Le puttane disobbedienti 

Tra le storie di tante donne disobbedienti, merita di esserne ricordata una avvenuta in Patagonia nel 1922, a Puerto San Julián, piccola città nella provincia di Santa Cruz, vicino allo Stretto di Magellano. 

Profilo costiero di Puerto San Julián 

Nel 1920 in tutta la Patagonia era iniziata la rivolta dei peones (braccianti a giornata dell’America centro-meridionale, indigeni o meticci) per rivendicare  i propri diritti nei confronti dei latifondisti che li sfruttavano senza alcuno scrupolo. I padroni di quegli immensi territori, residenti quasi tutti a Buenos Aires, si arricchivano con la lana e la carne provenienti dai loro possedimenti. Laggiù invece si viveva tra fame, stenti e disperazione. Iniziarono a nascere i primi movimenti sindacali che, con scioperi e minacce, riuscirono a ottenere dal governo centrale argentino delle migliorie lavorative, rimaste però solo sulla carta: promesse mai mantenute. 
Dopo circa un anno i peones ripresero a protestare con più vigore. I sindacati della zona compresa tra Punta Arenas e Rio Gallegos unirono le loro forze per fare fronte comune allo strapotere dei proprietari terrieri. Cotanto ardimento iniziò a preoccupare i latifondisti, che chiesero l’intervento del governo centrale per far cessare le giuste lotte dei lavoratori. 
La richiesta fu accolta e all’inizio del 1922 fu inviato un intero corpo d’armata che iniziò a trucidare i braccianti: la repressione conterà 11.000 vittime, seppellite in tante fosse comuni. Così quella protesta legittima cessò. Il 17 febbraio 1922 il tenente Varela decise di premiare i suoi soldati. Un premio a chi aveva massacrato operai locali, spagnoli, cileni, russi e argentini, colpevoli solo di aver preteso un giaciglio decente dove riposare, delle candele ed un giorno di pausa al mese. Quale premio? Una “puntata” al bordello “La Catalana” di Santa Cruz. 

I soldati esultarono e si ammucchiarono davanti al portone della casa d’appuntamenti che, nel frattempo, con una comunicazione alla proprietaria Paulina Rovira, era stata dichiarata “territorio militare”. Paulina, a un tratto, apparve sulla soglia comunicando che le ragazze si rifiutavano categoricamente di avere rapporti sessuali con degli assassini. Immaginate la reazione di quei militari che avevano domato le più agguerrite sigle sindacali della zona e che si vedevano rifiutati dalle prostitute. Fu per loro un insulto alla divisa, anzi alla patria intera. Non potevano subire un simile affronto e tentarono di entrare con la forza nel bordello. 
Le prostitute non si persero d’animo, avevano fermamente intenzione di disobbedire a quell’ordine e come delle Erinni si avventarono sui soldati cacciandoli fuori a colpi di scope e mattarelli, gridando: «Assassini, con voi non scopiamo! In galera, piuttosto che a letto con dei farabutti come voi». 
Gli uomini, sempre più basiti, non sapevano che fare e nel frattempo la gente era uscita dalle case per capire cosa stesse succedendo. I comandanti, allora, ordinarono la ritirata: quell’affronto, quell’insolenza doveva restare nascosta. 
Le cinque protagoniste di questa storia si chiamavano: Consuelo García, di ventinove anni, cittadina argentina, nubile; Ángela Fortunato, di trentuno anni, cittadina argentina, sposata; Amalia Rodríguez, di ventinove anni, cittadina argentina, nubile; María Juliache, di ventotto anni, cittadina spagnola, nubile; Maud Foster, di trentuno anni, cittadina britannica di buona famiglia, nubile.

Consuelo García (sx) e Maud Foster (dx) 

Dopo circa un’ora dal gran rifiuto, le donne vennero portate a forza al commissariato di Puerto San Julián insieme ai tre musicisti del bordello. Questi ultimi vennero immediatamente rilasciati poiché dichiararono, vigliaccamente, di «non entrarci niente con la vicenda e che anzi disapprovavano assolutamente l’atteggiamento delle ragazze». Alle prostitute venne dato un ultimatum: o accettavano di tornare alle loro funzioni o sarebbero state incarcerate. Le cinque disobbedienti non ebbero dubbi: scelsero il carcere. Furono stipate in una cella minuscola e per tutta la notte ricevettero addosso secchi di acqua gelata. Resistettero. Iniziarono allora le manganellate ma neanche quel metodo sortì effetto. L’indomani, per punizione, fu ritirato a tutte il libretto sanitario che le autorizzava a esercitare la professione e furono espulse da quel territorio. 
Questa storia di soldati sconfitti non fu trascritta nei verbali ufficiali che raccontano invece solo delle battaglie vinte. Quegli uomini ben armati ritornarono a Buenos Aires «con l’umiliazione di essere stati respinti dal più improbabile degli eserciti», come scrisse Milton Fernandez nel suo Donne (pazze, sognatrici, rivoluzionarie…).  
Molti anni dopo, al commissariato di Puerto San Julián furono ritrovati ingialliti ed impolverati i documenti che descrivevano la vicenda. E così quello che era stato messo a tacere è tornato alla luce e riportato nel libro dello scrittore Osvaldo Bayer e in un film di Hector Oliveira, che sono stati censurati per non ricordare quel vergognoso episodio. 

Le migliaia di peones assassinati non hanno mai ricevuto un fiore sulla terra dove sono stati seppelliti, né ci risulta che alcuna targa li ricordi. La storia di Consuelo, Angela, Amalia, Maria e Maud, oltre che una storia di disobbedienza, è una storia che rende omaggio al loro sacrificio. È una storia che parte da quel tempo passato e da quelle lande lontane per diffondere dignità ancora oggi. 

In copertina. Puerto San Julián, di Marcos Musacchio.

***

Articolo di Ester Rizzo

Laureata in Giurisprudenza e specializzata presso l’Ist. Sup. di Giornalismo di Palermo, è docente al CUSCA (Centro Universitario Socio Culturale Adulti) nel corso di Letteratura al femminile. Collabora con varie testate on line, tra cui Malgradotutto e Dol’s. Ha curato il volume Le Mille: i primati delle donne ed è autrice di Camicette bianche. Oltre l’otto marzo, Le Ricamatrici, Donne disobbedienti Il labirinto delle perdute.

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