La lingua di genere conquista un posto al sole

Un posto al sole è la prima, longeva soap opera italiana. Molti e molte la giudicano con quello sguardo un po’ sufficiente che si riserva in genere alle produzioni televisive, eppure da venticinque stagioni essa tocca, con leggerezza ma con serietà, temi importanti, problemi sociali, fenomeni del nostro tempo, rendendoli popolari grazie alla divulgazione. Una testimonianza: nell’episodio del 22 novembre una giovane donna, sentendosi appellare ‘magistrato’, ha ribattuto decisa «No, magistrata». Pare una piccola cosa, non lo è. Si tratta di mostrare al grande pubblico che l’uso corretto della lingua italiana non è un vezzo, una fissazione di frange isolate di veterofemministe ma un’abitudine che va appresa fin dall’infanzia. Non dovrebbe essere necessario ribadire che la nostra grammatica conosce solo due generi quando si tratta di persone. Il neutro non esiste, non ha senso il “maschile inclusivo”. Si presume che il maschile sia “universale” solo se si postula che il mondo sia costruito intorno all’uomo e dunque la lingua sia costruita intorno all’uomo. Secoli di convinzioni analoghe hanno fatto credere che sia giusto così, che le cose possano andare solo così. Non è una regola, è una prassi; un fatto sociale oltre che linguistico. 

Le parole e le immagini sono le porte e le finestre della nostra percezione, e questo è importante perché chi controlla la percezione della realtà controlla la realtà. La nostra esperienza del mondo dipende da ciò che ascoltiamo, da ciò che vediamo. Lavorare sul linguaggio significa dunque lavorare sull’organizzazione della coscienza poiché esso non solo manifesta ma condiziona il nostro pensiero; non ha solo la funzione di definire i valori ma concorre a determinarli.  
Se la lingua è il luogo in cui una cultura stabilisce, fissa e tramanda le proprie rappresentazioni simboliche, riflettendo e alimentando gli stereotipi e i pregiudizi che la connotano, è nella lingua che vanno cercate risposte in merito allo statuto dell’uomo e della donna in una società strutturata. 

Da più di trent’anni linguisti e linguiste ― sulla scia determinante dei lavori di Alma Sabatini, ufficialmente assunti nel 1987 dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri ― forti di tali motivazioni sostengono la sessuazione della lingua e insegnano a dire ministra, assessora, notaia, avvocata e magistrata. Eppure le resistenze sono fortissime, come sa qualunque docente si avventuri su questa strada. Si indignano giornalisti e presunti puristi, sussultano gli e le studenti (provate a dire a una classe mista «Buongiorno a tutte»), si inalbera la gente comune come di fronte a un’enormità. Disse il grammatico francese Dominique de Bouhours: «Quando due generi s’incontrano bisogna che il più nobile prevalga». Non era necessario aggiungere quale fosse il più nobile! Era il Seicento.  
Oggi sono testimone diretta di un elenco di reazioni stupefacenti, registrate sempre uguali nei corsi che si fanno in tutta Italia. 

«Non avete niente di meglio da fare?»: faccio tante cose, questa è una. 

«È una questione irrilevante, fa perdere tempo»: e allora perché tu spendi tanto tempo a controbatterla? 

«Perché non badate ai fatti anziché alle parole?»: perché la sostanza e la forma sono due facce della stessa medaglia e non è possibile modificare l’una senza toccare l’altra. La banalità “il linguaggio è solo uno specchio” viene appunto usata per banalizzare e spostare l’attenzione altrove. 

«Allora diremo pediatro e dentisto»: se non conosci l’etimologia delle parole, se ignori che esistono termini epiceni, perché parli di lingua? 

«Ministra suona male»: perché maestra no? Il suono è identico. Non sarà una questione di abitudine? 

«Ci riferiamo alla funzione e non alla persona»: dunque ha senso dire: «il ministro è incinta»? 

«Volete corrompere la gioventù con le vostre fisime»: è il sistema patriarcale che l’ha educata a una disuguaglianza malata. 

Le reazioni sono così diffuse e virulente perché questa faccenda apparentemente marginale tocca un nervo scoperto, mostra come sia radicata la tendenza perfino inconscia a cancellare le donne: dalla storia come dalla letteratura, dalle scienza come dalla politica e dunque dalla lingua. Non è un caso che ‘cameriera’ e ‘sarta’, ‘commessa’ e anche ‘maestra’ facciano serenamente parte del lessico di tutti i giorni, a ribadire implicitamente che ci sono attività adatte per noi, e altre ― vedi caso di maggior prestigio ― dove compariamo solo per eccezione o per sbaglio. Appena assunta io ero ‘ricercatrice‘ all’Università, sono diventata ‘professore’ quando ho vinto il concorso per l’ordinariato. 
Scriveva il linguista Giulio Lepschy nel 1989: «Mentre gli uomini sentono che la lingua manifesta nello stesso tempo sia la loro condizione di esseri umani sia la loro condizione di maschi, le donne trovano che la stessa lingua non corrisponde ugualmente alla loro condizione specifica di donne e che perciò è inficiata anche la sua presunta universalità umana». 
Cito infine Wittgenstein: «Ciò che non si nomina non esiste». O preferite il Vangelo? «Il principio dello spazio era il verbo. Tutto esisteva ed esiste perché esisteva il verbo». Il latino verbum si traduce ‘parola’. 

***

Articolo di Graziella Priulla

Già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.

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