Editoriale. Amicizia

Carissime lettrici e carissimi lettori,

siamo andati/e alle urne. Anzi, no. Il partito degli/delle assenti ormai quasi non fa più notizia. Le cause le lasciamo per ora ai/alle sociologhe/i. Di certo ora è che abbiamo i sindaci nuovi, insediati o pronti ad insediarsi dopo il ballottaggio. Tutti maschi, questo è certo, almeno per quanto riguarda le grandi città.

Anche in questo caso la notizia è già sentita. Una sorta di status che ancora troneggia nella politica italiana, decisamente dominata dai maschi. Nonostante incoraggiamo da tempo, insieme ad altre associazioni femminili, la salita al Quirinale di una figura importante di donna (ricominceremo nei prossimi numeri a ispirare nuovi nomi!), la conferma dell’assenza delle donne nella carica di prime cittadine nelle città più importanti appare rilevante, seppure sia una notizia ormai risaputa. I numeri complessivi poi parlano chiaro: quattordici sindache elette su 98 cariche chiamate al rinnovo sono veramente davvero poche perché si possa parlare di una società paritaria.

Sarà forse per questa sfiducia nella politica, sarà che, al di là dei primi entusiasmi mostrati dai canti sui balconi, non siamo diventati/e più solidali, ma in questi ultimi tempi sembra essere ritornato di moda il termine complotto con tutti i suoi derivati: complottista, complottismo, congiura. Sicuramente, come dicevamo, si può annoverare, come frutto di questa atmosfera, anche il fenomeno dell’abbandono dell’interesse per il voto politico. Perché chi crede che la politica si sottometta o sia conseguenza di un complotto non va certo a scegliere le proprie rappresentanze.

Ma non solo. L’acutizzarsi del fenomeno si è visto soprattutto con l’avvento dell’era del virus coronato, entrato improvvisamente nelle nostre vite ormai da quasi due anni. Per il Covid-19 non solo il complotto esisteva e esiste, come è successo per le altre epidemie o pandemie del passato (memoria manzoniana), ed è inteso come caccia all’untore. Ci viene in mente in proposito il triste ricordo del presidente americano Donald Trump che non perdeva occasione per sottolineare la provenienza cinese del virus (la sottolineava fortemente non chiamando il Coronavirus mai con il suo nome!) inasprendo una paura preesistente, riguardante il timore, generalizzato e razzista, dell’invasione da parte degli e delle straniere (queste ultime verrebbero incinte in Europa per partorire qui, cosa che poi a noi sembra comprensibile e legittima!) e la conseguente voglia di erigere muri. Un desiderio che, non è un caso, si sta riproponendo anche con lo scopo di fermare la diffusione europea (!) del virus. Stessa cosa, anzi peggiore, per i vaccini. I novax pongono alla base del loro pensiero il complotto: per uccidere pian piano tutta la popolazione del pianeta, per arricchire le case farmaceutiche, per favorire e creare casi di aborto e sterilità.

Donatella Di Cesare, docente di Filosofia teoretica a La Sapienza ne ha scritto addirittura un libro, Il complotto al potere: «Il complottismo non è un delirio né una menzogna – è scritto nella presentazione del libro -, non è un crampo mentale né un argomento fallace. Piuttosto è un problema politico. Questo libro, che su uno sfondo storico considera gli aspetti inediti di un fenomeno planetario, non si associa alla vulgata anticomplottista, ma propone una visione originale in cui il complotto è lo spettro di una comunità frantumata. Chi c’è dietro? Chi tira le fila? Il mondo, ormai illeggibile, ha un lato nascosto, un regno segreto, quello dello Stato profondo e del Nuovo Ordine Mondiale, dove si architettano piani, si manipolano informazioni, si controllano pensieri. Non è più un singolo intrigo. Il complotto è la forma in cui si rapportano al mondo i cittadini che si sentono condannati a una frustrante impotenza, inermi di fronte a un dispositivo tecno-economico insondabile, manovrati da un potere senza volto. Ecco perché il complottismo, che mette allo scoperto il vuoto della democrazia, si rivela una temibile arma di depoliticizzazione di massa. Il complotto è il dispositivo in cui il potere si articola, si esercita, si dissimula. È la maschera del potere nel tempo del potere senza volto».

Contro questo pensiero, indifferente più che negativo o pessimista, c’è la speranza di un’idea. Un pensiero come quello venuto a Marino Edoardo Antonelli che, non spaventato dai suoi anni, ha camminato per 880 chilometri (in 29 tappe, 35 chilometri al giorno), azzerando le sue ferie dal lavoro in banca, tra Brescia e Roma, per compiere un cammino di sensibilizzazione favorevole alla scarcerazione di Patrick Zaki ormai a quasi mille giorni di carcere egiziano e con il rischio di una condanna pesante: «Camminare. Se tu non puoi farlo, voglio farlo io per te, Patrick – ha detto in un dialogo ideale Marino Edoardo con il giovane Zaki -. Almeno finché non ti sarà permesso nuovamente e allora chissà, lo faremo insieme. Nella stessa direzione…L’idea di questo cammino – spiega – mi è venuta la primavera scorsa, ho cercato per parecchio tempo di mettermi in contatto con varie associazioni che sostenessero la causa di Patrick senza arrivare a nulla. Stavo quasi rinunciando, quando ho intercettato la community di Station to Station che aveva lanciato la petizione con migliaia di firme per far ottenere la cittadinanza a Patrick Zaki. Lungo il percorso, si sono unite anche altre persone che condividono la stessa finalità».

Invece ci scoraggia la notizia che è apparsa sui quotidiani di questi giorni: i social, Instagram in testa e a seguire tanti altri, da Facebook a Tik Tok, censurano le nudità, ma lo fanno anche con quella presente nell’arte. Così sono finiti su un sito online per adulti icapolavori dei musei di Vienna. È la decisione dell’ente del turismo della capitale austriaca «per sfuggire alla censura di Instagram, Facebook o TikTok che continuano a vietare la messa in rete dei quadri considerati osceni. La censura è decretata dagli algoritmi che non distinguono tra pornografia e arte, ma è ipocrita mettere sotto accusa il computer, una macchina, comunque programmata dai censori della rete». Dunque, per colpa di un algoritmo, un nudo, fosse pure del/della più quotata/o artista, non passa in rete, come in un secolo buio o sotto dittature oscurantiste.  

Tristezza e tanta paura ci prendono ancora per la sorte delle donne in Afghanistan. Una notizia ci ha colpito, di qualche giorno fa, ed è prodotto nefando di una prepotenza che non ha nulla di spirituale. A Kabul c’è chi pensa che lo sport «non è necessario alle donne». All’inizio di ottobre è stata decapitata una giocatrice della nazionale di pallavolo dell’Afghanistan, uccisa dai talebani perché non voleva abbandonare lo sport. La drammatica vicenda della giovane Majhubin Hakimi è stata raccontata dall’Independent Persian e rilanciata dai media indiani. Ne ha parlato coraggiosamente uno degli allenatori della ragazza che ci informa che anche la famiglia di Majhubin è stata minacciata. La giovane pallavolista, che giocava per una società di Kabul, non ha lasciato il paese dopo l’avvento dei talebani al potere. Solo due atlete, a quanto pare, sono riuscite a partire dall’Afghanistan. «Tutte le giocatrici della Nazionale e le altre atlete sono in pericolo e vivono nel terrore – ha detto l’allenatore – Sono state tutte costrette ad allontanarsi e ad andare a vivere in altri posti per non essere trovate. I tentativi di ottenere l’aiuto di organizzazioni internazionali e altri paese per lasciare l’Afghanistan finora non ha avuto successo».

Le donne. Ci sono volte, tante volte, nella vita e nell’arte, che non possono assolutamente essere pensate come appartenenti al sesso debole, neppure sotto la dettatura di un cliché, di un pregiudizio vero. Ho visto un film in questi giorni, per ricordare un’amica cara che non c’è più, che ha segnato con poche splendide battute la sua ultima volta sul set. L’opera del giovane regista Dario Albertini si intitola Anima bella ed è stato l’unico film italiano in concorso per Alice nella città al Festival del cinema di Roma. La protagonista è Gioia (una stupenda Madalina Maria Jekal), una ragazzina che ama la musica, il canto e la natura (guardiana di un gregge). Rimane orfana, ma sa curare e sa mettere in gioco tutta sé stessa, la sua forza di giovane donna, per curare il padre (Luciano Miele), vittima del gioco. Lo accompagna con delicata decisione a curare la sua dipendenza (la ludopatia, già trattata dal regista Albertini) in una comunità. Una tenera partecipazione fatta di sogni e di speranza per vincere, come nella stupenda, disperata e incontenibile pedalata finale del film.

Al personaggio femminile di Albertini, all’amica di ieri, sempre nel cuore, a chi oggi sa bussare con la forza della delicatezza per confermare una presenza. Dedico a tutte e a tutti voi, a tutte le donne afgane che ora stanno soffrendo e hanno paura, le parole (qualcuno dice a lui erroneamente attribuite) del grande poeta argentino Jorge Luis Borges (24 agosto 1899-14 giugno 1986). Un inno all’amicizia, simbolo della sorellanza e della fratellanza nel mondo.

Amicizia

Non posso darti soluzioni

per tutti i problema della vita
Non ho risposte per i tuoi dubbi o timori,
però posso ascoltarli e dividerli con te
Non posso cambiare né il tuo passato
né il tuo futuro
Però quando serve starò vicino a te
Non posso evitarti di precipitare,
solamente posso offrirti la mia mano
perché ti sostenga e non cada
La tua allegria, il tuo successo e il tuo trionfo
non sono i miei
Però gioisco sinceramente quando ti vedo felice
Non giudico le decisioni che prendi nella vita
Mi limito ad appoggiarti a stimolarti
e aiutarti se me lo chiedi
Non posso tracciare limiti
dentro i quali devi muoverti,
Però posso offrirti lo spazio
necessario per crescere
Non posso evitare la tua sofferenza,
quando qualche pena ti tocca il cuore
Però posso piangere con te e raccogliere i pezzi per rimetterlo a nuovo.
Non posso dirti né cosa sei né cosa devi essere
Solamente posso volerti come sei
ed essere tua amica.

È venuto il momento di presentare gli articoli di questo numero. Innanzitutto troviamo il programma del X Convegno nazionale di Toponomastica femminile, che si terrà dal 28 al 31 ottobre 2021 a Firenze e dintorni: Maestre d’arte in cammino.

«Fintanto che la relazione di genere non si basa sull’uguaglianza, come si può parlare di amore, stato di diritto e sviluppo significativo della società?». Queste parole ricche di verità appartengono alla donna di Calendaria, Minna Canth, apprezzata scrittrice finlandese dell’Ottocento, promotrice dell’istruzione per le donne e attenta ai loro diritti. Per i suoi diritti nel campo dell’istruzione e della ricerca dovette combattere molti pregiudizi anche una grande eccellenza bolognese de 1700, Laura Maria Caterina Bassi. Un’accademica italiana, «esperta conoscitrice della fisica newtoniana e abile sperimentatrice nei campi della dinamica dei fluidi, dell’ottica e dell’elettricità».

Parliamo di arte con Picasso e le donne, il titolo scelto per ricordarne l’anniversario della nascita, avvenuta il 25 ottobre del 1881. L’autrice di questo interessante excursus ci descrive le donne della vita del pittore più rivoluzionario della storia attraverso alcuni quadri che le ritraggono e che le videro coinvolte in relazioni tormentate e spesso finite tragicamente, una carrellata che ci guiderà anche a conoscere l’evoluzione dello stile di Picasso.

La quinta parte della serie Le donne del Decameron. Lisabetta da Messina descrive una figura femminile solo apparentemente fragile e sottomessa, ma in realtà forte e resiliente. Di resilienza ha dato prova anche una brigantessa, Michelina Di Cesare, in guerra per difendere la dignità a cui l’autrice ha dedicato una biografia per la raccolta Italiane, descrivendo il contesto in cui nacque il brigantaggio e rendendo giustizia a una persona vittima del pregiudizio antimeridionalista e quasi ignorata dalla storia ufficiale.

Veniamo alle recensioni di questa settimana: Rosa, Aldo e il mondo adulto di Susanna Mattiangeli e Mariachiara Di Giorgio è un libro contro gli stereotipi in cui spesso cadono gli adulti, destinato a lettori e lettrici dai dieci ai dodici anni; Donne con le armi racconta il libro di Florindo di Monaco La storia è donna. Guerriere, soldatesse, eroine e rivoluzione “rosa”, evidenziando come le tante figure femminili impegnate nella vita militare o in guerra siano purtroppo sempre state descritte da uomini e che una vera storia delle donne sia ancora tutta da scrivere. Non di una recensione ma sempre di donne in armi leggerete in Donne guerriere, matriarcato e Veda, in cui l’autrice ci guida alla scoperta delle prime società matriarcali nella civiltà prevedica, in cui il potere della donna «era inteso non come dominio ma come capacità di illuminare e trasformare la coscienza umana».

Giustizia femminista. La verità delle donne, struttura e domande del convegno che si è tenuto nel 2020presso la Casa Internazionale delle donne di Romaè l’articolo introduttivo di una serie che ne sintetizza gli atti e che riflette sulle numerose domande che ne hanno caratterizzato lo svolgimento.

Non dimentichiamoci però dell’importanza del movimento e della natura in questa stagione che è un’esplosione di colori. Il cammino Balteo. Tappa N°4. Da Donnas ad Arnad è il racconto di una parte di un cammino della media Valle d’Aosta, da poco inaugurato, che invita alla lentezza e a una forma di turismo che potrebbe essere un volano per il un vero sviluppo sostenibile.

Veniamo alla sezione Juvenilia che questa settimanain Cercando di fare sempre la cosa giusta descrive un video, premiato all’ultima edizione del Concorso Sulle vie della parità,realizzato dalla classe IV A del Liceo scientifico delle scienze applicate “Amedeo Avogadro” di Torino, in un interessante progetto intitolato Giustizia, libertà e resistenza su Bianca Guidetti Serra.

Di cibo e di donne ci parla Giusi Sammartino, la nostra direttora responsabile, nella recensione Elogio dell’ecofemminismo, al libro Generi Alimentari. Cibo donne e nuovi immaginari a cura di Daniela Finocchi e Luisa Ricaldone, raccolta densa e ricca dei contributi di tante donne, in cui scopriremo la visione del mondo dell’ecofemminismo e la scelta quasi obbligata del vegetarianesimo e del veganesimo dovuto al rispetto verso la vita tutta. Continuiamo a parlare di cibo, chiudendo come sempre in bellezza con I secondi poveri della cucina toscana tradizionale, in questo numero la cioncia pesciatina e il coniglio ripieno, gustosissimi piatti che ci accompagnano in queste giornate d’autunno. Non ci resta che augurare buon appetito a coloro che si faranno stuzzicare da questi sapori!

Buona lettura a tutte e tutti.

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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