La donna nel Medioevo. Tra spiritualità e cultura

Per tutto il Medioevo resiste tenacemente lo stereotipo aristotelico della donna inferiore all’uomo, codificato nel diritto romano, che sancisce il potere assoluto del padre di famiglia, e nella scolastica, che riconosce unicamente al maschio la discendenza da Dio, a sua immagine e somiglianza. Il primo concilio di Orange (441) proibisce l’ordinazione delle diaconesse, una sentenza questa ripetuta al Concilio di Epaon (517) e al secondo concilio d’Orleans (533). Per quanto riguarda il ruolo femminile all’interno della Chiesa, papa Innocenzo III è chiarissimo nel 1210: «Non importa se la beata Vergine Maria madre di Gesù sia la più alta e anche la più illustre di tutti gli apostoli messi insieme, non fu a lei, ma a loro, che il Signore affidò le chiavi del Regno dei cieli». 
Nelle comunità cristiane dei primi secoli, le donne cantano inni e salmi. In seguito, però, le autorità religiose proibiscono alle donne di cantare in chiesa. La voce femminile è libera di espandersi solo all’interno delle austere mura dei conventi. La musica diviene una pratica esclusiva dei monaci e dei musicisti di professione. Le suore eseguono e dirigono canti liturgici, anzi incrementano a tal punto le attività musicali da incorrere in una serie di misure restrittive adottate da papi e vescovi.  
Non così in Oriente. Nel IX secolo la nobile poeta bizantina Kassia o Kassiani, che dopo essere vissuta presso la corte di Costantinopoli, diventa monaca e poi badessa, compone cinquanta inni, ventitré dei quali sono tuttora cantati nella liturgia ufficiale della chiesa ortodossa. Il più famoso è l’inno di Kassiani, un capolavoro della musica bizantina, che viene cantato una volta all’anno, durante la settimana santa. Si ricordano due badesse di un monastero vicino a Costantinopoli: Teodosia, autrice di un canone di 220 versi dedicato al beato Ioannikios, morto nell’846, e Tekla, che scrive un canone in onore di Maria Theotokos, l’unico composto da una donna giunto fino a noi.  

Pagina dal Liber Manualis di Dhuoda

Con l’istituzione del monachesimo, le donne possono ricoprire alcuni ruoli all’interno della Chiesa. Quelle che non vogliono sposarsi trovano ospitalità nei conventi, dove ricevono un minimo di cultura e acquisiscono un certo prestigio fino a diventare badesse. Durante il regno di Carlo Magno la moglie e le sue due figlie apprendono le arti liberali (grammatica, retorica, geometria, astronomia) nel palazzo di Aquisgrana insieme alle altre ragazze nobili. Nell’alto Medioevo, benché rare, non mancano donne laiche colte. L’aristocratica Dhuoda (800 circa-843 circa), che vive praticamente prigioniera nel suo ducato, isolata da tutto e da tutti con un marito, il marchese Bernardo di Settimania eternamente in guerra, tra l’841 e l’843 scrive un’opera in latino, il Liber manualis, in cui dà le giuste dritte al primo figlio quindicenne, Guglielmo, che cresce lontano da lei perché da anni tenuto in ostaggio dell’imperatore Carlo il Calvo. 
Il Liber è il più antico trattato pedagogico del Medioevo e la sua autrice è l’unica donna dell’epoca carolingia di cui sia rimasto un libro. Monasteri, abbazie e chiostri sono il centro della vita intellettuale e gli unici luoghi deputati all’istruzione femminile. È nei conventi che paradossalmente le donne avviano il lento cammino della loro emancipazione culturale. 

La Chiesa celtica è più avanzata di altre chiese nell’incoraggiare le donne a studiare e a istruirsi. La monaca inglese Hilda di Whitby (614-680) fonda il monastero di Whitby e crea al suo interno un importante centro d’istruzione nel quale si approfondisce in particolare lo studio delle Sacre Scritture. Per la sua grande saggezza non solo uomini comuni, ma anche re e principi si recano da lei per farsi consigliare. Il vescovo Bonifacio chiama in Germania Lioba di Tauberbischofsheim, nata fra il 700 e il 710 e morta nel 782, perché, colta e convincente com’è, lo aiuti nella sua opera di conversione dei pagani. Beda il Venerabile narra che molte nobili studiano nelle scuole femminili annesse ai conventi, anche se non sono destinate alla vita monastica. Secondo Aldelmo di Malmesbury, il loro curriculum studiorum include grammatica, poesia e studio della Bibbia.  

Raffigurazione dei monaci Abelardo e Eloisa in un manoscritto del Romanzo della Rosa

Dopo l’anno Mille, in un clima culturale che deprime e umilia le donne, si afferma una grande figura di intellettuale, Eloisa del Paracleto, che studia nel convento di Argenteuil, dove eccelle nelle arti liberali e nelle lingue (latino, greco, ebraico). L’abate di Cluny, Pietro il Venerabile, riferisce che è «celebre per erudizione». Intorno al 1116, quando è già famosa «per la sua cultura letteraria senza pari», nella scuola di Sainte Geneviève Eloisa studia logica con Abelardo, uno dei più grandi teologi della storia della Chiesa, all’epoca quasi quarantenne. Malgrado la notevole differenza di età, si innamorano l’uno dell’altra. Travolti dal sentimento, cedono all’amore senza riserve. Rimasta incinta, Abelardo la porta al proprio paese natale e la ospita nella casa di sua sorella: qui la ragazza partorisce nel 1118 il figlio Astrolabio. Abelardo per non disonorarla la vuole sposare con un matrimonio riparatore, ma Eloisa, contraria alle nozze per non rovinargli la carriera ecclesiastica e la reputazione, è piuttosto propensa a troncare la relazione. Il matrimonio è, peraltro, incompatibile con l’etica professionale che prescrive per il filosofo la totale dedizione al pensiero e alla spiritualità. Nel 1119, tuttavia, i due si sposano in gran segreto a Parigi, quando Abelardo ha cinquanta anni ed Eloisa appena diciotto. La notizia si diffonde ugualmente. Per evitare scandali, Abelardo la manda nel monastero di Argenteuil dove ha studiato da bambina. Qui Eloisa prende i voti e diventa badessa. Le strade dei due amanti poi si dividono, ma i due non si dimenticano. Ne segue un denso scambio epistolare, ricco di riferimenti filosofici e dottrinali, tra i più belli e struggenti della letteratura universale. Eloisa scrive i Problemata, una raccolta di quarantadue questioni e problemi teologici, che lei invia ad Abelardo a nome della sua comunità. Per Eloisa il significato morale di un’azione non sta nel comportamento esteriore, nel gesto in sé stesso, ma nell’intenzione (animus) che muove chi agisce. In virtù di questo ragionamento, l’atto sessuale da lei commesso da ragazza, moralmente condannabile come peccato mortale secondo un giudizio approssimato e superficiale, non è affatto “peccato” perché frutto di un’intenzione nobile e pura, l’amore che in lei non muore con gli anni, ma resiste imperioso vita natural durante.  

Ildegarda di Bingen riceve una visione e la descrive al monaco Volmar

Ed ecco una delle figure femminili più interessanti del Medioevo, una donna di straordinaria importanza per l’acume delle sue indagini nonché per l’ecletticità dei suoi interessi e la vastità dei campi di ricerca: Ildegarda di Bingen, nata nell’estate del 1098, un anno prima che i crociati conquistino Gerusalemme. Ha le prime visioni quando ha appena cinque anni. All’età di otto, a causa di queste visioni, i genitori la inviano nel convento benedettino di Disibodenberg. A 42 anni, divenuta da poco badessa dello stesso monastero, in un periodo di particolare crisi fisica e interiore, ubbidisce alla voce di Dio che le comanda di scrivere ogni particolare delle sue visioni alla maniera dei profeti, per farne tutti partecipi, compresi pontefici e sovrani. Nascono così i tre scritti profetici: Liber Scivias (contrazione di Scito vias Domini, Conosci le vie del Signore, 1141-1151); il Liber vitae meritorum (Libro dei meriti della vita, 1158-1163); e il Liber divinorum operum (Libro delle opere divine, 1164-1174). Stando a quanto si legge in una lettera inviata a Gilberto di Gembloux, Ildegarda ha le sue ineffabili visioni per tutta la vita fino a tarda età. «Fin dall’infanzia, quando ancora i miei nervi, le ossa e le vene non avevano raggiunto la pienezza della forza, e sino al tempo presente, ho sempre avuto nell’anima queste visioni, e oggi ho più di settantadue anni… La luminosità che vedo non è racchiusa in un luogo, ma risplende più della nube che sta davanti al sole… Tutto quello che vedo e apprendo nelle visioni lo conservo nella memoria per lungo tempo, cosicché ricordo quello che un tempo vidi; e vedo, ascolto e apprendo nello stesso istante, e quasi istantaneamente comprendo ciò che ho appreso; ma quello che non vedo non lo conosco, perché sono ignorante e ho imparato a stento a leggere». Le sue visioni, che lei definisce non visioni del cuore o della mente ma dell’anima, scaturite da una costante ispirazione divina che si serve come tramite del suo “fragile corpo di donna”, affascinano per la potenza delle immagini. Vede il cosmo come un uovo con la punta rivolta in alto, circondato di fuoco e illuminato da un globo di fuoco più scintillante: «Per mezzo di questa grande figura a forma di uovo, che è l’universo, vengono resi visibili gli invisibili segreti dell’eterno». Dio le appare come un uomo con doppie ali, con la testa cinta da una tiara da cui spunta un volto di anziano, e porta in braccio un agnello che si trasforma nella figura femminile di Amore o Caritas, forza di fuoco che accende tutte le scintille viventi. Nella terza visione dello Scivias l’universo le si presenta come un immenso uovo.
Successivamente, nel Liber divinorum operum (1174) la forma del cosmo, generato nel petto di una figura divina a carattere antropomorfo, non è più ovale ma rotonda. Il Tutto è tenuto insieme da raggi che s’intersecano unendo la circonferenza con il centro, costituito da una figura umana, che incarna il microcosmo. Al centro del pensiero ildegardiano si pone il concetto di viriditas, l’energia vitale presente nel rapporto tra l’uomo e la natura sua alleata, dove il “verde” simboleggia il mondo vegetale e la forza fecondatrice, immediatamente percepibile nella vegetazione, ma riconoscibile in tutte le manifestazioni del creato.

Il Liber subtilitatum diversarum naturarum creaturarum (Libro che indaga gli aspetti sottili delle nature diverse delle creature) è scritto tra il 1158 e il 1170 in forma diretta. Nei secoli successivi viene diviso in due volumi: Physica, un’enciclopedia della natura, e Causae et curae, dove le conoscenze fisiologiche e mediche sono trattate in relazione ai principi cosmologici. Ildegarda esamina molte questioni riguardanti la salute e la fisiologia femminile, in particolare contribuisce a far conoscere le preziose proprietà delle piante e l’uso delle erbe. Nel sostenere che la salute dipende dal benessere non solo del corpo ma anche della mente, Ildegarda è la prima a intuire che stress, preoccupazioni e cattivi pensieri sono spesso causa di malattie. Donna assolutamente geniale, scrive trattati di scienze naturali (biologia, botanica, erbe medicinali, astronomia, medicina, animali e pianeti), tratta ampiamente la botanica e conosce i principi attivi delle piante officinali. In Herbora sempliciorum, come in un erbario, elenca e illustra tutte le erbe coltivate nei monasteri, e ne spiega dettagliatamente le proprietà benefiche. Non solo. La poliedrica, enciclopedica “Sibilla del Reno”, è la prima musicista nella storia della musica occidentale. Compone 155 monodie, cioè canti per voce sola, espressamente per voci femminili, privi di qualsiasi accompagnamento musicale, che si contrappongono alla polifonia, strutturata su più voci e un basso continuo di fondo. Compone drammi musicali, inni liturgici e canti, la Symphonia harmoniae caelestium revelationum (Armonioso concerto delle rivelazioni celesti, 1151-1158), e nel 1152 Ordo virtutum (L’ordine delle virtù) un dramma liturgico, un mistero, la prima sacra rappresentazione del Medioevo. Muore a più di 80 anni il 17 settembre del 1178. Il 7 ottobre 2012 Papa Benedetto XVI la proclama Santa e “dottore della Chiesa”.

Disegno di una beghina da Des dodes dantz, stampato a Lubecca nel 1489

Nelle Fiandre, durante il XII e soprattutto il XIII secolo, un numero crescente di donne sole, vedove o zitelle, passa la vita in preghiera facendo opere di bene ai poveri e bisognosi senza mai prendere i voti. Le beghine, come vengono chiamate con parola di incerta origine, non sono suore, infatti se lo volessero potrebbero anche sposarsi, e conservano insieme allo stato laicale tutti i loro beni. Pur vivendo in uno stato semi-monastico, non hanno una casa-madre, né norme comuni, né una gerarchia; ogni gruppo segue le proprie regole, per lo più conformi a uno stile di vita povero e francescano. Alcune feminae religiosae prendono carta e penna per raccontare le loro rivelazioni e le proprie esperienze spirituali. 

Una monaca fiamminga di grande cultura e profonda spiritualità è la mistica cistercense Beatrice di Nazareth (1200-1268). A quindici anni chiede di entrare nel noviziato, vi è ammessa l’anno dopo. Nel 1236 è invitata nella nuova fondazione di Nazareth, nei pressi di Lier, nell’attuale Belgio. Nel suo rapporto d’amore personale con Dio per essere più vicina al sacrificio di Cristo, pratica severe penitenze, mortifica il proprio corpo e, con esso, il proprio spirito con corde e una cintura di spine. I suoi strumenti di mortificazione finiscono per procurarle un’emorragia e un collasso fisico. Le si attribuiscono tre scritti in volgare fiammingo nei quali racconta le sue visioni e l’esperienza mistica della transverberazione. Nell’opera I sette modi di amare Dio, un piccolo trattato di circa cinquecento regole in prosa, scritte probabilmente tra il 1232 e il 1233 nel monastero di Nazareth, Beatrice racconta il suo percorso verso la beatitudine eterna attraverso sette gradi di amore verso Dio. La mistica e scrittrice tedesca, nata tra il 1207 e il 1210, beghina e poi monaca, Matilde di Magdeburgo (1212 circa-1283), raccoglie le proprie esperienze mistiche nell’opera in sette libri La luce fluente della Divinità, redatta tra il 1250 e il 1282. Dio chiama la sua creatura a sé ed essa deve rispondere con un “sì” deciso e perentorio. È un Dio che si fa vicino e sensibile, quello a cui l’Anima eleva il suo inno d’amore.  

Ritratto di una trobairitz

Nel XII e XIII secolo al di là delle Alpi, nel Centrosud della Francia, c’è una ricca fioritura di musica e poesia femminile a opera delle trovatore o trovatrici. Le artiste del trobar, verbo che vuol dire “scrivere, comporre”, rimaste sconosciute per secoli, mettono in musica e cantano i loro versi scritti in lingua d’oc o provenzale parlata in quasi tutta la Francia a sud della Loira, in una vasta area detta Occitania o Provenza, che va dal Mediterraneo all’Atlantico, da Marsiglia a Bordeaux. Le trovatrici, dette in provenzale trobairitz, cantano accompagnandosi con la viella, lo strumento musicale più diffuso del tempo. Autentiche cantautrici del Medioevo, musiciste itineranti e poete, apprezzate non meno dei colleghi, vagano di villaggio in villaggio, di castello in castello, di corte in corte, e si guadagnano da vivere cantando l’amor cortese con versi di fuoco, spesso traboccanti di passione. Molte di esse sono di origine aristocratica, come la più famosa, la contessa Beatrice de Dia. 

A scuola, nei centri di istruzione superiore le donne sono quasi del tutto assenti. Tra i maschi l’istruzione è più alta, la scolarità più estesa, anche per gli uomini appartenenti ai ceti bassi; tra le donne, solo le ragazze di famiglia agiata hanno accesso all’istruzione, ma a differenza dei maschi la loro formazione si svolge in casa o in famiglia. Questo quadro generale sostanzialmente esclude le donne dal mondo della conoscenza ma non mancano segni, frequenti nel tardo Medioevo, di presenze femminili nelle scuole e nei luoghi di cultura. È italiana la prima docente universitaria al mondo. A fregiarsi della prima laurea “rosa” è la nobile bolognese Bettisia Gozzadini, che si laurea in giurisprudenza con il massimo dei voti il 3 giugno 1236 a 27 anni. È poi la prima donna al mondo a salire su una cattedra universitaria. Tiene le sue lezioni all’aperto perché l’aula non riesce a contenere tutti i presenti e insegna con il viso coperto da un velo per non distrarre con la sua bellezza gli studenti dello Studium di Bologna, la più antica università d’Europa, e la terza nel mondo dopo quella di Al-Qarawwyin, fondata a Fes, in Marocco, nell’859 da una donna musulmana, Fatima Al-Fihriya, e l’altra, sempre in terra islamica, di Al-Azhar, che nasce al Cairo nel 975. Dotata di un’abilità oratoria non comune, nel 1242 Bettisia compone l’orazione funebre per il vescovo di Bologna. Sempre nello Studio petroniano, dopo la metà del Duecento, all’ombra di due grandi docenti e giuristi dell’ateneo, il padre Accursio e il fratello Francesco d’Accorso, insegna diritto Accursia (1230-1281), modello di donna colta, capace di svolgere le attività riservate dalla società agli uomini. Ad Accursia viene attribuito un opuscolo, Dissertatio de literati matrimonio, di cui purtroppo non ci resta niente.

Sempre a motivo del suo fascino, fra il 1320 e il 1330, fa lezione dietro una tenda la coltissima erudita bolognese Novella D’Andrea, come lettrice e supplente del padre, docente di diritto canonico. Muore in giovane età nel 1333. Sua sorella Bettina (deceduta nel 1355) insegna diritto e filosofia all’università di Padova, dove lavora il marito. Ancora lo Studium bolognese apre le sue aule, nel 1380, a un’altra “professora” di diritto, Maddalena Buonsignori, autrice di un trattato latino, De Legibus Connubialibus, in cui esplora la condizione legale delle donne ai suoi tempi da vari punti di vista.

Caterina da Siena (1347-1380) non è propriamente da considerarsi né una filosofa né una teologa. Pure, si prodiga per scuotere le coscienze e disporre gli animi, tramite la carità, alla ricerca dell’unico vero Bene come fine supremo dell’esistenza e dell’operare. Dalle sue Lettere è possibile desumere i principi di una filosofia sociale analoga a quella di san Tommaso d’Aquino. Caterina esalta il valore e il potere della ragione, che rende l’essere umano libero e protagonista della storia, purché sia congiunta alla fede. Quando l’essere umano è capace di elevarsi dall’empirico e dal contingente verso il trascendente, è la fede sola che lo aiuta e sostiene nella sua fase ascensionale. 

Caterina Benincasa, patrona d’Italia, tra l’altro, è un’eccellente infermiera: cura i malati di peste rischiando seriamente di contagiarsi. Nel Medioevo, le piante sono per medici e speziali “il medicamento” per eccellenza benché non sempre scientificamente attendibile. Ogni monastero ha il suo orto, chiamato giardino dei semplici, dove le suore coltivano varie specie di piante ed erbe aromatiche: levistico, tanaceto, santoreggia, rosa, cumino, giglio, salvia, rosmarino e tante altre. I vegetali servono per le necessità del convento e per nutrire la comunità. Le monache sono brave anche a preparare i “semplici”, medicinali allo stato grezzo. Molto comuni sono gli erbari, libri che illustrano con miniature le piante medicinali e ne descrivono le qualità terapeutiche e le sostanze attive. In molti monasteri nascono veri laboratori nei quali si lavorano le erbe e se ne ricavano tisane, infusi, elisir, oli aromatici, creme e unguenti. Il Medioevo brulica di erbarie che usano metodi alternativi alla medicina ufficiale soprattutto per curare i disturbi delle donne legati al ciclo, alla gravidanza, al parto e all’aborto. Abbondano le curatrici, donne del popolo, spesso analfabete, depositarie di un sapere erboristico molto vasto, sia pure empirico, che tramandano di madre in figlia, di generazione in generazione. Trattano affezioni e patologie varie con preparati e rimedi a base di erbe e nei loro rituali li accompagnano con formule incantatorie, ma poiché preparano anche filtri, intrugli e pozioni misteriose vengono scambiate per streghe e arse vive. Non è un caso che negli erbari stregoneschi medievali ritroviamo le stesse erbe di fattucchiere mitologiche quali Circe e Medea: aconito, belladonna, giusquiamo, mandragora, ruta e cicuta. Di tutt’altra pasta rispetto a milioni di donne mandate al rogo è una provetta guaritrice, medichessa ed erborista, Dame Péronelle, attiva a Parigi fra il 1292 e il 1319.  

Le alchimiste, figure a metà tra la maga e la studiosa, vengono additate come streghe, legate a un palo e bruciate vive. I medici visitano le donne vestite, in quanto la sola vista del corpo della donna è considerata vergognosa. Le donne spesso ci rimettono la vita durante il parto, anche se poi alcune di loro sopravvivono invece agli stessi figli, potendo giungere a vivere quasi tanto quanto gli uomini. Durante i lunghi secoli del Medioevo, si tramanda di madre in figlia il mestiere di levatrice. Le donne però non hanno la licenza per l’esercizio professionale. Con l’Inquisizione alcune donne sono ritenute rappresentanti del diavolo sulla Terra, capaci di trarre in inganno l’uomo spingendolo al peccato in qualsiasi modo. Decine di migliaia di donne vengono mandate al rogo e arse vive con l’accusa di preparare e spacciare per farmaci veleni e pozioni magiche: triste episodio passato alla storia col nome di “caccia alle streghe”, che proseguirà sino alla fine del XVII sec. e oltre. Con il XIII secolo, però, con l’avvento del dolce stil novo, in letteratura la visione della donna subisce un completo ribaltamento: la donna viene angelicata e considerata un tramite tra Dio e l’uomo. 

Una donna medievale che insegna geometria

A Salerno fin dall’anno Mille si trova la migliore scuola di medicina di tutta Europa. Uomini e donne vengono da ogni parte per studiare o perfezionarsi nella materia. Nella Scuola Medica Salernitana le donne, studenti e docenti, la fanno da padrone. Sono le Mulieres Salernitanae, le Signore di Salerno. Una tale presenza femminile, in pieno Medioevo, è un fenomeno unico nella storia della medicina. La “sapiens matrona” più famosa di tutte, è Trotula De Ruggiero (1050 ca.-1097). Scrive due trattati in latino, la lingua ufficiale della comunità scientifica.
Il primo, il più importante, De Passionibus mulierum
curandarum
è un trattato di ginecologia e ostetricia, che segna la nascita dell’ostetricia e della ginecologia come scienze mediche, divenuto poi famoso col nome di Trotula Major. L’altro, De Ornatu Mulierum (Sui cosmetici) è un trattato di dermatologia e cosmesi, detto Trotula Minor: contiene 63 ricette di unguenti, balsami, profumi, creme e pomate per curare le malattie della pelle e il corpo in generale, dai capelli alle mani e all’alito. De passionibus mulierum ante in et post partum (Sulle malattie delle donne prima, durante e dopo il parto) è il lavoro più famoso di Trotula de Ruggiero, trascritto a mano per quattro secoli e tradotto in numerose lingue, stampato nel 1544 a Strasburgo da George Krant. Trotula si sofferma dettagliatamente sull’eziologia delle più comuni malattie femminili, specialmente le patologie ginecologiche e della sterilità, e parla esplicitamente di argomenti sessuali. Per lei hanno la massima importanza l’igiene, una dieta equilibrata e l’esercizio fisico. Sottolinea, nello stesso tempo, gli effetti negativi dello stress. Nessun libro di tale levatura è mai stato scritto prima di lei né lo sarà per secoli. Fino a tutto il XV secolo rimane un’autorità indiscussa per i problemi e i disturbi che riguardano concepimento e sterilità, gravidanza e parto.

Nel XIV secolo tra le Mulieres Salernitanae altre mediche di fama sono Mercuriade, Abella di Castellomata, detta Abella Salernitana, e Rebecca Guarna. L’ultima grande dottora salernitana, Costanza Calenda, nel XV secolo, si laurea in Medicina all’Università di Napoli nel 1422 e tiene conferenze scientifiche nello stesso Ateneo. Dopo di lei la Scuola Medica Salernitana si avvia al declino. Molte donne sono guaritrici impegnate in pratiche mediche; alcune esercitano la professione medica con licenza regia. A Bologna, Dorotea Bucca, conosciuta anche come Dorotea Bocchi (1360-1436), studiosa di medicina, nel 1390, a 30 anni, succede al padre, apprezzatissimo filosofo e medico, presso la cattedra di filosofia e medicina all’Università. Tra le prime donne docenti universitarie al mondo, insegna per 46 anni fino alla morte, nel 1436.

***

Articolo di Florindo Di Monaco

Florindo foto 200x200

Docente di Lettere nei licei, poeta, storico, conferenziere, incentra tutta la sua opera sulla Donna, esplorando l’universo femminile nei suoi molteplici aspetti con saggi e raccolte di poesie. Tra i suoi ultimi lavori, il libro La storia è donna e le collane audiovisive di Storia universale dell’arte al femminile e di Storia universale della musica al femminile.

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