Le veneziane

Nella Tabula Peutingeriana, la mappa stradale dell’Impero romano di cui si conserva una copia del XII secolo, sono rappresentate più di cinquecento città collegate da duecentomila chilometri di strade, ma Venezia non c’è. Vi sono Aquileia e Altino, ma nel Quarto secolo, cioè nel periodo in cui fu disegnato l’originale, a sua volta probabilmente derivato da mappe del Primo, la città insulare ancora non esisteva. Nel Nono secolo Giovanni Diacono parla di «due Venezie», una di terraferma con capitale Aquileia, e l’altra «situata fra le acque». I millecento anni di storia della Serenissima iniziano con un lento movimento di popolazioni che, dalla terraferma, si trasferiscono sull’acqua, sia per la pescosità della Laguna e la fertilità delle isole, sia per sfuggire alle cosiddette invasioni barbariche. Questa storia lenta e acquatica, come tutte le storie raccolte e raccontate, ha sempre privilegiato gli uomini: dogi e ammiragli, artisti e viaggiatori. Ma forse, proprio per le sue origini multiformi, è giusto cominciare la storia con una dea: Tethys, la dea del mare.

Tethys è la figura femminile che apre Donne Sante Dee. Guida ragionata alla città di Venezia, il libro scritto da Antonella Barina e Daniela Zamburlin, illustrato da Eva Martìnez Souto e pubblicato da Mare di carta. Vi si narra di centocinquantaquattro donne veneziane che rappresentano al meglio la città lagunare, e pazienza se di alcune – la sunnominata Tethys, Potnia Theron signora degli animali, Venere, Maria Vergine, Caterina d’Alessandria e altre – non si può affermare che fossero realmente nate in Laguna, o che fossero nate tout-court: la loro presenza a Venezia è vivissima, loro rappresentazioni si trovano in alcuni dei luoghi più importanti e nella stessa toponomastica della città. Tethys, dea del mare, è Venezia per antonomasia ed è puntualmente rappresentata nell’arcone del portale centrale della basilica di San Marco, come dire: nell’ombelico della città. Anche Venere, nata dalla schiuma del mare e scolpita in bassorilievo nella loggetta del campanile di San Marco, è veneziana: lì rappresenta Cipro, dominio della Serenissima, e insieme protegge la navigazione. Non a caso molte leggende riportano che Venezia fu fondata «in zorno di Venare».

Il volume di Antonella Barina e Daniela Zamburlin è insieme una storia e una guida. In schede su pagine affiancate – a sinistra le storie e le leggende delle veneziane, a destra i luoghi in cui se ne conserva traccia – è cucita una guida alla città fuori dal comune, che non segue percorsi rettilinei ma accomuna le donne alle rappresentazioni e, di queste, fornisce dati, ubicazioni, spiegazioni, racconti. Nelle fasce inferiori delle pagine si precisano dati storici. È dunque possibile confrontare la leggenda di sant’Orsola, grandemente venerata nella Serenissima, alla discussione sui testi che ne trattano (primo fra tutti la Legenda Aurea compilata nel Duecento da Jacopo da Varagine e stampata a Venezia da Nicolas Jenson nel 1475), alle Gallerie dell’Accademia, che ospitano i meravigliosi teleri dipinti da Carpaccio per la Scuola di Sant’Orsola, alla Scuola stessa, che sorgeva nel sestiere di Castello accanto alla chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, demolita nell’Ottocento.

Ma non mancano, oltre a dee e sante leggendarie, figure storiche di grande rilievo e oggetto, fino a oggi, di considerazione e fama inferiori ai loro meriti. È il caso di Barbara Strozzi, insigne compositrice del Seicento, autrice di almeno otto raccolte pubblicate di madrigali, cantate, musica sacra, che presumibilmente cantava e suonava (nell’unico ritratto è raffigurata accanto a una viola da gamba, un violino e un libro di spartiti) nell’Accademia degli Unisoni. Di Gaspara Stampa, poeta cinquecentesca nota per le sue trecentoundici Rime, il verso più celebre delle quali è «viver ardendo e non sentire il male». Della pittrice Rosalba Carriera, i cui ritratti a pastello sono nei musei di tutta Europa e, naturalmente, di Venezia. Della patriota risorgimentale Maddalena Montalban, mazziniana, animatrice del Circolo delle donne italiane e autrice di articoli nella pubblicazione omonima, processata, incarcerata. Anche di Peggy Guggenheim, mecenate e collezionista d’arte (ma precisava: non sono una collezionista, sono un museo!) naturalizzata veneziana (era sua l’ultima gondola de casada della laguna) che, giunta in Laguna per una vacanza, decise di fermarsi, acquistando il palazzo Venier dei Leoni e lasciando, dopo la sua morte, uno straordinario museo di arte contemporanea nel cui giardino sono conservate le sue ceneri; quando, a ottant’anni, venne insignita della cittadinanza onoraria, fu acclamata con il titolo di “ultima dogaressa di Venezia”. E delle dogaresse vere, che non si accontentarono del ruolo decorativo di first lady ma imposero la loro presenza politica: Gualdrada di Toscana, Maria Argyropoula, Aloisia da Prata, Marchesina di Brienne, Elisabetta Contarini, Agnese da Mosto, Giovanna Dandolo, Loredana Marcello, Elisabetta Querini…

Come scrivono le autrici nell’introduzione al libro, «la storia seleziona nome ed eventi ed asseconda conservandola la logica e la prospettiva di chi domina, pertanto vogliamo ricordare che mille e mille altre che hanno abitato Venezia avrebbero meritato di essere ricordate». Popolane, vetraie, letterate, regatanti, artiste, patriote, senzapatria, cortigiane, fondatrici di conventi, progressiste, conservatrici: sono tutte “illustri”. Scritto in un linguaggio competente, chiaro e attento al genere, Donne Sante Dee rimescola le carte. E, «rimescolando le carte, è uscita un’altra Venezia».

Antonella Barina e Daniela Zamburlin
Donne sante dee
Mare di carta, Venezia, 2021
pp. 330

In copertina: Rosalba Carriera, Ritratto di giovane dama, 1720

***

Articolo di Mauro Zennaro

Mauro Zennaro, grafico, è stato insegnante di Disegno e Storia dell’arte presso un liceo scientifico. Ha pubblicato numerosi articoli e saggi sulla grafica e sulla calligrafia. Appassionato di musica, suona l’armonica a bocca e altro in una blues band.

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