Anniversario di un genio: Wolfgang Amadeus Mozart, fra realtà e fantasia

Tracciare la biografia di Wolfgang Amadeus Mozart in occasione del 130° anniversario della morte, avvenuta a Vienna il 5 dicembre 1791, non sarebbe un’idea originale dal momento che il personaggio è notissimo e qualsiasi informazione sulla sua breve esistenza (era nato infatti a Salisburgo il 27 gennaio 1756) è facile da reperire. 

Ho scelto pertanto una strada meno comune e senz’altro più coinvolgente, ma anche relativamente attendibile visto che è filtrata attraverso la creatività di più persone; sto per fare in larga misura riferimento al film Amadeus realizzato nel 1984 dal regista Milos Forman, a sua volta ispirato all’omonimo testo teatrale di Peter Shaffer. La biografia del genio vi appare in parte distorta, esagerata, arricchita di dettagli scarsamente documentati se non fantasiosi, a cominciare dalla “cornice” in cui si inserisce l’altro protagonista, il presunto feroce avversario, il musicista italiano Antonio Salieri. Ciò nonostante, il film è meraviglioso e riesce a condurre noi spettatori e spettatrici in un’epoca passata con una vivacità, una freschezza, una originalità strepitose, capaci di catturare l’attenzione e di provocare mille domande. Per raccontare uno spirito ribelle e incostante, un uomo eternamente fanciullo, ci voleva un regista visionario e, anche lui, geniale; il risultato fu un capolavoro senza tempo che raccolse una quantità impressionante di premi e che è stato inserito nella lista delle pellicole che è impossibile non vedere, almeno una volta nella vita. Confesso che, nella mia carriera di docente, arrivati al Settecento, l’ho presentato con ottimi riscontri alle mie classi sia come esempio di opera pienamente riuscita, in ogni dettaglio (penso ad esempio all’utilizzo delle luci naturali e delle candele), sia come intelligente sintesi (rivisitata) di un momento storico ricco di cambiamenti e di innovazioni. 

Locandina. Amadeus

Amadeus, figlio di Anna Maria e Leopold, l’unico maschio sopravvissuto insieme alla sorella maggiore della numerosa prole della coppia, fu un fanciullo prodigio, nel vero senso della parola, che cominciò a suonare il clavicembalo piccolissimo, a tre anni, quando i coetanei a mala pena camminano e dicono poche frasi; dimostrò subito doti eccezionali di memoria e il possesso del rarissimo “orecchio assoluto”. Nel film c’è una scena assai curiosa in cui il bambino suona bendato, a testa in giù; ascolta un brano e lo riproduce all’istante, anche al contrario, come farà per divertimento pure da adulto; certo fa pena perché si sa che veniva sballottato come un fenomeno per le corti europee, esibito come una scimmietta sapiente di cui il padre era assai orgoglioso. Iniziò precocemente a comporre e, tanto per dare dei numeri, pensiamo che a soli 13 anni diventò Konzertmeister presso la corte di Salisburgo. Viaggiò molto, per anni, in Italia, di città e in città, conoscendo altri musicisti, personaggi di spicco, nobiltà, intellettuali e prendendo lezioni di contrappunto proprio da un maestro italiano: Giovanni Battista Martini. Intorno ai 20 anni si dedicò sempre più alle composizioni per pianoforte, alle sonate, ai concerti e alle opere liriche, mentre intanto cercava una maggiore stabilità economica. Ancora viaggi nelle corti: Parigi, Monaco, Vienna, finché prese la decisione di lasciare, definitivamente e in modo burrascoso, Salisburgo. Di lì a poco si sposò con la giovane cantante Constanze Weber, nel film raffigurata come una spensierata ragazzina, tutta trine, fiocchi e riccioli, ma un po’ più saggia del marito scapestrato e spendaccione. La coppia ebbe in pochi anni numerosi figli e figlie, ma solo due sopravvissero. Intanto il musicista componeva a ritmi forsennati: serenate, sinfonie, sonate per violino e orchestra, quartetti, concerti in cui era esecutore e direttore, opere che andavano in scena alla corte viennese. Un grande successo fu Il ratto dal serraglio (1782) in cui emergono sia lo spirito illuminista nella tolleranza, nel gusto per l’esotico, nel rispetto per le usanze altrui, nel cosmopolitismo, sia una straordinaria innovazione tecnica nel genere del Singspiel. 

Un momento assai gustoso del film si ha durante le prove dell’opera successiva: Le nozze di Figaro (1786), su libretto di Lorenzo Da Ponte e cantata naturalmente in lingua italiana; vediamo arrivare l’imperatore Giuseppe ad assistere curioso, quando si trova di fronte una assurda scena di balletto senza musica.  

Locandina. Le nozze di Figaro

Si domanda cosa stia accadendo e gli viene risposto che lui stesso ha proibito i balletti, lì tuttavia elemento necessario perché ricorda una semplice festa campestre per celebrare il matrimonio. Così d’incanto l’accompagnamento viene ripristinato. La vicenda e la musica erano talmente innovative che il lavoro piacque poco, specie perché faceva emergere una forte critica sociale verso i costumi aristocratici, mentre spiccavano i valori insiti nel popolo. Altrove (a Praga, ad esempio) quella splendida opera buffa ebbe invece un successo lusinghiero. Comunque Amadeus continuava l’attività legata ai concerti e alle sonate dedicate ai più vari strumenti: dal pianoforte all’oboe, dal clarinetto al corno e al fagotto, dalla viola al violino e al violoncello. Non dimenticava neppure le potenzialità della voce umana grazie ai suoi Lieder sui versi dei più grandi poeti, come Goethe. Nel 1787 morì il padre Leopold che tuttavia, nel testamento, privilegiò la figlia Anna Maria, mentre Amadeus, sempre in condizioni economiche difficili, per fortuna fu “assunto” dall’imperatore Giuseppe II, pur con un compenso modesto rispetto ai predecessori, fra cui Gluck. A questo periodo risalgono due capolavori assoluti: La piccola serenata notturna e Uno scherzo musicale in fa maggiore e una nuova opera, apprezzatissima a Praga, assai meno a Vienna: il celebre Don Giovanni (1787 – libretto di Da Ponte)di cui il film di Forman dà una originale e inedita lettura psicanalitica. Il “convitato di pietra” viene in qualche modo identificato con la figura paterna, amata-odiata-temuta, ed emerge minaccioso come una condanna definitiva per i peccati e la dissolutezza di Don Giovanni, ma anche come un giudice implacabile per il figlio, geniale ma senza regole e pieno di vizi. Nella finzione cinematografica beve smodatamente, non sa risparmiare, come del resto sua moglie, compra assurde parrucche, abiti stravaganti, fronzoli, di notte si dà ai bagordi nelle locande dove gioca i pochi soldi insieme a compagnie di suoi pari.  

Locandina. Don Giovanni  

Indispensabile a questo punto una breve annotazione sui due personaggi principali: Amadeus è interpretato dal bravissimo Tom Hulce, inquieto come un folletto, dall’umore altalenante e dall’inconfondibile risata, purtroppo appartenente alla schiera di attori “consumati” da un ruolo eccezionale (per cui infatti ricevette il David di Donatello), e poi dimenticati in fretta, mentre l’antagonista Salieri, vecchio e mezzo pazzo, è uno strepitoso F. Murray Abraham (che ebbe l’Oscar a cui seguì una brillante carriera). 

Ritornando alla vorticosa produzione del musicista salisburghese, che si sviluppa in parallelo con la sua esistenza, arriviamo al 1788 quando realizzò gli ultimi tre capolavori nel genere della sinfonia (K543, K550, K551); l’anno successivo, cercando nuovi contatti e sperando in lauti compensi, viaggiò in lungo e largo in Germania, ma ottenne ben poco, mentre riuscì a completare alcuni lavori, che sarebbero stati destinati ad essere fra gli ultimi: la Sonata K 576 e tre Quartetti prussiani. 
Nel 1790 debuttò, ancora su libretto di Da Ponte, il dramma giocoso Così fan tutte, altro gioiello specchio dell’epoca. La morte di Giuseppe II fu un brutto colpo per Mozart perché il successore, Pietro Leopoldo di Lorena, già granduca di Toscana, non gli rinnovò incarico e stipendio. Fortunatamente alcuni mecenati intervennero e poco dopo fu nominato assistente Kapellmeister della cattedrale di Vienna, incarico che in un futuro non lontano avrebbe potuto offrirgli un posto sicuro e pagato dignitosamente.  

Locandina. Così fan tutte 

Fu in questa fase che iniziò a comporre Il flauto magico, con rinnovato impegno.  Qui è d’obbligo riandare alla pellicola di Forman che fa ben capire come le opere liriche, nella Vienna dell’epoca, fossero di due tipi e per due tipi di pubblico: quelle popolari, per lo più in lingua tedesca, erano vere e proprie farse durante le quali si rideva, si applaudiva, si mangiava e beveva, accompagnando le azioni sceniche, talvolta sguaiate, anche con il canto, all’interno di modesti spazi in cui spesso si stava in piedi, quelle in italiano (la lingua della musica in tutto il mondo) si rivolgevano invece a un pubblico colto, elegante, raffinato e attento, in splendidi edifici tutti oro e velluti. Un dilemma e una contraddizione per lo stesso Mozart, amante ― come è giusto― del successo e dell’approvazione, ma anche eccezionale virtuoso della composizione che non voleva cedere al ricatto del facile richiamo del denaro (di cui pure aveva estremo bisogno) e abbassarsi a meschine messe in scena.  

Il 6 settembre 1791, in onore della coppia imperiale, andò in scena a Praga La clemenza di Tito che piacque poco e fu ritenuta un’opera noiosa; di lì a breve invece ci fu il trionfo del Flauto magico (30 settembre), finalmente in lingua tedesca su libretto dell’amico Emanuel Schikaneder, Singspiel nato per un pubblico popolare, con l’intento di svagare, far sognare, divertire entro un mondo fantastico di uccelli, boschi, fate, draghi, personaggi irreali. La prima, seguita da una serie infinita di repliche, fu presentata al Freihaustheater di Vienna, il teatro dedicato appunto ai lavori meno impegnativi, adatti a persone semplici di ogni ceto sociale. 

Locandina. Il flauto magico 

Una parte consistente della finzione cinematografica è rappresentata dalla composizione del meraviglioso capolavoro, rimasto incompiuto: il Requiem, degna conclusione di una vita brevissima ma talmente piena di creatività da rendere impossibile darne conto nella sua interezza. In questo caso la verità storica si mescola alla fantasia: nella realtà sembra certo che l’opera fu commissionata a pagamento da una specie di mecenate, tuttavia interessato probabilmente ad impossessarsi del lavoro a proprio nome, nel film invece è Salieri, travestito come il defunto padre Leopold, che dà l’incarico. In 40 giorni a 100 ducati dovrà essere concluso, ma anche lui ha un secondo fine: contando sulla prossima morte di Mozart, vittima di malanni e stravizi, o addirittura avvelenandolo, lo presenterà come il proprio capolavoro. Qui si assiste ad un crescendo drammatico: Amadeus si ammala davvero, ha febbre altissima, forse ha una infezione, o forse si tratta di nefrite acuta, quindi detta velocissimo le note che sente e vede nella propria testa, una dopo l’altra, come un fiume in piena a cui lo stesso Salieri che trascrive non riesce a star dietro. E noi intanto ascoltiamo l’estrema prova, sublime e commovente, del trentacinquenne ormai alla fine della travagliata esistenza. 

Come è risaputo, non esiste la tomba di Mozart: fu portato con un carro in aperta campagna, in una fossa comune; la mente fantasiosa di Forman immagina la scena, triste, squallida, sotto la pioggia, alla presenza della moglie e di un misero gruppetto di conoscenti. Dettaglio illuminante: la povertà era tale che anche la bara era provvisoria, dotata di uno sportellino da cui il feretro potè scivolare nella nuda terra, e destinata ad essere riutilizzata per altre sventurate persone defunte. Intanto Salieri, completamente folle, esulta per la fine dell’eterno rivale, all’interno dell’ospedale psichiatrico in cui si trova, tessendo le lodi della mediocrità, a cui sa di appartenere. Nonostante fosse nato qualche anno prima di Mozart, nel 1750, gli sopravvisse ancora fino al 1825. 
Concludendo bisogna precisare che sicuramente mai Salieri attentò alla vita di Mozart, né (sposato e con abbondante prole) aveva fatto voto di castità, men che mai tentò il suicidio o finanziò la composizione del Requiem, non era poi così male come musicista, anzi fu un ottimo maestro e riscosse notevoli successi professionali ma un film è un film, non un documentario né ― come si dice oggi ― un biopic, perciò dobbiamo immergerci con la mente sgombra nel suo universo creativo e abbandonarci, di scena in scena, di musica in musica, alla sua bellezza travolgente. In questo modo anche il “vero” Mozart riprenderà vita e ci parlerà ancora, eternamente, grazie al suo «genio creator», come canta un’altra creatura senza tempo: Adriana Lecouvrieur. 

***

Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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