Sa femina accabadora. Eutanasia tra leggenda e tradizione popolare 

Eutanasia sta a indicare la morte bella, ovvero morte non dolorosa procurata o facilitata tramite l’uso di farmaci per alleviare le sofferenze di una persona malata. 

Il dibattito sull’eutanasia non è circoscritto al nostro secolo, il mondo antico già prendeva in esame le eventuali soluzioni etiche e giuridiche di ciò che allora era chiamata “buona morte”, a partire dalla fine del XX secolo è stato affrontato in modo radicale e con profondi cambiamenti. 

Dal punto di vista sociale e medico le condizioni sono cambiate (v. Ariés, 1977; Elias,1982; cfr. B. Fantini e M. D. Grmek, Le definizioni di vita e di morte nella biologia e nella medicina contemporanea, in AA.VV., Bioetica, 1989, pp. 163-200), si è rafforzata la propensione a completare la fine naturale degli esseri umani per vecchiaia, in ospizi e con una sopravvivenza spesso garantita artificialmente nelle ultimissime fasi, resa possibile dai progressi della medicina negli ultimi decenni, pure in mancanza di una completa autonomia e coscienza.  

Tuttavia, oggi si vanno ampliando la presa di coscienza, favorita anche dai dibattiti bioetici, e la responsabilità nei confronti dei problemi legati al morire, ovvero decidere in base alle strategie terapeutiche e alla libertà individuale del proprio destino rispetto al potere della medicina. 

Per questo motivo si rende necessaria l’esigenza di un testamento biologico, un documento con cui una persona, dotata di piena capacità, esprima la propria volontà a proposito dei trattamenti ai quali desidererebbe o non essere sottoposta nel caso in cui nel decorso di una malattia o per traumi improvvisi, non fosse più in grado di esprimere il proprio consenso e non ci fosse una plausibile speranza di guarigione.   

Testamento biologico. Indicazioni 

Molte/i ritengono l’eutanasia moralmente inammissibile, perché credono alla sacralità della vita, per esse/i essendo un bene in sé non appartiene alla persona, questa è anche la posizione della Chiesa cattolica, «nessuno può attentare alla vita di un uomo innocente senza opporsi all’amore di Dio per lui, senza violare un diritto fondamentale, inalienabile, senza commettere perciò un crimine di estrema gravità». Ma, contrapposta a queste prese di posizione, è la bioetica contemporanea che dà molto spazio all’etica della cura, che non vuole somministrare terapie, medicamenti e altro, ma “prendersi cura”, cioè farsi carico delle sofferenze della persona, rivolgendosi soprattutto ai malati terminali mirando a perfezionare il trattamento del dolore (cure palliative) e accompagnare i/le pazienti verso una “buona morte”. 

Prima che si parlasse di eutanasia e di leggi sul fine vita, le decisioni delicate sulla vita o la morte erano affidate a una figura femminile ancora oggi avvolta in un alone di fascino e mistero. Studi approfonditi e analisi della documentazione rinvenuta presso curie, diocesi sarde e musei, hanno accertato la reale esistenza di questa figura a metà tra leggenda e tradizione popolare di una terra, la Sardegna, ricca di storie ammalianti e di retaggi culturali che parlano di tempi antichi mai dimenticati: era compito di sa femina accabadora (o aggabbadora) procurare la morte a persone in agonia. 

L’Accabadora. Foto di Christian Lampis 

L’accabadora era una donna chiamata dai familiari del/la malato/a terminale, ma non era pagata perché considerato sconveniente dal punto di vista morale e fatalmente contrario sul piano della superstizione. Ella giungeva nella casa del/la moribondo/a, di qualunque età, pare lo facesse di notte e il/la morente vedendo entrare sa femina vestita di nero e con il viso coperto capiva che era alla fine delle sue sofferenze: un atto pietoso, ma necessario alla sopravvivenza dei familiari in particolare per le classi meno abbienti: negli stazzi della Gallura e nei piccoli paesi lontani, dove un medico doveva cavalcare per diversi giorni prima di arrivare, ciò serviva a evitare lunghe e atroci sofferenze e la persona veniva soppressa con un cuscino o assestandole il colpo de su mazzolu provocandone la morte. Andava via quasi in punta di piedi come se avesse compiuto una missione, e i familiari esprimevano immensa gratitudine offrendole i prodotti della terra.  

Solitamente il colpo era diretto alla fronte o alla tempia, da cui il termine accabadora (dallo spagnolo acabar = terminare o dal sardo s’acabbu = la  fine), che significa letteralmente dare sul capo. Su mazzolu era una sorta di bastone costruito appositamente con un unico ramo di olivo, pare fosse lungo circa cm 40 e con l’estremità larga fino a cm 20; un bastone attribuibile a una di queste donne è stato rinvenuto nel 1981, nascosto in un muretto a secco vicino a un vecchio stazzo che un tempo era forse la casa di una accabadora; oggi l’oggetto, l’unico di cui si abbia notizia, è conservato nel Museo Etnografico Galluras, a Luras, in provincia di Sassari.  

Museo Etnografico Galluras. Su mazzolu 

L’accabadora ha continuato a svolgere il suo ruolo fino a pochi decenni fa in particolare nella parte centro-settentrionale dell’isola; fra i tanti documentati gli ultimi episodi a Luras nel 1952, altri sono stati tramandati oralmente e dalle memorie delle famiglie, le quali ricordavano che un nonno o bisnonno aveva avuto a che fare con la signora vestita di nero. Nessuna condanna è stata mai inflitta a queste donne, tutti sapevano e tacevano, materialmente e moralmente infatti si facevano carico di porre fine alle sofferenze del malato o della malata, la loro esistenza era considerata un fatto naturale: come la levatrice aiutava a nascere, l’accabadora aiutava a morire. Non è da escludere che i due ruoli fossero propri della stessa donna, il compito poteva distinguersi per il colore dell’abito, scuro per la morte, chiaro per la nascita.  

In Sardegna, questa figura è espressione socio-culturale e storica della pratica dell’eutanasia, nella cultura dei sardi non è mai esistita la paura della morte ed è giunta fino a noi grazie agli artiste/i che, incantate/i, hanno deciso di scriverne e di farne addirittura dei film. 

Locandina del film L’Accabadora 

Il regista Enrico Pau, nel film L’Accabadora uscito nel 2016, indaga sul mistero della dolce morte. Annetta, una donna solitaria e silenziosa vestita sempre di nero, vive in un piccolo centro nelle campagne sarde e trascorre le giornate in attesa di una chiamata. Si tratta del racconto di un tempo, un film al femminile che sottolinea un matriarcato millenario. Annetta diviene una ribelle, un imprevisto la porterà a Cagliari, staccandosi dal suo ruolo di accabadora che le era stato tramandato dalla madre, facendole scoprire di essere una donna capace di avere curiosità per la vita e per i sentimenti. La guerra e la distruzione la condurranno a una scelta difficile: riprendere i suoi antichi abiti della accabadora o concedersi di vivere la vita? 
Michela Murgia nel suo libro Accabadora, ambientato a Soreni negli anni Cinquanta, un paesino immaginario dell’isola, spiega il ruolo nella società arcaica di questo personaggio, affidando a lei l’incarico della morte per evitare di suscitare sensi di colpa o sospetti di un secondo fine tra il parentado. Secondo Murgia l’accabadora è una donna che agisce per mandato della comunità in una situazione riconosciuta di necessità unanime, un ideale femminile mai sottomesso alla volontà dell’uomo, indipendente e anzi padrona delle vite altrui, che ancora oggi riesce a incantare e a esistere nell’immaginario delle persone. 

Accabadora di Michela Murgia 

Fino a non tanto tempo fa, e non solo in Sardegna, l’eutanasia non era una barbarie, ma un atto di misericordia del vivere quotidiano di una comunità. L’unica certezza nella vita è la morte, i confini che la dividono dalla vita sono i più incerti, non conosciamo dove iniziano gli uni e finiscono gli altri. Per questo motivo, in parallelo alla necessità del testamento biologico, è in atto una raccolta firme on-line promossa dall’associazione Luca Coscioni per indire una consultazione popolare sul tema dell’eutanasia che sta riscuotendo grande attenzione e ha già visto un crescente numero di adesioni. 

Per approfondire: 
https://libri.robadadonne.it/accabadora-che-uccideva-moribondi-faceva-nascere-bambini/RobadaDonne
Ubaldo Lai, In punt’e peis, Trudu edizioni, 2016.

***

Articolo di Giovanna Martorana

PXFiheft

Vive a Palermo e lavora nell’ambito dell’arte contemporanea, collaborando con alcuni spazi espositivi della sua città e promuovendo progetti culturali. Le sue passioni sono la lettura, l’archeologia e il podismo.

2 commenti

  1. L’argomento è molto interessante. Non avendo letto il libro della Murgia, ho scoperto chi fosse “L’abbaccadora”. Articolo scritto molto bene.

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