Gulistan tomba degli italiani è quella che secondo l’autore dovremmo apprendere: non è vero che non avremmo dovuto andare in Afghanistan e neppure che ci siamo andati per difendere i diritti delle donne. «Privi di libertà decisionale strategica e in parte pure tattica, in futuro potremo almeno decidere come impiegare sul campo i nostri uomini e le nostre donne. E sapere che cosa chiedere in pegno». Sono dieci gli individui che abbiamo perso in due anni, ricordati una per una per nome, dall’articolo che analizza le operazioni italiane in aree pericolose dell’Afghanistan, con una lezione di strategia militare che interesserà le persone appassionate di questa che faccio fatica a chiamare arte. «Abbiamo combattuto per quasi vent’anni e il risultato è stato un ritiro umiliante. Abbiamo speso 8,8 miliardi di euro. Ci abbiamo spedito 50 mila nostri connazionali. In 54 non sono mai tornati; in settecento sono rimasti feriti; incalcolabile il numero di chi non riuscirà più a dormire la notte. Abbiamo perso la Seconda guerra mondiale, siamo stati sconfitti e occupati dagli Stati Uniti. È questo il nostro status in un mondo che funziona ancora con le gerarchie del dopo-1945. In quanto nazione esportatrice e priva di ingenti risorse naturali, dipendiamo da rotte marittime che non saremmo in grado di proteggere da soli e che soltanto l’America mantiene aperte e liberamente transitabili. Spesso, le dobbiamo pure la protezione dalle speculazioni sul nostro immane debito…». 

In appendice un approfondimento da leggere: Limiti e pericoli delle italiche regole di ingaggio, a cura di Livio Zaccagnini. Sempre su questo punto si cimentano Germano Dottori con Perché e come siamo andati in Afghanistan e L’Italia in Afghanistan (2001-2021) di Alberto de Sanctis. La dottrina Rumsfeld nel 2001 spinse gli Usa a fare a meno dell’articolo 5 della Carta Atlantica e a fare da soli, evitando gli errori commessi dai sovietici. Noi e gli altri alleati rimanemmo in Afghanistan per renderci utili agli Stati Uniti in operazioni di nicchia. Forse questo è il momento del retrenchment (ridimensionamento): dobbiamo assumerci la responsabilità diretta del mantenimento dell’ordine nelle regioni in cui viviamo, dal momento che l’obiettivo prioritario degli Usa, anche dopo l’accordo dell’Aukus, è diventato il contenimento della Cina. 

Questo numero è ricchissimo di ulteriori approfondimenti, molti sul ruolo che l’Italia dovrebbe avere d’ora in poi nei confronti degli Usa. Il consiglio che viene da più parti è di non abbandonare il Mediterraneo, chiamato Medioceano, e di presidiare Caoslandia, controllando lo Stretto o Canale di Sicilia, la Libia, stando molto attenti alle conseguenze per l’Italia di ciò che sta accadendo in Tunisia e seguendo eventualmente in modo solo scenografico gli Usa nell’IndoPacifico a contrastare la Cina. Su questo punto Fabbri e Caracciolo hanno opinioni diverse.  

Un approfondimento a parte meritano A caccia di un posto al sole nel Mar Rosso, di Fabrizio Maronta e Gli esiti della contesa per le Isole del Mar Rosso meridionale di Gabriele Ciampi, che per questioni di spazio non si possono affrontare, ma sul punto consiglio di seguire la puntata di Mappa Mundi sul canale dedicato. Altrettanto illuminanti per comprendere le mire turche gli articoli Il lupo turco non è più idrofobo. La strategia marittima di Ankara per espandersi nel Turkestan e La vera posta in gioco della guerra in Yemen è il bottino marittimo tutti da leggere, insieme a In Tunisia va in onda lo scontro tra Francia e Turchia, per comprendere dinamiche che i media generalisti non raccontano mai. Tutta questa parte, legata all’importanza strategica dei mari è stata particolarmente approfondita ne Le giornate del mare, il Convegno di Limes che si è tenuto a Trieste nelle giornate del 18 e 19 settembre scorso, tutto reperibile in rete e di cui parleremo in un prossimo articolo.

«C’è un esercizio disumano cui ogni soggetto, individuale o collettivo, è condannato se vuole stare al mondo. Guardarsi con gli occhi di chi ti osserva. Da fuori a dentro. Per incrociare lo sguardo esterno con il proprio. È il precetto cardinale della geopolitica, artigianato dialettico per necessità e gusto. Come per fissare la propria posizione sulla carta topografica occorre coordinare latitudine e longitudine, così per determinare la collocazione geopolitica di uno Stato è d’obbligo coniugare l’autoidentificazione con i modi altrui di considerarlo». L’editoriale di Lucio Caracciolo, non a caso intitolato Dalla Luna alla Terra via mare va assaporato come sempre alla fine, dopo avere letto gli articoli più interessanti del volume. Contiene spunti interessanti per il nostro Paese, se solo l’Italia avesse il coraggio di guardarsi con gli occhi degli altri e cominciasse a considerarsi una potenza marittima destinata a presidiare quel Mare nostrum che da tempo Limes chiama Medioceano.

Last but not least, su questo numero il secondo approfondimento dedicato a Pennacchi e il richiamo, nel denso editoriale del Direttore, all’opera Maometto e Carlomagno di Henri Pirenne.

Buona lettura!

 

***

Articolo di Sara Marsico

Ama definirsi un’escursionista con la e minuscola e una Camminatrice con la c maiuscola. Docente per passione da poco in pensione, è stata presidente dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano e referente di Toponomastica femminile nella sua scuola. Scrive di donne, Costituzione e cammini.

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