Editoriale. Ma se dicessimo di sì?

Carissime lettrici e carissimi lettori,  

mi è venuto da pensare in questi giorni a un’idea bizzarra. Se avessero proposto a Don Rodrigo, il personaggio manzoniano tra l’immaginario e il reale, prepotente e banale, se volesse essere vaccinato contro la peste, contro l’orribile epidemia della sua epoca e della sua terra, di cui il nostro alla fine si è ammalato, cosa avrebbe risposto? 
Secondo me, stupito nella sua paura, avrebbe inviato i Bravi non a minacciare un pavido sacerdote di campagna, ma da un medico ad avere per primo, anche con la prepotenza che ce lo fa conoscere, la “magica” dose che gli avrebbe evitato il suo passaggio nel Lazareto della Lombardia di allora e la conseguente sua morte. Don Rodrigo, un “dittatore” di quel tempo, che imponeva la sua prepotenza anche su due sposini della campagna del comasco, impauriti e impotenti di fronte a qualsiasi minaccia del potere se non aiutati …dall’alto! 
Abbiamo sempre cercato di non parlare direttamente dell’argomento Covid-19, e quindi dei vaccini e del green pass. Da quasi due anni, da quel febbraio/marzo del 2020, che ci ha colto tutte e tutti a fare i conti con questo virus che ha scatenato una pandemia diventato argomento fisso di talk e articoli. Davvero abbiamo sentito tutto (oltre al contrario di tutto!). Non ne abbiamo parlato perché siamo completamente immersi/e in discorsi, salotti televisivi, presenze costanti di esperti, e oggi anche da un numero esagerato e non sempre preparato, di opinionisti, più o meno convincenti e, soprattutto, dubbiamente capaci di destreggiarsi sui dati scientifici. 
I cosiddetti No verso la somministrazione dei vaccini sono dei no ancora numerosi. Su questo atto di diniego prolifera il virus coronato, con le sue varianti. Sono numerose anche le sue motivazioni. Chi dice il suo No ai vaccini (che fanno paura più, molta più paura, della malattia), chi al green pass e chi al Covid-19 pensato come un subdolo mezzo di sterminio: degli anziani, come sfoltimento della popolazione mondiale, fonte di guadagno per decessi avvenuti per altre motivazioni, diverse patologie che tutto sono fuorché l’aggressivissimo virus.  
Dietro tutto sempre il complotto.  
Bisogna parlarne perché, al di là della questione dell’ormai prossimo Natale, aperto o chiuso a seconda della risalita o discesa delle infezioni, i problemi da affrontare sono più importanti, soprattutto economici: di possibilità lavorativa per tutti/e in un ambiente sano e di garanzia di sviluppo degli scambi economici, non ultimo il turismo, sul quale naturalmente si basa molta dell’economia italiana. Alla soglia della distribuzione della terza dose vaccinale abbiamo visto tante persone partecipare con convinzione ai cortei no Vax/no green pass. Purtroppo una città come Trieste e la sua regione rischiano persino la retrocessione nella cosiddetta zona gialla proprio per le infezioni trasmesse durante le manifestazioni al porto e in piazza dell’Unità d’Italia. In Europa le cose non vanno meglio. Dopo il ritorno del Regno Unito a una normalizzazione grazie alla diffusione a tappeto della terza dose vaccinale, rimangono in allarme prima di tutto la Bulgaria, con il più basso numero di persone vaccinate, mentre l’Austria ha scelto, come abbiamo sentito più volte da telegiornali e altri media, il lockdown quasi totale per chi non è vaccinato, dai dodici anni in su. In Francia è tornato l’obbligo della mascherina e la Germania (presa ad esempio per chi non voleva il green pass) segnala ben 289 casi ogni 100.000 persone. Si pensa di riproporre il ritorno del lavoro da casa e tutta una serie di restrizione: correre ai ripari reimponendo con le proibizioni per non infettarsi.  
Ma chi sono le persone che finiscono in ospedale qui da noi adesso? «Intanto – in base ai dati dell’Istituto superiore di sanità – prevalgono ancora i non vaccinati. Nel mese di ottobre sono stati ricoverati 2.890 cittadini che non avevano fatto alcuna dose e 144 che ne avevano fatta solo una. Si tratta del 55% degli accessi in ospedale. Questi malati appartengono a una categoria minoritaria di persone, appunto quelle che non hanno concluso il ciclo, cioè circa il 20% degli italiani. E infatti i non vaccinati continuano a rischiare di più di essere ricoverati. E non solo nei reparti ordinari ma soprattutto in terapia intensiva, dove rappresentano il 68% degli assistiti (in assoluto sono stati 380 in 30 giorni). Tra i deceduti sono un po’ meno, cioè poco più del 50%. Ma l’Istituto ha appena deciso di differenziare i dati di chi ha fatto il vaccino da meno o da più di sei mesi. In chi ha concluso il ciclo da più tempo si osserva una decrescita dell’efficacia vaccinale di circa 10 punti percentuali». 

Le donne hanno avuto un ruolo importante in questa pandemia, ma non solo in senso positivo, come presenze maggioritarie nei lavori dell’aiuto: dalle mediche alle infermiere, alle psicologhe. Ma sono state penalizzate per il doppio lavoro casalingo, l’impegno in sostituzione degli aiuti domestici e del sostegno ai proprio anziani e ai bambini e bambine della famiglia. Le donne, anche al di là del virus, continuano a subire ingiustizie e violenze proprio per essere donne. L’immigrazione le rende, poi, ancora più vulnerabili, seppure proprio nelle mani di queste sorelle “non nate in Italia” c’è una forte spinta all’economia nostrana (molte sono imprenditrici e superano decisamente comunque in numero l’immigrazione maschile). 
Proprio dallo sfruttamento e dai pericoli che corrono quotidianamente le donne immigrate parte una ricerca a cura di Marco Omizzolo (sociologo e ricercatore Eurispes) per WeWorld-GVC. Riguarda soprattutto la situazione delle campagne non lontane dalla Capitale, nella zona della provincia di Latina, dove il caporalato è un fenomeno importante e fortemente dilagato. 

Se in una situazione del genere i maschi sono sfruttati e costretti a paghe basse e orari lunghissimi, allargati anche al sabato e alla domenica, le donne subiscono non solo il doppio cappio della sottomissione e della sudditanza alla mentalità maschilista familiare, ma sul lavoro (quasi sempre nei campi, insieme agli uomini) subiscono le stesse ingiustizie delle donne del mondo: sottopagate rispetto agli uomini, molestate sessualmente, vittime di differenze di genere e di stereotipi. Un dato salta subito agli occhi e rende chiare tante cose. Secondo l’Osservatorio Placido Rizzotto (2020) «riprendendo i dati Istat del 2019, tra il 2007 e il 2018, in Italia il numero delle lavoratrici immigrate impiegate nel settore agricolo risulta aumentato di circa il 200%. Guardando, invece, i dati dell’Inps il fenomeno appare in diminuzione e le donne in agricoltura nello stesso periodo risultano incidere con una presenza di donne non comunitarie di solo il 21%!» «Ancora sul piano strettamente statistico – cita la ricerca – secondo i dati nazionali sulle donne vittime di tratta e/o grave sfruttamento dei progetti anti-tratta (2017-2019), la servitù domestica e l’agricoltura rappresenterebbero i due principali ambiti in cui questo fenomeno si manifesta con particolare specificità e ricorrenza». Ma una storia raccontata nel testo (dove molte sono le interviste) dà un’idea ancora più chiara della situazione. È una bracciante italiana a parlare: «Vedevo come venivano trattate le braccianti immigrate. Erano sempre le ultime della fila, sempre sfruttate, a volte anche maltrattate verbalmente. (…) Il padrone aveva una scala di precedenze, secondo la quale al primo posto venivano i braccianti italiani, anche perché qualcuno era suo amico, poi le braccianti italiane come me, poi i lavoratori immigrati uomini – ad eccezione per i caporali che venivano pagati subito dopo gli uomini italiani – e infine le donne straniere e nello specifico in primis rumene e poi, per ultime, quelle del Bangladesh». (Paola, bracciante italiana dell’Agro Pontino). 

Vi vorrei raccontare un’altra storia triste. Una storia che viene da Pavia e si conclude a Roma dove dolorosamente Adelina (Alma) Sejdini, albanese vittima della tratta, finisce insieme alla sua vita, la sua ingiusta storia italiana. Adelina aveva 47 anni ed era albanese e aveva un grande coraggio. Era riuscita a sconfiggere chi gestiva il racket della prostituzione. Era stata rapita giovanissima, ad appena 17 anni, a Durazzo, la sua città d’origine, e violentata dal branco. Una storia simile a quella di tante altre sue connazionali. A metà degli anni ’90 era arrivata In Italia con un gommone ed era stata subito costretta a prostituirsi. Poi ha trovato il coraggio di denunciare i suoi aguzzini. Grazie alle sue rivelazioni 40 persone sono state arrestate e altre 80 denunciate. Tutti appartenevano alla mafia albanese che controlla l’orribile sfruttamento della prostituzione in Italia. Ma Adelina aveva paura e ne ha avuta ancora di più quando le è stata cancellata la dicitura apolide dal permesso di soggiorno e sostituito con la nominazione della cittadinanza albanese: «Io se torno in Albania – diceva – sono una donna morta, ho paura di essere ammazzata da quelli che ho fatto arrestare». Adelina Sejdini ha chiesto i documenti italiani. In cambio ha invece avuto il foglio di via obbligatorio che non le ha lasciato scampo vincendola in modo più drastico del cancro che aveva combattuto con lo stesso coraggio e forza. A settembre si era data fuoco, si era salvata, ma non arresa e aveva protestato ancora, ma è stata accusata di oltraggio e ottenuto il foglio di via obbligatorio. La sua morte – hanno scritto – avrebbe dovuto muovere indignazione collettiva, invece c’è stato troppo silenzio». Ecco perché mi è sembrato giusto darle voce. Che sia vantaggio per altre! Che non succeda ancora, in un atto di sorellanza con le donne dell’Agro Pontino, non unica situazione in Italia. 
Alla fine della scorsa settimana abbiamo avuto il piacere di ospitare una donna che del diritto al rispetto per le differenze, soprattutto di genere, ne ha fatto un baluardo di vita. Lady Gaga, Stefani Joanne Angelina Germanotta, e sua madre sono venute in Italia, in un momento tra l’altro cruciale per la giustizia paritaria nel nostro Paese vacillante sotto l’affossamento del ddl Zan. La star ha assistito alla prima del film House of Gucci (Ridley Scott, nelle sale dal 16 dicembre) dove interpreta la parte della moglie del proprietario della famosa maison. Poi ha presentato anche il libro scritto a quattro mani con la madre: Channel KindnessStories of Kindness and Community (2020). Il libro racconta della Potenza della gentilezza: «La gentilezza può salvare la vita – è spiegato – costruire comunità, metterci in contatto gli uni con gli altri, e le storie in questo libro ne sono la prova. La gentilezza è inclusione, orgoglio, coraggio, compassione, rispetto di sé e una guida che conduce all’amore. Come Lady Gaga dice sempre: «La gentilezza guarisce. La gentilezza guarisce le persone, guarisce il mondo ed è ciò che ci unisce» Unico punto fermo è che deve essere gentilezza vera e schietta. Altrimenti si rischia di assecondare il titolo di un noto quotidiano riferitomi da un mio professore: «I troppi consensi preoccupano il Presidente», allora si parla davvero di un’altra cosa!  

Dobbiamo invece, come un’incombente necessità, adoperare la gentilezza. In questo mondo dissacrato dalla diffidenza, facilitata a propagarsi a causa del virus coronato il quale, invece di avvicinarci (come all’inizio si era prospettato) ci allontana sempre di più. In un mondo dove è Giasone e non più Medea a vendicare la sua funesta triste pretesa di odio e sofferenza sull’altra parte del cielo. Lui porta via al mondo i figli, con atto osceno, contro la natura che vuole la sopravvivenza a sé della prole. Il mondo diventa l’inferno.  

Allora risvegliamo la bambina e il bambino che sono in noi. Recitiamo, come un tempo, felici una filastrocca che ci insegni la gioia, la Joi de vivre come intitolava il pittore la sua felicità sulla tela: 

Se ti svegli col buongiorno, 
il sorriso è tutt’intorno. 
Sole, bacio e caldo latte, 
io mi sveglio per le sette! 

Via di corsa col pulmino, 
e mi sento già grandino. 
Tutti in classe per le otto 
con lo zaino pesantotto! 

– Io ti aiuto, amico caro. 
– Grazie, tu sei un tesoro. 
Leggo, studio, scrivo e conto. 
– Tutto bene? Sei contento? 

Le parole fan felici, 
quelle belle, con gli amici, 
quelle dette con il cuore, 

e anche con un po’ d’amore. 
Se ne usi in quantità, 
che bel mondo che sarà! 

(Classi IV e V scuola Primaria Ponte Nizza) 

Sono le donne a creare il filo rosso che lega gli articoli di questo numero della rivista. La prima studente d’arte cipriota, Loukia Nicolaidou è la donna di Calendaria, pittrice innovativa, che ha saputo rappresentare la donna come libera protagonista della società. Un’altra figura interessante è quella di Luisa Adorno, una scrittrice che ha attraversato con garbo e ironia un intero secolo, autrice e lettrice vorace, descritta attraverso le sue frequentazioni con persone fondamentali della cultura italiana. I suoi libri sono stati donati, insieme a bozze ed appunti, all’Archivio di Firenze, nella sezione per la memoria e la scrittura delle donne intitolato ad Alessandra Contini Bonacossi. 

Attraverso lo specchio. Antonietta Raphaël in mostra a Roma vi guiderà alla scoperta di una pittrice e scultrice interessantissima, moglie del pittore Mafai e di tre figlie famosissime tra cui Miriam Mafai autrice del motto distintivo di Vitaminevaganti

Donne e Ambiente. Le donne alla COP26 di Glasgow, di Marta Vischi, vi aiuterà a comprendere quanto i cambiamenti climatici siano un problema reale e concreto per il mondo, oltre ad aver messo in luce i progressi scientifici e le innovazioni in questo ambito.

Parla di una iniziativa Tf molto interessante Il Salotto casertano: Ursula Hirschmann, madre d’Europa, presentando la figura di una donna «combattiva e combattente, coraggiosa e razionale, onesta con sé stessa e con gli altri fino alle estreme conseguenze di scelte difficili».

I libri recensiti questa settimana sono: Il labirinto delle perdute di Ester Rizzo. Memorie mancate e racconti omessi: una moderna Arianna che la scrittrice siciliana ha voluto riportare alla luce figure di donne dimenticate dalla la storiografia ufficiale. Orgoglio e pregiudizidi Tiziana Ferrario, si legge con piacere per il tono leggero e per la profondità delle riflessioni, capaci di convincere riguardo alla necessità della solidarietà femminile e alla maggiore partecipazione alla vita politica delle donne, dove si spera riescano finalmente a portare un punto di vista e dei valori diversi da quelli maschilisti imperanti». 

Tre puntate importanti delle nostre serie: La donna nel Medioevo. Le grandi della storia e della guerra, vi stupirà per il numero di donne guerriere presenti nell’immeritatamente definito «secolo oscuro». Fantascienza un genere (femminile) ci presenta Vandana Singh, che, proprio nei giorni conclusivi di Cop26ha posto al centro della propria produzione il cambiamento climatico, attraverso l’ideazione e la redazione di testi che richiamano l’atmosfera solarpunk (il movimento che «immagina un futuro migliore e costruisce strategie operative per renderlo possibile».) La serie Yoga e salute, con La tecnica yogica di ripetizione del mantra ci avvicina al mondo dello yoga attraverso la ripetizione di un suono e di una vibrazione che aiutano a concentrare la mente. 

Osservatorio di Genere, il primo in una scuola vede Caserta pioniera al Liceo Artistico Statale San Leucio in un cammino di ricerca–azione per conoscere la situazione relativa a stereotipi, pregiudizi e linguaggio di genere. 

Nella sezione Juvenilia in Peggy Guggenheim… una vita per l’arte! potrete leggere e ispirarvi al progetto didattico del Liceo artistico Matteo Raeli di Noto, in provincia di Siracusa, premiato nell’VIII ed. del concorso Sulle vie della Parità per la sezione C-Percorsi di vita e di lavoro, in particolare nell’ambito dell’Educazione civica/Educazione alla parità di genere. 

Allarghiamo lo sguardo sul mondo con La ferita aperta del Tigraydi cui ben poco si sente parlare nei media italiani. Dal rapporto di Amnesty International apprendiamo ciò che sappiamo da sempre: in un conflitto le donne, anche anziane e bambine, sono vittime di stupri, spesso di gruppo. Di fronte a tali violazioni dei diritti umani le organizzazioni internazionali sono nella maggior parte dei casi distratte. 

Pollo al vino con ginepro è la ricetta di questa settimana, che ci fa scoprire una spezia che è probabilmente l’unica che deriva da una conifera. Gustosa e non difficile da preparare, renderà più piacevoli le nostre giornate autunnali. 

Buon appetito e buona lettura a tutte e tutti. 

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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