La treccia

Cosa possono avere in comune tre donne in tre continenti diversi, che parlano lingue diverse e vivono vite diverse?
È proprio questo che ci si chiede leggendo il romanzo La treccia di Laetitia Colombani.
L’autrice ci presenta per prima Smita, giovane madre indiana, della casta dei dalit, anche chiamate/i “intoccabili”. Sia lei che il marito Nagarajan vivono da indigenti: Smita pulisce le latrine e lui uccide i ratti che infestano le case dei ricchi, molto spesso senza ricevere alcun compenso. Sono proprio quei ratti ad essere il loro pranzo e la loro cena. Insieme hanno una figlia di sei anni, di nome Lalita. Per lei, Smita vuole tentare il tutto e per tutto: scappare, regalare alla bambina una vita migliore, consentirle di andare a scuola ed essere artefice del proprio destino.
Il marito non è d’accordo: l’India è un Paese pericoloso, soprattutto per le donne, dove stupri e uccisioni sono all’ordine del giorno. Ma per Smita questa non è più vita ed elabora il suo folle piano di evasione da una città che ormai non le appartiene più. Un bel giorno si arma di tutto il suo coraggio, qualche spicciolo e fugge con l’adorata figlia. Sarà la sua fede nel dio Visnu a guidarla.

Giulia Lanfredi è una ventenne di Palermo ed è l’unica di tre sorelle che ha deciso di seguire l’azienda paterna. Da generazioni la famiglia si occupa della “cascatura” ovvero la conservazione dei capelli tagliati o caduti spontaneamente per ricavarne parrucche. Le ciocche vengono districate, lavate, trattate, assemblate e vendute sia in Italia che in Europa.  
Diverse operaie lavorano all’interno del laboratorio, tra i pochissimi rimasti ancora in attività. Ma sulla famiglia Lanfredi sta per abbattersi una disgrazia: il padre di Giulia rimarrà in coma in seguito ad un incidente e spetterà proprio a lei salvare l’azienda in gravi problemi finanziari. 
Dovrà prendere una decisione difficile: dichiarare fallimento e chiudere, licenziando le operaie, o tradire la tradizione siciliana e acquistare capelli dall’estero? Suo padre cosa avrebbe fatto? 

Sarah Cohen è una brillante avvocata quarantenne assunta in uno degli studi legali più prestigiosi di Montréal, in Canada. Due matrimoni falliti alle spalle e due figli, è la donna in carriera che tutti stimano, sempre presente, mai un ritardo, mai un errore, mai un cedimento. Sarah è così: sa che in un ambiente maschilista deve dare il doppio rispetto a un uomo per essere rispettata e riconosciuta nel suo lavoro. Infatti il collega Gary Curst la detesta, vorrebbe tanto avere il suo posto, in quanto si vocifera che sarà proprio Sarah ad assumere il ruolo di manager quando il socio fondatore, ormai anziano, si ritirerà dalle scene. Ma un giorno Sarah ha un malore, proprio in un’aula di tribunale, proprio mentre sta difendendo uno dei suoi clienti più importanti. D’improvviso la macchina perfetta che è Sarah Cohen si inceppa, il suo corpo che lei ha sempre sfruttato, fino all’estremo, decide di darle forfait. Gli avvoltoi sono già pronti a cibarsi delle sue debolezze. Che ne sarà ora di lei?
Terminate le presentazioni si capisce di essere di fronte a un romanzo che vuole narrare il coraggio e le difficoltà che le donne affrontano quotidianamente in ogni parte del mondo.
Smita racconta come in India le donne siano considerate cittadine di serie b: se qualcuno si accorgesse della sua fuga sarebbe molto probabilmente condannata a subire violenze di ogni tipo. In un passaggio, il marito tenta di dissuaderla proprio ricordando che «fuggire significa esporsi a rappresaglie terribili. Faranno del male anche a Lalita. Le violenteranno tutt’e due e poi le impiccheranno a un albero, com’è accaduto il mese scorso a due giovani dalit di un villaggio vicino».
La minaccia della violenza è un deterrente per molte indiane, eppure tutto questo non impedisce a Smita di fuggire. L’angoscia di continuare a vivere come una schiava senza diritti è addirittura più grande della paura di essere brutalizzata e uccisa.
Giulia vive in Italia, lontana migliaia di chilometri dall’India, ma anche qui le prevaricazioni contro le donne non mancano. Non appena la madre scopre le difficoltà economiche in cui versa l’azienda di famiglia pensa subito di poter dare in sposa la figlia a un uomo benestante affinché le possa aiutare.
«Chissà, magari accetterebbe di estinguere l’ipoteca sulla casa di famiglia? Il laboratorio sarebbe perduto comunque, ma almeno avrebbero un tetto sopra la testa. Sì, quel matrimonio sarebbe la loro salvezza, pensa la mamma».
È drammatico il fatto che la donna non abbia fiducia nelle capacità della figlia, ma trovi normale l’idea di darla in sposa ad un uomo che lei non ama in cambio di un aiuto economico. Saranno solo il coraggio e la determinazione di Giulia ad evitarle un destino così atroce.

La storia di Sarah dal Canada insegna, invece, che non importa quanto hai studiato, faticato, dimostrato nel corso dei tuoi anni di carriera, ci sarà sempre un uomo invidioso dei tuoi successi, pronto ad approfittare di una tua debolezza per colpirti alle spalle. Il collega Gary Curst non vede l’ora di soffiarle il cliente più prestigioso dello studio, appoggiato anche dal socio fondatore. «Occorrono varie settimane di appuntamenti cui non viene invitata, di riunioni di cui non viene informata, di documenti che non le vengono consegnati, di clienti che non le vengono presentati, perché finalmente ne abbia la certezza: la stanno emarginando. Questa violenza ha un nome, un nome che fatica a pronunciare: discriminazione». 
In qualche modo, il destino e le vite di queste tre donne combattenti arriveranno ad intrecciarsi e sarà lì che si coglierà il messaggio meraviglioso insito nel libro: ogni volta che una donna lotta per sé stessa, in realtà si sta battendo anche per tutte le altre donne.  

Laetitia Colombani
La treccia, tre donne, tre continenti, tre destini intrecciati
Casa Editrice Nord, Milano, 2021 
pp. 288

***

Articolo di Elisabetta Uboldi

Laureata in Ostetricia, con un master in Ostetricia Legale e Forense, vive in provincia di Como. Ha collaborato per quattro anni con il Soccorso Violenza Sessuale e Domestica della Clinica Mangiagalli di Milano. Ora è una libera professionista, lavora in ambulatorio e presta servizio a domicilio. Ama gli animali e il suo hobby preferito è la pasticceria.

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