Carla Capponi, con cuore di donna

Corre sempre un pericolo, la memoria. Nel tempo, neanche troppo remoto, rischia di diventare un appunto frettoloso, un ricordo malleabile che può essere piegato al piacimento di ideologie sporche e asfissianti.
Ecco che allora, per evitare che essa sia quel post-it impolverato caduto sotto lo sportello del frigo, bisogna raccontarla, farle prendere aria, riempirla di vita e attualità così da lasciarla sedimentare, da farle acquisire un peso tale da permetterle di rimanere, ferma e fissa, e di non muoversi più.
«Una memoria ha molte altre memorie, attaccate al tronco di un albero come rami scomposti ma pure armoniosi».
Basta reciderne uno, avvelenarlo, che l’intera radice inizia a seccare e imputridire; che il tronco si infiacchisce e non è più in grado di sorreggere la chioma. E di essa abbiamo estremo bisogno, nonostante la nostra indifferenza e ignoranza, perché le sue fronde, che sono lì per ciascuno e ciascuna di noi, purificano i nostri animi e i nostri cervelli, in una fotosintesi di consapevolezza e conoscenza che è, e sarà per sempre, sinonimo di sopravvivenza.
Ecco allora che la testimonianza di Carla Capponi, il suo libro “Cuore di donna”, appare preziosa esattamente come il suo agire: una branca di quel tronco sacro chiamato Resistenza, che non solo ha fatto nascere e respirare, ma che ha anche narrato affinché il futuro di esso possa appropriarsi e, così, soltanto così, proseguire il cammino.

Carla Capponi, Con cuore di donna, Mondadori, Milano, 2000

Carla Capponi nacque a Roma nel dicembre del 1918 da una famiglia antifascista che, per parte paterna, aveva origini nobili ormai decadute.
Dopo il diploma al liceo classico “Ennio Quirino Visconti”, si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza, facoltà che dovette però lasciare alla morte del padre, Giuseppe Capponi, nel 1940, per iniziare a lavorare e aiutare così la madre, la sorella Flora e il fratello Piero:
«Papà era morto a luglio; verso settembre cominciammo a riprenderci dalla depressione: le condizioni economiche erano tali che non potevamo indugiare più a lungo, bisognava provvedere. A mia madre si prospettava un inverno difficile da superare senza l’impegno, per ciascuna di noi, di un lavoro che ci permettesse di pagare l’affitto, l’illuminazione della casa e il vitto.

Le pratiche per ottenere la pensione privilegiata per la mamma erano ancora alla domanda, dovevano essere documentate da un’infinità di attestazioni e, con tutte le migliori previsioni, la situazione non si sarebbe risolta prima di due anni. C’era la guerra e molte donne venivano assunte in servizi straordinari al posto degli uomini: netturbine, tranviere, operaie».
Carla fu una donna con il grande dono di sapersi riconoscere nell’altro, una donna che, piuttosto che voltare la schiena al dolore, seppe assumere sulle proprie spalle il peso del dovere, della comunità umana, della partecipazione.
Quando la migliore batteria contraerea per la difesa di Roma non funzionò più e il mattino del 19 luglio del 1943 San Lorenzo venne bombardata dagli alleati, Carla Capponi accorse subito, dal suo ufficio alla strada, tra i calcinacci e le macerie, a prestare un aiuto immediato alle vittime:
«Il mattino del 19 luglio 1943 ero in ufficio quando all’improvviso, verso le undici, suonarono le sirene dell’arme e a San Lorenzo già cadevano le prima bombe. I crolli iniziarono quasi in silenzio, un attimo prima della deflagrazione, poi suonarono le sirene, ma tutto era già un’immensa rovina. Il fragore delle bombe che cadevano a grappoli dal cielo divenne smisurato, un fitto polverone di calcina aveva invaso tutte le strade e rendeva impossibile persino respirare… […] Dopo il fragore delle esplosioni e dei crolli passò su tutto una pausa di silenzio che durò pochi secondi… […] I sopravvissuti gridavano per quelli che gemevano a terra, per i propri cari sepolti sotto cumoli di macerie. […] Con le dame di San Vincenzo portai anche io il mio contributo di soccorso».

Il bombardamento di Roma

La guerra, che già «disperse i nostri compagni di scuola, gli amici delle vacanze e quelli che avevano catturato il nostro cuore: chi in Grecia, chi in mare, chi in Urss», entrò direttamente nel cuore della città.
Dopo il 25 luglio, dopo cioè la notte nella quale il Gran Consiglio del Fascismo approvò – con diciannove voti favorevoli, sette contrari e un astenuto – l’ordine del giorno presentato da Dino Grandi che esautorò Mussolini dalle funzioni di capo del governo, Capponi si avvicinò ai primi gruppi partigiani.
Ma è dopo l’8 settembre, dopo l’invasione nazista di Roma, che decise di diventare parte attiva nella Resistenza per tentare di scacciare un incubo che oramai aveva fagocitato tutti e tutte e che, per essere arginato e fermato, doveva essere distrutto dall’interno, pezzo dopo pezzo, fianco dopo fianco, senza lasciargli il tempo di girarsi e parare i colpi. Il suo nome di battaglia fu Elena.
«A un certo punto, sentimmo voci salire da via Magna Napoli e vedemmo comparire un gruppo di civili armati con fucili a tracolla, rivolti alle nostre finestre: ci invitavano a scendere per portare aiuto ai militari che combattevano. A quell’invito pensai che anch’io avrei potuto essere utile in un luogo dove si combatteva: “Io vado” dissi a mia madre. “Ma sei matta! Ma che ci va a fare una donna? Quell’invito è rivolto agli uomini”. “Vado a vedere. Donne e uomini saremo tutti utili”».
Ed Elena utile lo fu davvero, come dimostrò nelle numerose azioni partigiane alle quali partecipò come membro del GAP. Il problema, almeno all’inizio, giunse dai suoi stessi compagni che, in quanto donna, non vollero darle un’arma che le permettesse di uscire dal ruolo di staffetta. Quell’arma, però, Elena decise di procurarsela da sola, rubandola a un soldato della Guardia Nazionale Repubblicana su un autobus:
«Anch’io volevo procurarmi un’arma che mi veniva costantemente negata dai compagni del GAP perché, secondo loro, noi donne dovevamo limitarci a mascherare la loro presenza nei luoghi degli attacchi fingendo di essere le fidanzate: erano convinti che, così, avrebbero corso meno rischi. A me riuscì di rubare una sull’autobus a un giovane della GNR: era nuovissima una Beretta 9 con relativo caricatore, che il ragazzo teneva stretta ai fianchi col cinturone».
E Carla fu sempre così, in prima linea, nelle scelte e nelle battaglie, nell’organizzazione e nella pianificazione, senza mai tirarsi indietro per ripensamento o per paura.
A un certo punto, entrò nella clandestinità, costretta a nascondersi insiemi alle sue compagne e ai suoi compagni in una cantina di un palazzo in via Marco Aurelio, con l’aiuto e la complicità del portiere Duilio: «Per noi Duilio era un punto di riferimento importante, sul quale potevamo contare; era l’unico di cui mi ero fidata e al quale avevo consegnato una lettera per mia madre, nel caso io fossi deceduta, che sarebbe servita a tenerla tranquilla almeno fino al giorno della liberazione di Roma. Era un uomo generoso: spesso, intuendo che eravamo tornati nel rifugio stanchi e affamati, metteva da parte qualcosa del suo cibo per noi. Coraggio e gentile, dotato di grande sensibilità, quando fu arrestato, seppe tacere e resistere alle atroci torture che lo avrebbero reso invalido per il resto della vita».
Con lei, nella fredda cantina di via Marco Aurelio 47, tra caldaie e carbone, con più umidità che aria respirabile, anche altri membri del Gruppo d’Azione Patriottica: Rosario Sasà Bentivegna, futuro marito di Carla Capponi, Giulio Cortini con sua moglie, Laura Garrone, Enzo Russo, Lucia Ottobrini e il fidanzato Mario Fiorentini.
E proprio a un’idea di Mario Fiorentini si dovette l’azione alla quale il nome di Carla Capponi e dei suoi compagni e compagne è legato in maniera indelebile.
Il marzo del 1944 fu un mese difficile per Roma e per la sua Resistenza. Il 3 ci fu l’assassinio di Teresa Gullace, donna del popolo e madre di cinque figli, incinta di sette mesi, uccisa a sangue freddo da un soldato tedesco, la cui vicenda sarà resa immortale dall’interpretazione di Anna Magnani nel film di Rossellini Roma città aperta.

Roma. Il murale dedicato a Teresa Gullace

Inoltre, «il sette, all’alba, la fucilazione di dieci partigiani tra cui molti compagni dei GAP: Guido Rattoppatore, Antonio Bussi, Giorgio Labò, Vincenzo Gentili, il socialista Francesco Lipartiti. Gianfranco Mattei, artificiere dei Gap, arrestato con Labò, si era ucciso dopo quattro giorni di atroci torture, impiccandosi in cella. I GAP avevano così perduto un quarto della parte migliore dei loro combattenti». Solo il nove diede un poco di sollievo, con la distruzione del deposito nazista di carburanti di via Claudia.
Intorno alla metà del mese, Lucia Ottobrini si ammalò, anche per colpa dell’aria malsana della cantina nella quale si nascondevano. Mario Fiorentini decise dunque di rischiare, di trasferirsi insieme a lei per qualche giorno in via Capo delle Case, nella casa che era stata dei suoi genitori i quali, in occasione del rastrellamento del ghetto ebraico del 16 ottobre 1943, furono costretti a fuggire. I due si stabilirono lì per qualche giorno. Fu in quell’occasione che Mario Fiorentini, studente di matematica e futuro ordinario di geometria, affacciandosi alla finestra, vide una cosa che destò il suo immediato interesse. Tutti i giorni, più o meno alla stessa ora, una colonna di centocinquantasei soldati tedeschi, proveniente dal poligono di Tor di Quinto e diretta al Palazzo del Viminale dove era acquartierata, procedeva per lo stesso percorso, marciando con fucili in spalla e bombe a mano alla cintola, cantando Hupf, mein Mädel.
Un bersaglio perfetto.

L’idea venne condivisa con l’intero gruppo, con il capo del gap Carlo Salinari, e accettata.

Il piano fu organizzato in tre giorni. Il luogo deciso per l’attacco fu via Rasella, una strada con pochi negozi e solo da un lato, in salita, la cui pendenza obbligava sempre la colonna a restringersi e unirsi in un breve unico tratto:
«Si decise che avremmo portato l’attacco nella parte alta della strada, verso via Quattro Fontane. Si studiò la possibilità di collocare una bomba a tempo nel lato dove sorge palazzo Tittoni e di preparare un secondo attacco, con bombe a mano, contro il resto della colonna, all’incrocio di via del Boccaccio. Così, all’incirca, si profilava il progetto nella fase iniziale».

Targa in Via Rasella

I calcoli furono fatti in maniera orefice: la colonna, da quando svoltava in via Rasella, impiegava quarantacinque secondi per raggiugere palazzo Tittoni. La miccia sarebbe, dunque, dovuta durare esattamente cinquanta secondi ed esplodere entro il minuto e mezzo, tempo nel quale tutti i tedeschi erano presenti nella via.
La bomba sarebbe stata nascosta nel carretto di un netturbino.
Bisognava, a questo punto, procurarsi l’esplosivo.
Fu Elena, Carla Capponi, a recarsi presso il deposito del regio esercito e a portare via, in diversi viaggi, nascosto nelle sporte della spesa, il tritolo con il quale Giulio Cortini e Laura Garrone costruirono la bomba. Fu Elena ad andare a prendere il cilindro di metallo, che avrebbe contenuto l’ordigno, che fu saldato presso il magazzino della società Romana Gas. Fu sempre Carla Capponi a raggiungere l’abitazione dei fratelli Mangiavacchi, ex guastatori dell’esercito, per imparare a modificare le bombe Bixia da mortaio, che il GAP aveva, in bombe a mano.
Il carrettino da netturbino venne invece rubato da un deposito del Colosseo da un compagno gappista; un altro partigiano si procurò la divisa. Era tutto pronto. Mercoledì 23 marzo, Rosario Bentivegna, nome di battaglia Paolo, si sarebbe appostato in via Rasella e, ricevuto il segnale, avrebbe attivato la miccia.

Tre gappisti sarebbero intervenuti, con le bombe a mano che avrebbe portato loro Carla Capponi, contro la colonna tedesca dopo l’esplosione della bomba. La stessa Elena avrebbe aspettato Bentivegna all’angolo di via Rasella con un impermeabile sul braccio per coprire la divisa da spazzino e aiutarlo nella fuga. In tutto, tredici partigiani e quattro partigiane. Tutto era pronto.
La notte precedente all’attacco fu tormentata:
«Nel silenzio e nel buio, stesa a terra sull’imbottita che ormai puzzava di muffa, cominciai a riflettere sul destino degli uomini che sarebbero passati l’indomani, come ogni giorno, per quella viuzza in salita […] ma il loro domani sarebbe stato diverso: alcuni avrebbero perso la vita, chissà quanti. Avevo bisogno di ritrovare le ragioni che mi portavano a compiere quell’attacco. Ripensai al bombardamento di San Lorenzo, a quella guerra ingiusta e terribile, alle voci dei bambini del brefotrofio imprigionati dal crollo, allo strazio delle distruzioni che si vedevano ovunque e di cui avevamo notizia ogni giorno; ai nostri compagni fucilati, torturati a via Tasso; a tutti i deportati di cui non avevamo più notizia; ai duemila ebrei nei lager; a tutti i paesi Oltralpe sconvolti dalla devastazione. A quanti tra i miei amici erano già morti: sul fronte russo, in Grecia, in Iugoslavia, a mio cugino Amleto Tamburri morto a El Alamein, lui, figlio di un socialista».
Come andò in via Rasella è storia nota. Tutti i gappisti riuscirono a fuggire. Dei centocinquantasei soldati tedeschi, trentadue morirono sul colpo; un altro, la mattina successiva.
Raccontano le cronache che Hitler, nel suo quartier genere di Rastenburg, impazzì. E il Führer che voleva vendetta venne accontentato: dieci italiani per ogni tedesco ucciso.
Nella giornata del 24 marzo 1944, tra le prigioni di Regina Coeli e via Tasso, furono prelevati 335 prigionieri politici. Condotti alle Fosse Ardeatine, furono tutti trucidati. Ai tedeschi, così meticolosi nei calcoli, “sfuggirono” cinque prigionieri in più.

L’elenco delle vittime. Affissioni di studenti in marcia alle Fosse Ardeatine, 24 marzo 2018.
Foto di Andrea Zennaro

Il boato della bomba si sentì in quasi tutta Roma, ma, né la sera stessa né il giorno successivo, se ne fece accenno alla radio o sui giornali. Un silenzio angosciante, sia per Carla che per l’intero gruppo. Un silenzio infame che caratterizzò anche l’eccidio del 24 marzo, fatto nella più completa segretezza. Era come se nulla fosse accaduto.  Solo il 25 marzo, sulle pagine dei quotidiani uscì il seguente comunicato: «Nel pomeriggio del 23 marzo 1944, elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bomba contro una colonna tedesca di Polizia in transito per Via Rasella. In seguito a questa imboscata, 32 uomini della Polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita da comunisti-badogliani. Sono ancora in atto indagini per chiarire fino a che punto questo criminoso fatto è da attribuirsi a incitamento anglo-americano. Il Comando tedesco è deciso a stroncare l’attività di questi banditi scellerati. Nessuno dovrà sabotare impunemente la cooperazione italo-tedesca nuovamente affermata. Il Comando tedesco, perciò, ha ordinato che per ogni tedesco ammazzato dieci criminali comunisti saranno fucilati. Quest’ordine è già stato eseguito».

L’ultima frase risuonò come campane a morto.

Iniziarono le prime illazioni e le prime falsità. Parte della stampa, negando l’evidenza, cominciò ad accusare i gappisti della strage delle Fosse Ardeatine, avvenuta perché si erano rifiutati di costituirsi.

Arrivò poi il tradimento di un compagno; cominciò, infine, a fuga folle per le strade di Roma.

Il libro di Carla Capponi si chiude il quattro giugno del 1944, con l’ingresso a Roma dei primi reparti dell’armata alleata.

La città aperta fu finalmente liberata.

Roma libera, 4 giugno 1944

La cacciata dei tedeschi, così come storia e fatti raccontano, riuscì anche grazie all’interna azione partigiana. Lo stesso generale Harold Alexander ebbe a dire di aver iniziato a stimare gli italiani dopo la notizia di via Rasella.

Nel nostro Paese, invece, Carla Capponi, Rosario Bentivegna e i ragazzi e le ragazze del GAP, negli anni del dopoguerra, furono accusati di terrorismo da penne che, oggi, sono incensate e rimpiante.

Pur decorata della medaglia d’oro al valore militare, alla sua morte, avvenuta nel 2000, la partigiana Elena non riuscì a trovare posto nel cimitero di Testaccio, dove aveva in vita espresso il desiderio di riposare accanto al marito, e le sue ceneri furono disperse nel Tevere insieme a quelle di Bentivegna, morto nel 2012.

Di Carla Capponi si parla poco. Troppo poco. Si parla poco di via Rasella. Si parla poco anche della Resistenza. Poco e male. E, quando lo si fa, pare di scadere nel favore e nel dovere frettoloso.

Eppure, narrare questi fatti, narrare di questi uomini e di queste donne significa concedere a noi stessi e a noi stesse il diritto alla sopravvivenza. Perché parlare, raccontare, permettere di ricordare e di conoscere e il solo modo che abbiamo per continuare a respirare.

***

Articolo di Sara Balzerano

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Laureata in Scienze Umanistiche e laureata in Filologia Moderna, ha collaborato con articoli, racconti e recensioni a diverse pagine web. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è quello di continuare a chiedere Shomèr ma mi llailah (“sentinella, quanto [resta] della notte”)? Perché domandare e avere dubbi significa non fermarsi mai. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice.

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