Fantascienza, un genere (femminile). Vandana Singh 

«Quando pensiamo al clima, le storie che elaboriamo sul futuro sono negative: uragani di forza smisurata, devastazione di raccolti e ondate di calore che incombono su di noi, segnalandoci che il problema è così vasto e complesso da essere fuori dal nostro controllo. Questa narrazione è avvincente per alcuni, ma lascia gli altri senza speranza, impotenti e disillusi. Anche i più convinti sostenitori della decarbonizzazione a volte si concentrano più sul suonare l’allarme che sull’immaginare e disegnare un possibile buon esito. Senza futuri climatici positivi, visioni di adattamento climatico e resilienza verso cui possiamo lavorareè molto più difficile motivare sforzi su larga base per il cambiamento nel presente. 

La Climate Imagination Fellowship si propone di ispirare un’onda di narrazioni su come potrebbero essere i futuri climatici positivi per le comunità di tutto il mondo. Il nostro obiettivo è quello di curare e condividere nuove fantastiche storie su un possibile buon esito e di invitare le persone a immaginare il proprio futuro climatico, a sentire sia l’arbitrio che la responsabilità di definire un futuro che ci sproni ad agire oggi. 
Abbiamo bisogno di storie di speranza su come l’azione collettiva, sostenuta da intuizioni scientifiche, tecnologie culturalmente reattive e rivoluzioni nella governance e nel lavoro, possa aiutarci a fare progressi verso un futuro inclusivo e sostenibile. Queste visioni dovrebbero essere incentrate su come possiamo creare una società globale vivace, fiorente e interconnessa, che valorizzi le variabili e le soluzioni locali, raggiungendo al contempo il coordinamento internazionale e i valori condivisi di cui abbiamo bisogno per affrontare le sfide del caos climatico. 

La Climate Imagination Fellowship è uno sforzo per esemplificare come potremmo creare il tipo di storie di cui abbiamo bisogno, attingendo ai talenti dei migliori autori e autrici di fantascienza provenienti da diverse parti del mondo, nonché a una rete di esperti di scienza del clima, governance, ecologia e altri campi essenziali» (climateimagination.org). 

Le quattro borsiste del progetto Climate Imagination: Libia Brenta, Xia Jia, Hannah Onoguwe, Vandana Singh (https://climateimagination.org/) 

Vandana Singh − di origini indiane, naturalizzata statunitense – è una di queste «talents of top science fiction authors»: è stata scelta come fellow (borsista), insieme con Libia Brenda (di Città del Messico), Xia Jia (di Xi’an, provincia dello Shaanxi, Cina), Hannah Onoguwe (di Yenagoa, stato di Bayelsa, Nigeria), affinché ciascuna scrivesse un romanzo e alcuni racconti brevi, che diano risposte alla crisi climatica in termini di futuro sostenibile e positivo, partecipando alla COP26 Conference che si tiene a Glasgow in questi giorni [al momento della redazione del presente contributo]. 
Non è un caso che le quattro prescelte siano tutte donne: a dimostrare ancora una volta che la fantascienza è un genere femminile e che se l’apocalisse prossima ventura è stata profetizzata da James Ballard, con i quattro straordinari romanzi della cosiddetta ‘Tetralogia degli elementi’, è ora l’altra metà della science fiction a progettare una scrittura di medicazione e di cura per il pianeta. 
Nell’ultimo decennio, Vandana Singh ha posto al centro della propria produzione il cambiamento climatico, attraverso l’ideazione e la redazione di testi che richiamano l’atmosfera solarpunk (il movimento che «immagina un futuro migliore e costruisce strategie operative per renderlo possibile», come afferma il manifesto Solarpunk Italia): racconti e romanzi che le sono valsi attenzione e apprezzamento, alcuni dei quali – non molti, in verità – anche tradotti in lingua italiana. 

Home del sito https://solarpunk.it/ 

Vandana è nata a New Delhi, forse nel 1962 (l’anno è indicato con formula dubitativa in https://sf-encyclopedia.com/entry/singh_vandana): le notizie sulla sua vita privata sono quasi inesistenti (da un’intervista pubblicata il 17 gennaio 2005 si apprende che a questa data ha una figlia di dieci anni), quelle sulla sua formazione e sulla sua vita pubblica si attingono dalla biografia del suo sito (http://vandana-writes.com/about-vandana/), da alcune altre interviste rilasciate nel corso degli anni Duemila, dal suo profilo di docente universitaria. 
Dopo la giovinezza con la famiglia d’origine in India – ove si nutre dei poemi classici Mahābhārata e Rāmāyaṇa, ma anche dei libri avventurosi di Enid Blyton e Ruskin Bond (autrice e autore di lingua inglese), nonché della narrativa hindi di Munshi Premchand e della popolare serie fiabesca, pure hindi, Pariyon Ki Kahani – si trasferisce negli Stati Uniti. 
L’esordio come narratrice avviene nel 2004, con un libro illustrato per giovani lettori e lettrici, Younguncle Comes to Town (letteralmente Ziogiovane va in città), scritto e pubblicato su sollecitazione della figlia, nata negli States ma consapevole delle proprie origini, tanto da chiedere con insistenza alla madre di raccontarle «Indian stories» durante un periodo di malattia; il medesimo personaggio – che «con le sue piacevoli fantasie ha certo qualcosa da insegnare ai bambini» − è anche protagonista di Younguncle in the Himalayas (Ziogiovane sull’Himalaya), dell’anno seguente. 

Se i primi due titoli sono pubblicati a New Delhi, i due successivi sono dati alle stampe a Seattle: i due romanzi brevi Of Love and Other Monsters e Distances, rispettivamente del 2007 e del 2008; il primo ha per tema migrazione e alterità, il secondo matematica e mondo alieno: entrambi sintetizzano dunque la vicenda esistenziale di Vandana, che dopo la specializzazione in fisica teorica delle particelle, nei primi anni Duemila è divenuta docente presso la Framingham State University, Massachussets, particolarmente attiva nell’ambito degli studi e delle ricerche sui cambiamenti climatici. 
A quest’altezza cronologica Vandana Singh ha ormai scelto la fantascienza quale genere in cui esprimere la propria visione del mondo: «Quando ho scoperto autrici come Ursula Le Guin, Octavia Butler e altri, − dichiara in un’intervista pubblicata il 3 luglio 2006 − ho saputo che nella science fiction c’era un posto per me»; ha già pubblicato il primo racconto science fiction di successo, The Woman Who Thought She Was a Planet (La donna che si credeva un pianeta), nel 2003, poi ripubblicato nel 2008 con «Other Stories»: uno dei rari testi di Vandana tradotti e dati alle stampe in Italia, una favola crudele con risvolti horror, che in un’ambientazione tradizionale indiana sviluppa una forte critica alla gerarchia sociale e alle relazioni uomo-donna consolidate nel paese. «Finalmente so cosa sono. Sono un pianeta»: è la sbalorditiva affermazione con cui Kamala, fino ad allora donna rispettabile e moglie sottomessa, inizia la propria ribellione al marito Ramnath Mishra e alla cultura patriarcale. Una ribellione eccentrica, che la trasforma in una «sconosciuta» agli occhi del padre dei suoi figli, ormai adulti e lontani da casa: «le donne sono strane e si comportano in modo strano quando desiderano qualcosa», riflette lui, che, incapace di comprendere, inizia a chiedersi chi lei sia veramente e ancora: «Cosa aveva fatto per meritarsi questo? Aveva lavorato sodo per oltre quarant’anni, scalando i ranghi del potere fino alle più alte cariche burocratiche dello Stato». La vicenda si gioca sul rovesciamento dell’ordine costituito, sull’opposizione tra il maschile, rigido e ostile, sconcertato dalla perdita di autorità, e il femminile, flessibile e accogliente, capace di farsi, letteralmente, abitare dall’altro. La nuova forza scoperta in sé consente a Kamala di volare via, verso lo spazio, verso le stelle, lasciandosi alle spalle una quotidianità ormai inaccettabile e un marito in preda all’orrore, «adesso che nessuno si sarebbe preso cura di lui». 

Copertina dell’antologia di racconti di Vandana Singh The Woman Who Thought She Was a Planet and Other Stories, Zubaan Books/Penguin Books India, New Delhi 2008 

Oblivion: A Journey (Viaggio su Oblivion) è un racconto del 2008: un curioso métissage (non sempre riuscito ma originale) tra la grande epopea indiana dedicata a Rama e la space opera avventurosa e popolare degli anni Sessanta e Settanta. Il personaggio principale è anche voce narrante, che cambia nome più volte nel corso della vicenda: «nata femmina, in un mondo di pace e tranquillità» ha ricordi frammentari dell’infanzia, fino alla devastazione del proprio mondo («tra la nebbia scorgo le pagine strappate del Rāmāyaṇa che fluttuano in aria, bruciando, con i bordi che si raggrinziscono come merletti neri»), che la porta come rifugiata su pianeti diversi, «lavorando sugli incrociatori e spendendo i crediti a ogni sosta», e ancora fino alla carneficina che ha per scopo la cattura di una «nakalchi, un essere bio-sintetico generato da una macchina madre», bloccata per sempre in uno stato di dolore vigile per essere destinata alla collezione di Hirasor, «distruttore di mondi» e malvagio antagonista. Ed ecco l’antica bimba cambiare sesso, modificare il proprio corpo «sostituendo spietatamente carne morbida e vulnerabile con impianti coralloidi», farsi cyborg implacabile, animata dal desiderio di giustizia e di vendetta − per sé e per la stirpe nakalchi, che fu concepita «per guidare con gentilezza la razza umana verso le stelle» −, iniziare un viaggio nell’universo per giungere al pianeta Oblivion, «sinonimo di inferno. Un mondo desolato, a malapena abitabile […] perché coloro che vi restano abbastanza a lungo perdono lentamente la ragione». Il protagonista (ora maschio) agisce dunque in continuità con l’eroe Rama, settimo avatar del dio Vishnu, che si pone in cammino in cerca di Sita, l’amata sposa rapita dal demone Ravana, e che tuttavia, per la propria stoltezza, la perde, perché lei infine fa ritorno alla Terra, alla grande madre alla quale appartiene, e tutto allora sembra vano: «la grande battaglia è in realtà la lotta interiore»… 

Oblivion: A Journey è compreso nella raccolta Years Best SF n.14 a cura di David G. Hartwell e Kathrin Cramer; Infinities (Infiniti) – altro racconto del 2008 − nel n. 15 della medesima raccolta, a cura degli stessi antologisti. È un testo ambizioso (una delle altre storie pubblicate nella prima antologia di Vandana), che intreccia molti temi e problemi: l’«ossessione matematica» del protagonista, maestro della disciplina con la passione per l’infinito; le ostilità e le violenze che oppongono musulmani e hindu in una piccola città dell’India ove si svolge la vicenda e, d’altra parte, l’amicizia e la solidarietà tra Abdul Karim, matematico di religione musulmana, e Gangadhar, poeta e letterato di cultura induista; lo scorrere della vita, con le sue necessità e rinunce, che porta il protagonista ad abbandonare per lungo tempo la ricerca («un intelletto appesantito da anni di preoccupazioni si logora»), dedicandosi al mestiere di insegnante per assolvere alle incombenze familiari, per mantenere la madre inferma, la moglie consumata dalla silenziosa rivalità della suocera, i figli che crescono. Fino alla pensione: ed ecco che l’anziano insegnante – uomo mite e figura indimenticabile − «comincia a sentire che i suoi veri compagni sono Archimede, Al-Khwarizmi, Khayyam, Aribhata, Bhaskar, Riemann, Cantor, Gauss, Ramanujan, Hardy», che segue «su per la montagna», in un percorso «duro e accidentato», con la mente che «risuona del canto della matematica». Il racconto è costellato di citazioni e riferimenti puntuali a grandi matematici di ogni tempo e nazione: Srinivasa Ramanujan, Georg Cantor (che letteralmente perse il senno alla ricerca dell’infinito), Al Khwarizmi, Bhaskara e Arybhata, Harish Chandra, Jacques Hadamard, nonché ai concetti di numeri primi, trascendenti, interi e reali; ed è fitto di frammenti di poesia, sulle orme dello scienziato-umanista Galileo, secondo il quale non c’è iato tra scienze e lettere (e l’universo è scritto «in lingua matematica»). Merita un cenno la cronaca dolorosa degli scontri tra cosiddette fazioni religiose, che porta lutto senza distinguere tra l’una e l’altra: «Noi umani siamo una specie depravata, amico mio. – afferma con amarezza Abdul Karim, rivolto a Gangadhar – I miei correligionari musulmani rivolgono ogni preghiera ad Allah, il Misericordioso e Compassionevole. Voi hindu ripetete “Isha Vasyamidan Sarvam”, il divino pervade tutto. I cristiani parlano di porgere l’altra guancia. E tuttavia ognuno di loro ha le mani macchiate di sangue. Pervertiamo ogni cosa…». E aggiunge, dando la chiave di interpretazione dell’intero racconto: «È nella matematica, solo nella matematica, che io vedo Allah». Come l’illuminato Dante, che nel XXXIII del Paradiso intuisce l’Assoluto per grazia dell’Assoluto medesimo e per significarlo a noi lettori e lettrici ricorre a una similitudine matematica, la quadratura del cerchio. 

Vandana Singh nel suo laboratorio, il 29 settembre 2021 (Daily News and Wicked Local Staff Photo/Ken Mcgagh, in https://eu.metrowestdailynews.com/story/news/2021/10/01/envision-success-to-fight-climate-change-framingham-prof-vandana-singh-climate-imagination-fellow/5843672001/ 

Il valore dei miti secondo Vandana non risiede nelle interpretazioni letterali, ma nel fatto che essi «parlano il linguaggio della mente inconscia, il linguaggio del simbolo e della metafora. Ci parlano di noi stessi, delle nostre paure e dei nostri sogni» (dall’intervista, già menzionata, del 2006). Somadeva: a Sky River Sutra (Somadeva: un sutra del fiume celeste) è la traduzione narrativa di questo assunto: pubblicato nel 2010, è inserito nella raccolta Years Best SF n.16 a cura di David G. Hartwell e Kathrin Cramer. Bhatta Somadeva è uno scrittore indiano vissuto in Kashmir nell’XI secolo dopo Cristo, autore di una raccolta di miti e leggende del subcontinente intitolata Kathâsaritsâgara (che è stata tradotta in italiano con il suggestivo titolo L’oceano dei fiumi dei racconti)sutra è parola sanscrita che significa letteralmente ‘filo’, ma anche breve componimento di carattere sapienziale: ecco dunque che il testo di Singh rappresenta un filo che va a costituire la tessitura infinita delle storie dell’universo, un filo che a sua volta si compone del raffinato intreccio di antica storia indiana, suggestiva mitologia sanscrita, personalissima sensibilità science fiction. «Io sono Somadeva. Una volta ero un uomo, un poeta, un narratore di storie, ma ora sono morto da tempo. Sono vissuto nell’Undicesimo secolo dell’Era Comune, nell’India settentrionale. A quel tempo potevamo solo sognare quel favoloso congegno, l’udan-khatola, la nave che vola fra i mondi, e i vidyadharas, gli abitanti del cielo, erano soltanto un mito che occupava una realtà diversa dalla nostra. E le sole ali di cui disponessi per effettuare i miei viaggi erano quelle dell’immaginazione…»: è l’incipit del racconto, nel quale la voce narrante si fa «compilatore» di storie, perché «ci sono soltanto storie e storie, e l’universo ha un posto per tutte quante». L’operazione compiuta da Vandana è quella di ricercare le radici di una cultura millenaria, la propria, che può essere a ragione considerata antesignana della fantascienza: gli eventi diventano tali attraverso la narrazione, altrimenti non hanno storia né memoria, e anche chi ascolta la narrazione di un sutra entra a farne parte, minuscola fibra nel filo del tessuto dell’universo. 
All’intreccio fa esplicito riferimento, a partire dal titolo, il romanzo breve Entanglement, del 2014, inserito nell’antologia Jeroglyph. Stories & Visions for a Better Future, considerata fondativa dal movimento solarpunk, romanzo poi pubblicato in Italia nel 2017 per iniziativa della casa editrice Future Fiction, fondata da Francesco Verso, un progetto «nato per esplorare la biodiversità del futuro, per comprendere e immaginare il domani» (futurefiction.org). 

Una delle Postcard from the Future realizzate dall’artista digitale João Quiroz nell’ambito del Climate Imagination Fellowship (https://climateimagination.org/postcards-from-the-future/)

Cinque storie, cinque fili che vanno a intrecciarsi, cinque tranches de vie per testimoniare che un altro mondo è possibile, anzi, necessario per la salvezza di Madre Terra e dell’umanità che la popola: …Sbattendo le ali……In Amazzonia……Può provocare un tornado……In Texas…La fine, questi i titoli all’interno dei quali vivono e agiscono Irene (biogeochimica di origine Inuit, impegnata in un programma di scienze artiche per il contrasto al riscaldamento globale), Fernanda (climatologa rientrata a Manaus dopo aver trascorso tre mesi nella giungla costiera a studiare la siccità), Bhola (bambino paria accolto al servizio dell’anziano e saggio scienziato da lui chiamato Dadaji, in un villaggio dell’India centro occidentale sconvolto da un tornado), Dorothy (anziana casalinga statunitense vissuta per quasi tutta la vita all’ombra del marito, che trova la forza di essere finalmente sé stessa), Yuan (giovane che approda al rifugio di un monastero inaccessibile cercando il senso della vita). 

Alcuni di questi personaggi, soprattutto femminili, sono memorabili, per la capacità di Vandana Singh di unire frammenti di vita quotidiana e relazioni tra diverse persone ad alte idealità e grandi temi. Così è per Irene, che nel «mondo intero» ormai «in disfacimento» ha ideato un «ombrello» per nutrire gli organismi capaci di metabolizzare il metano e di ridurre l’inquinamento degli oceani, che ricorda il nonno scomparso quando lei era adolescente e pensa alla figlia lontana, ora sua volta adolescente; e così è per Dorothy, che era pur sempre «la seconda migliore diplomata» del college (anche se per anni, sottomessa dal marito, lo aveva dimenticato) e che recupera il rapporto con il nipote e il proprio posto nel mondo grazie a un gesto che fa la differenza, perché «puoi fare la differenza anche solo essendo te stessa». Piccoli, grandi gesti, alla portata di ciascuna e ciascuno, per salvare Dharti Maj, la Terra, che «si rivolta contro di noi perché invece di venerarla come una dea madre, gli umani la stanno trattando come una schiava»; parole semplici ma vere, che tutte e possono comprendere: «Io sono solo una casalinga, ma so che abbiamo bisogno di aria limpida da respirare e alberi da far crescere, e abbiamo bisogno di essere circondati dalla natura. Come nonna, non riesco a pensare a un solo nonno che non vorrebbe il meglio per i propri nipoti. Per questo credo che dobbiamo proteggere quanto di buono Dio ci ha dato, questa Terra benedetta, altrimenti come potremmo vivere?»; per arrivare alla consapevolezza empatica che «il mondo è una rete interconnessa di relazioni, tra umano e umano, tra umano e animale e pianta, e tra tutte le cose viventi e non viventi». 

Copertine del romanzo breve Entanglement di Vandana Singh e delle antologie Avatar (che contiene un racconto di Vandana, Indra’s Web, La rete di Indra, del 2011) e Correnti future (che pure contiene un racconto di Vandana, Mother Ocean, Madre Oceano, del 2018): i volumi sono tutti pubblicati da Future Fiction, il primo nel 2017, il secondo e il terzo nel 2020 

Sulla stessa lunghezza d’onda, nel 2018, il racconto Mother Ocean (Madre Oceano), capofila dell’antologia Current Futures: A Sci-Fi Ocean Anthology, realizzata in occasione della Giornata mondiale degli oceani, che comprende diciotto testi di altrettante autrici di fantascienza provenienti dai sette continenti. Ancora una volta una giovane protagonista donna, Paro, ultima di una genealogia femminile, che proviene da una cultura oppressa e dimenticata, che sa abbandonarsi al mare che l’abbraccia «come nessun amante avrebbe mai saputo fare», che ama il contatto con i cetacei, nostri fratelli e sorelle nel respiro e nell’intelligenza. Singh afferma implicitamente che non occorrono mutazioni genetiche per comprendere il meraviglioso mondo marino, né rinuncia a rivendicare percorsi paralleli per libertà ed ecologia, contro lo sfruttamento di persone e di risorse, contro il colonialismo vecchio e nuovo, accanto a saggi pescatori e scienziati rinnegati: «Mentre il resto del paese corre avanti e indietro come stordito, perso nell’eterno ciclo di acquisti irrazionali, queste sono le persone che osservano come il clima e le correnti stanno cambiando, e si chiedono perché le balene si spiaggiano morte lungo le coste, con la pancia vuota, o a volte piena di rifiuti di plastica». Mother Ocean è un commovente apologo ecologista, che apre alla speranza di un futuro di salvezza per il pianeta, una speranza riposta in personaggi femminili che a un tempo sanno mantenere intima fedeltà alla tradizione e rivendicare autonomia di scelta personale, che non esitano a coniugare empatia e scienza e a vivere l’esperienza di nuotare e interagire con un maschio di balenottera azzurra, perché «l’acqua offusca, confonde e diluisce ogni confine»… 

Illustrazione di Jing Jing Tsong per il racconto Mother Ocean di Vandana Singh, edito da Xprize nel 2018 

E ancora nel 2018, la seconda raccolta di racconti a nome di Vandana, Ambiguity machine and Other Stories
Come è evidente dalle sue opere, a una spiccata coscienza per l’ecologia, l’autrice unisce una lucida critica al capitalismo: «Questa crisi – dichiara il 5 maggio 2020, nei primi mesi della pandemia − ci sta mostrando che il tanto propagandato simbolo del progresso e della prosperità, il sistema economico neoliberista, è marcio dentro e che non siamo separati dal resto della natura. Se non riusciamo a trovare modi di vivere basati sull’armonia ecologica e sociologica, siamo condannati». 

Illustrazione realizzata da Vandana Singh per A Speculative Manifesto, ripubblicato sul proprio blog il 20 ottobre 2021, con questa avvertenza: «Ho aggiunto, per dargli un po’ di colore, un po’ di arte slapdash che ho fatto con Paint mentre pensavo a un paesaggio alieno» (https://vandanasingh.wordpress.com/) 

Alla luce degli ultimi, suggestivi testi qui recensiti, non sorprende che Vandana Singh sia stata scelta per il progetto Climate Imagination: «l’immaginazione − quella facoltà che espande la mente umana alle dimensioni dell’universo, che rende possibile l’empatia (devi avere un po’ di immaginazione per metterti nei panni di un altro) − ci permette anche di sognare», scrive nel bellissimo, illuminante saggio A speculative manifesto (Un manifesto speculativo), premesso alla prima antologia di racconti, nel 2008, nel quale la scrittrice rende ragione della scelta della fantascienza quale genere privilegiato, della relazione tra mito e scrittura dell’immaginazione, della possibilità della science fiction di aprire nuovi mondi e di affrontare da punti di vista inediti i cambiamenti tecnologici e sociali, le questioni razziali e di genere, di trattare temi familiari e universali in ambientazioni originali e inconsuete, nel teatro dell’universo infinito, perché – afferma in un’intervista del 17 marzo 2018 − se coltivata, l’immaginazione «può essere grande quanto l’universo, o forse anche più». 

In copertina. Gino Andrea Carosini, Vandana Singh.

***

Articolo di Laura Coci

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Fino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Dopo aver insegnato letteratura italiana e storia nei licei, è ora presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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