Editoriale. “Avevamo il mostro in casa e non ce ne eravamo accorti”

Carissime lettrici e carissimi lettori,

questa settimana abbiamo parlato di donne. Abbiamo detto, ricordato e riflettuto sul rapporto con il femminile del mondo. Soprattutto quando la violenza guasta e distrugge quello che dovrebbe essere un incontro paritario, arricchente e di rispetto.

Una panchina rossa, tante scarpe rosse, anche quelle più piccole dei bambini e delle bambine, a segnare il colore della sofferenza di moltissime donne, di un numero sterminato di sorelle che pagano giornalmente il fatto di essere donna e dei loro figli e figlie segni di ricatto e arma di offesa che colpisce non una, ma innumerevoli volte. Lo sguardo, le mani, e il pensiero maschili agiscono per compiere del male sui corpi femminili, e sui frutti di quei corpi includendo il dolore dello spirito torturato con uno dei più crudeli modi di fare del male, la violenza psicologica, preludio spesso di quel sangue, di quei colpi abusanti, esageratamente al di là della vita. Mentre figli e figlie guardano, orfani e orfane di madre e di padre, quando non muoiono in un rovesciamento della tragedia greca che vede nel dramma funesto Giasone al posto di Medea.

La data-ricorrenza del 25 novembre, lo sappiamo ormai, non corrisponde a una festa, seppure anche quella dell’8 marzo rimandi anch’essa un lutto collettivo. Ma è la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, un’ identificazione lunga da scrivere per una celebrazione che l’assemblea generale della Nazioni ha istituito nel 1999 tramite la risoluzione numero 54/134 (del 17 dicembre di quell’anno) per ricordare lo stesso un martirio, quello delle sorelle Mirabal, uccise in una vile imboscata, dalla ferocia del dittatore Rafael Leonides Trujillo della Repubblica Domenicana, mentre, proprio il 25 novembre 1960, si stavano recando a trovare i loro mariti, in carcere per ragioni di opposizione politica.

Purtroppo le donne continuano a morire, quasi sempre (e si può dirlo senza temere di sbagliare in eccesso di valutazione) per mano maschile o di persona vicina alle vittime. Mariti e conviventi (in numero maggiore) e fidanzati o ex mariti, spasimanti (quasi estranei) sfilano nella schiera degli assassini. Sembra non basti ripeterlo per fermare questa mattanza che aumenta, anzi, si moltiplica, quasi senza un senso. Ma un senso ce l’ha perché, come è stato giustamente detto, una violenza, e soprattutto un femminicidio, non è praticamente mai frutto di un raptus, ma è sempre atto premeditato, studiato, minuziosamente preparato.

I numeri gridano la violenza di tali azioni brutali generate da questi maschi, creano affanno e paura. Dal 15 al 21 novembre, vale a dire nel solo tempo della scorsa settimana, in Italia sono morte sei donne e 3 di loro a causa del partner o di chi per quella donna lo era stato in passato. Purtroppo sarà un limite personale, ma non riesco a condividere il pensiero espresso da chi dice che bisogna aiutare l’uomo violento comprendendo la sua solitudine. Semmai si deve parlare di rieducazione (quello che fa il Progetto Zeus a Milano), ma non giustificando la violenza tanto fisica che verbale. Si scrive ri-educazione e il pensiero va sicuramente alla scuola che è il luogo di gestione delle informazioni e tanto può fare fin dalla più tenera età delle ragazze e dei ragazzi che la frequentano, insegnando il dialogo, il rispetto e la gestione delle emozioni.

Nel 2021 ogni giorno, sempre nel nostro Paese, 89 donne (ma c’è chi dice ancora di più) già sono state vittime di violenza. Nel 36% dei casi di femminicidio, secondo la Direzione centrale anticrimine della Polizia di Stato, il colpevole è il marito o il convivente. Su 263 omicidi 109 vittime sono donne e 93 di queste sono state uccise in ambito familiare o comunque affettivo. Incombe però il silenzio: «Il 63% delle donne uccise non aveva parlato con nessuno della violenza. Solo il 15% aveva denunciato l’autore – spiega in un’intervista Linda Laura Sabbadini, direttora centrale dell’Istat – Due dati molto gravi che chiamano in causa tutti noi: padri, madri, amiche, amici.» Nella maggior parte delle volte il silenzio si interrompe con uno sfogo che rimane tale e viene affidato solo a un’amica, a una persona di cui ci si fida, a una mamma, una zia, che raccolgono, uniche, l’esternazione di tanta violenza subita, spesso per anni. Nella maggior parte dei casi, lo sfogo non si traduce in denuncia. Ma chiamate in causa – dice Sabbadini – sono anche le istituzioni che non riescono a raggiungere donne che ne hanno bisogno».
D’altra parte, purtroppo, il ricorso alla legge non produce i benefici attesi. Le donne che denunciano le minacce, le lesioni, i tentativi di strangolamenti, che portano a prova di tutto anche i certificati medici, non hanno da parte delle istituzioni l’attenzione che un tale atto meriterebbe: «non c’è un’adeguata valutazione della violenza», dicono da più parti. E così si espone ancora di più la vittima alla morte. «Quando le querele sono così rare è evidente che quando le vittime trovano il coraggio la situazione è drammatica. Il 79% delle uccise che aveva denunciato aveva indicato di temere per sé e i figli. La maggioranza aveva sporto più di una denuncia, segno di una piena escalation della violenza. Le donne devono essere credute» sottolinea ancora Sabbadini.  Invece «Il femminicidio – chiarisce in un articolo Antonella Veltri, presidente della rete anti violenza D.i.Re (Donne in Rete) – non è un evento imprevedibile. Le donne uccise avevano cercato aiuto, si erano separate dai maltrattanti, a volte erano stati emessi provvedimenti. Non è bastato. Manca la valutazione del rischio: va fatta con i Centri anti-violenza che usano un metodo consolidato per scegliere il livello di protezione di ogni donna». Come ci dice ironicamente Orsetta De Rossi leggendo Ferite a morte, il libro di Serena Dandini, testimonianza delle donne uccise per mano di un uomo: «Avevamo il mostro in casa e non ce ne eravamo accorti!»

Ci stiamo avvicinando al Natale. Di solito è considerato la festa dei bambini e delle bambine, non solo perché sono loro ad aspettare con più ansia i regali (che poi nelle varie tradizioni non li porta solo il classico Babbo Natale legato, a pensarci bene, ad un marchio industriale). Il Natale ricorda per i cristiani e le cristiane la nascita di un bambino. Questo bimbo, che si nomina come figlio di un Dio, è su questa terra un profugo, di duemila anni fa. Il racconto vuole che nasca in una stalla “al freddo e al gelo” dove trovarono riparo, non sapendo dove andare, la madre, di nome Maria e prossima al parto, e il padre Giuseppe, un falegname. Non possiamo dimenticare allora i tanti bambini profughi di oggi che spesso trovano la morte, opposta alla vita, qui nella civile, ma contraddittoriamente indifferente, Europa. Una storia tra le tante quella commentata da Davide Sassoli, che è il presidente del Parlamento europeo. Sulla sua pagina social il 19 novembre ha interpretato così la fine di un bambino, morto qui: «I genitori, gravemente feriti, non possono aiutarlo. Le organizzazioni umanitarie non hanno accesso alla zona e non riescono a soccorrerlo in tempo. Così un bambino di un anno e mezzo muore di freddo, in una foresta ai confini tra Bielorussia e Polonia, mentre altre migliaia di migranti, nel gelo dell’inverno che arriva, invece che essere accolti vengono scacciati, perfino aggrediti. È possibile semplicemente sostenere, in una situazione come questa, in modo neutro, che “un bambino è morto”? No, la verità, se direttamente vogliamo guardarla negli occhi, è che questo bambino è stato ucciso: dall’indifferenza, dell’egoismo, dalla speculazione politica sulla pelle dei migranti, da una assurda disumanità: e tutto questo alle porte dell’Europa. Una vergogna. Un’inaccettabile vergogna».

Il passato, però, ci deve insegnare ad andare avanti. Ci detta, con la sua esperienza, come vivere il presente e il futuro. Istintivamente scegliamo lo sguardo buono e giusto che ci consoli dalle sofferenze e dalle ingiustizie subite singolarmente e collettivamente. Prendiamo questa volta l’eco di un poeta dell’Eros, parola greca. che appaga e “non si posa” in nessuna stagione. Il poeta è Ibico, nato a Rhegion, l’antico nome di Reggio Calabria, qui nell’Italia della Magna Grecia, nel 570 a. C. circa (muore forse a Corinto, dove era andato dopo la morte del tiranno Samo). Cicerone lo ha lodato come “poeta più ardente di tutti gli altri della Magna Grecia” e il suo nome, oltre all’Iris , è legato a un uccello, alla gru, a cui la leggenda dice che il poeta avesse affidato la vendetta per la sua morte per mano di ladri. La sua lirica si collega allo splendore di Saffo e il suo nome è legato a quello di Anacreonte che, oltre ad essere un poeta era anche un costruttore di strumenti musicali.  Anacreonte creò il barbiton  lo strumento a molte corde), ad Ibico si lega la Lira fenicia o Sambuca.

Frammento 286

In primavera, i meli cidoni
irrorati dalle correnti dei fiumi,
– là dov’è il giardino incontaminato
delle Vergini – e i fiori della vite,
che crescono sotto i tralci ombrosi,
ricchi di gemme, germogliano. Per me Eros
in nessuna stagione si posa:
ma come il tracio Borea,
avvampante di folgore,
balza dal fianco di Cipride con brucianti
follie e tenebroso, intrepido,
custodisce con forza, saldamente,
il mio cuore.

Andiamo a leggere la rivista di oggi. In questo numero le donne di Calendaria sono due: Mary Swanzy, eclettica artista irlandese, protofemminista, fondamentale per la nascita dell’arte moderna; e Elizaveta Konsulova Vazova, pittrice impressionista, prima donna a realizzare una personale in Bulgaria.

Alexandra Wolff Stomersee. Una pioniera della psicanalisi è una interessantissima figura di donna cui si deve il forte impegno per la costituzione della Società Psicoanalitica Italiana, la sua rinascita negli anni del dopoguerra e la ripresa della pubblicazione della Rivista di Psicoanalisi.

Continua la bella serie La donna nel Medioevo. Tra spiritualità e cultura, che ci guida tra figure femminili interessanti e solo in parte conosciute.

Nella settimana della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne Ni una más va in scena a Morbegno racconta i preparativi di una performance, interpretata da giovani studenti di una scuola valtellinese, dedicata a questo problema gravissimo.

Anche Al bivio, che riferisce di una benemerenza civica data a una donna, Tiziana Robbiani e ne riporta un racconto dalla forte intensità, è stato lo spunto per uno spettacolo teatrale realizzato da una scuola di Lodi.

Parte da una battuta della sceneggiatura della più longeva soap opera italiana l’articolo La lingua di genere conquista un posto al sole, con una serie di riflessioni interessanti e repliche alle accuse abitualmente mosse alla sessuazione del linguaggio.

La toponomastica partecipata di Ponte Buggianese. Una consultazione popolare sceglie tre intitolazioni femminili ci presenta il percorso paziente e democratico attraverso il quale tre vie hanno avuto nomi di donne.

Nella sezione Juvenilia questa volta parliamo di un lavoro realizzato nell’ Università Aldo Moro di Bari. Il lavoro V per Virginia! Creare spazio dai margini, risultato premiato al concorso “Sulle vie della parità”, è un saggio di scrittura e fotografia realizzato da un gruppo di studenti.

Prime considerazioni intorno alla nuova legge sulla parità salariale è l’articolo che esamina le leggi che si sono succedute nel tempo in questo campo, fino alla conquista odierna, seppure ancora da migliorare, della legge definita “sulla parità salariale” sentita così urgente da essere approvata, tra Camera e Senato (con voto unanime), in una manciata di giorni (13 e 26 ottobre scorsi!).

Le recensioni di questo numero sono tre: Le siciliane, di Gaetano Savatteri di cui parla l’articolo Tra le donne di Sicilia, riferendo di una narrazione di piacevole lettura, mai saccente e soprattutto non sessista;  La treccia di Laetitia Colombani, una storia di discriminazioni verso tre donne che vivono in parti diverse del mondo; e La linea tratteggiata di Zerocalcare, l’articolo sulla serie Netflix Strappare lungo i bordi, in cui «Si ride, tanto, ci si commuove, si riflette, si ritrovano pezzi della propria vita».

Chiudiamo, come sempre, con una ricetta esotica: Liquirizia e gamberi per un risotto speciale, una facile preparazione per una cena conviviale, che ci racconta le origini della liquirizia.

E con il buon sapore in bocca auguro una felice lettura a tutte e a tutti.

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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