Viaggiatrici nel grande Nord: premessa

Questa serie di studi sulle viaggiatrici nel Grande Nord, che ci accompagnerà per tutto il 2022, nasce da una ricerca di dottorato svolta negli anni 2013-2019 che si inserisce nell’ambito più vasto degli studi sull’odeporica. Fra il 2010 e il 2015 ho lavorato a Turku, una città della Finlandia del sud, sede della più antica università del paese e da secoli anello di congiunzione culturale con la Svezia. Ho avuto perciò l’occasione di vivere nell’area fenno-scandinava e sperimentarne la quotidianità, così diversa da quella mediterranea dove ero cresciuta o da altre, più esotiche, dove avevo vissuto in precedenza. Come già nelle altre occasioni, questa esperienza concreta mi ha non solo arricchito ma ha anche contribuito a stimolare la mia curiosità per le narrazioni di altri viaggiatori che, arrivati da culture diverse, si erano a vario titolo trovati in questa zona.

Perciò al mio percorso nel presente si è affiancato un viaggio nel tempo attraverso i resoconti del passato; è stato subito evidente che quelli scritti dalle viaggiatrici erano decisamente meno numerosi e poco conosciuti, quando non del tutto ignorati. Ho deciso così di concentrarmi sui resoconti femminili e farne oggetto della mia ricerca di dottorato. Un tassello di una qualche importanza, una tappa intermedia per diffondere le informazioni che ho raccolto e che mi auguro possano essere sviluppate in futuro. Il punto di partenza, dunque, è stata la curiosità rispetto al Nord europeo, visto attraverso la lente dell’odeporica femminile, che riferisce l’esperienza diretta del viaggio filtrandola attraverso il ripensamento della forma scritta. È stato subito evidente che analizzare questi libri sarebbe stato possibile solo in una prospettiva poliedrica, basata cioè su discipline diverse, dalla geografia alla storia, dalla sociologia alla letteratura e altre ancora, in un continuo riferimento alle teorie femministe.

Una prima osservazione generale sui resoconti delle viaggiatrici straniere nel Nord Europa è che essi hanno ricevuto un’accoglienza favorevole al momento della pubblicazione, ma sono in seguito caduti nell’oblio: qualunque fosse l’intenzione delle loro autrici, i loro scritti hanno suscitato una sorta di curiosità benevola, che certamente meritavano come testimonianze di imprese fuori dall’ordinario, senza tuttavia acquisire una collocazione adeguata nel vasto panorama della letteratura di viaggio. Fino ad oggi sono state soprattutto le studiose fenno-scandinave e anglofone a occuparsi di questi diari di viaggiatrici straniere in area nordica, privilegiando il gruppo più numeroso e attivo delle angloamericane e francesi e tralasciando, probabilmente a causa di evidenti barriere linguistiche, le viaggiatrici italiane. Tuttavia, tutte le testimonianze di queste donne, per quanto sporadica sia stata la loro presenza, rappresentano un punto di partenza indispensabile per ricostruire un percorso femminile nel Nord. Il fine non è tanto di creare un “sottocanone” dell’odeporica, etichettandolo come femminile, quanto, più semplicemente, far riaffiorare innanzitutto le loro voci dimenticate.

Nel mio percorso di ricerca, che privilegia il punto di vista delle autrici rispetto ai contenuti dei loro libri, mi è sembrato cruciale aggiungere un tassello importante: combinare e confrontare tra loro queste tracce ritrovate, evidenziandone gli elementi comuni, rispetto alle differenze dovute a tecniche narrative, contesti culturali, sensibilità e obiettivi personali.
Per quanto riguarda le italiane, nei loro testi sono evidenti la difficoltà e il ritardo con cui iniziano a viaggiare, sia rispetto agli uomini italiani che alle donne di altre nazionalità. Restringendo il campo al nord Europa, va sottolineato che nell’immaginario italiano di inizio ‘900 quest’area rappresentava ancora un limes poco noto, riservato agli esploratori e ai navigatori: si trattava quindi di un territorio sconsigliato al turismo femminile.

Gli articoli che propongo rispettano l’ordine cronologico dei viaggi delle autrici, a partire dai resoconti di Mary Wonstollencraft, Ida Pfeiffer e Léonie D’Aunet; proseguono con le narrazioni delle turiste inglesi della seconda metà del XIX secolo (Helen Emily Lowe, Ethel Brilliana Harley – Mrs. Alec Tweedie, Henrietta Kent); terminano con le viaggiatrici italiane, presenti nella zona durante i primi trent’anni del XX secolo. Va evidenziato che tutte queste viaggiatrici non hanno relazione l’una con l’altra, anzi spesso ciascuna ignora le precedenti o addirittura le contemporanee. Le motivazioni dei loro viaggi sono diverse, a volte del tutto personali, anche se generalmente queste donne fanno parte di quei primi flussi turistici che si dirigono verso il nord Europa per curiosità e spirito d’avventura. Neppure le italiane possono intendersi come un gruppo compatto, benché siano accomunate dalla certezza, ribadita nei loro scritti, che solo l’esperienza concreta del viaggio autorizza la rielaborazione teorica. Inoltre, tutte condividono l’angusto spazio culturale che l’Italia del tempo riserva alle donne, in cui le figure femminili rimangono costantemente nell’ombra. Queste sette donne: Elisa Cappelli, Giulia Kapp Salvini, Stefania Türr, Luisa Santandrea, Ester Lombardo, Maria A. Loschi e Anna Maria Speckel, hanno nomi poco noti, se non del tutto sconosciuti anche agli specialisti del panorama odeporico italiano. Un’ottava autrice, Maria Savi Lopez, è piuttosto una voyageuse en fauteuil, che non ha raggiunto la fama del suo contemporaneo Emilio Salgari, pur avendo entrambi seguito lo stesso percorso di scrittura e immaginato i loro viaggi sulla base di un’accurata documentazione.

Tutti i resoconti di queste viaggiatrici presentano grande interesse non solo per le osservazioni spazio-temporali che offrono, ma anche per i precisi riferimenti agli aspetti sociali e culturali dei paesi visitati. In quanto donne, inoltre, tutte loro riportano con particolare cura elementi di vita quotidiana (alimentazione, abitazioni, modalità di viaggio…) spesso inesistenti o irrilevanti nei resoconti dei viaggiatori loro contemporanei. Infine, per affrontare questi percorsi impervi è stato talvolta inevitabile fermarsi a riflettere. Come la musica necessita silenzi, anche osservare e riportare gli sguardi di queste donne ha richiesto delle pause dove la formazione, le motivazioni, il posizionamento di ciascuna di loro vengono messi in evidenza; nonché altre interruzioni, in cui chi scrive si interroga sulla relazione tra “noi” e “loro”, sull’opportunità di riconsiderare questi scritti e di definire la loro collocazione, non solo in ambito odeporico. Questi “intermezzi” costruiscono lo scenario che accompagna le voci delle autrici nella narrazione dei loro itinerari.

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Articolo di Rossella Perugi

Laureata in lingue a Genova e dottoressa in studi umanistici a Turku (FI), è stata docente di inglese in Italia e di italiano in Iran, Finlandia, Egitto, dove ha curato mostre e attività culturali. Collabora con diverse riviste in Italia e nel Nord Europa; ha contribuito al volume Gender, Companionship, and Travel-Discourses in Pre-Modern and Modern Travel Literature. Fa parte di DARIAH-Women Writers in History, che si occupa di scrittrici nel passato. Ama leggere, scrivere, camminare, ballare, coltivare amicizie e piante.

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