Editoriale. I bambini e le bambine del vento 

Carissime lettrici e carissimi lettori,

«Son morto con altri cento/ Son morto ch’ero bambino/ Passato per il camino/ E adesso sono nel vento …Ad Auschwitz c’era la neve/ Il fumo saliva lento/ Nel freddo giorno d’inverno…/Ad Auschwitz tante persone/ Ma un solo grande silenzio/ È strano non riesco ancora/ A sorridere qui nel vento/ Io chiedo come può un uomo/ Uccidere un suo fratello/ Eppure siamo a milioni/ In polvere qui nel vento…/Io chiedo quando sarà/ Che l’uomo potrà imparare
A vivere senza ammazzare/ E il vento si poserà…” Auschwitz, Francesco Guccini.

La politica, la nostra politica di oggi, debole e litigiosa sulla vacuità del nulla, dice «giù le mani dai bambini». Oggi viene detto alla scienza che vorrebbe, bambini e bambine, fuori dalla crudeltà di questa epidemia, salve e salvi. 

Di bambini e bambine, di adolescenti, in grande sofferenza, morti e morte ammazzate ce ne sono eccome, ancora. Lo sappiamo leggendo i giornali, ascoltando un qualsiasi telegiornale, aprendo internet, viaggiando tra le notizie.  Muoiono e soffrono i giovanissimi e le giovanissime figlie e figli di questo mondo che stiamo vivendo, innocenti il più delle volte. Oppure educati/e male. 

Muoiono innocenti come i due ragazzini di Licata, fratellino e sorella, uccisi mercoledì notte da uno zio furibondo che ha dato loro la morte per motivi di eredità, per soldi! Ha ucciso anche il loro padre, suo fratello, la loro madre, per poi sopprimere anche sé stesso, in una notte di demenza, di assenza di pensiero, di violenza accecata sempre dall’odio che non porta che frutti malvagi. 

Muoiono a scuola. Come il giovanissimo Lorenzo, appena diciottenne, che ha concluso la sua giovane vita per un errore fatale, che lo ha tolto all’amicizia dei suoi compagni di classe, oltre che agli affetti familiari che mai si sarebbero aspettati una conclusione funesta all’ultimo giorno di esperienza di PCTO in fabbrica di questo giovanissimo ragazzo.

Muoiono i tanti figli e figlie delle Medee, vissute tragicamente e barbaramente al maschile, per punire le donne che hanno deciso di scegliere da sole le strade da percorrere nella loro vita. E se non muoiono fisicamente questi ragazzi e ragazze, soprattutto se ancora bambini/e, muoiono dentro, orfani di madre, ma anche di padre, soli e sole, con gli occhi pieni delle violenze ricevute nel tempo e/o della messa a morte della propria madre da mani appartenenti quasi sempre al proprio sangue, a chi la vita un giorno gliela ha donata. 

Muoiono ora anche i più giovani e le più giovani nelle corsie di ospedale, perché non hanno creduto nella salvezza/speranza dei vaccini seguendo e affiancando i loro adulti di riferimento, o per loro colpa, perché hanno scelto al loro posto. Come il ragazzino, anche lui si chiamava Lorenzo, della provincia di Cuneo che aveva appena dieci anni e lo ha ucciso il Covid, in una corsia dell’ospedale Regina Elena di Torino. Nell’alfabeto greco l’omicron è la quindicesima lettera ed è l’altra faccia dell’ultima, a diversità di questa sempre di valore breve, della lettera omega che ironicamente simboleggia lei la fine della vita, metafora iniziata con l’alfa, la prima nella sequenza, carica di simboli vitali, delle ventiquattro lettere che creano la lingua di Saffo e di Sofocle.

Se non muoiono, i ragazzini e, soprattutto, le ragazzine, soffrono e soffrono tanto. Come a Milano le ragazze importunate, non solo e chissà in che numero, a Capodanno, in piazza Duomo, a causa di un branco di maschi tronfi della loro sessualità intesa in modo sbagliato, dis-educato. Sono in tante a soffrire, penalizzate e condannate due volte. Persino accusate di colpe che comunque non devono lasciare il via libera all’abuso maschile. Anche loro sono le tante vittime di machi altezzosi, pieni di soldi e di vizi. Maschi viziati da quegli adulti di riferimento che fingono di schierarsi sempre dalla parte loro per difendere ed assolvere in primis se stessi, arrivando persino ad alzare le mani su una/un docente che ha creduto opportuno dare un voto non sufficiente! 

Due ragazzine sono uscite spezzate, nel corpo e nell’anima, da un’altra notte di Capodanno, quella dell’anno passato nello scenario di una villetta della Roma dei quartieri ricchi. Di una, la vittima principale, sappiamo di più. Sappiamo della violenza subita da un altro branco di maschi che hanno raccontato ai genitori la loro bravata notturna, ridendo e affermando il loro…divertimento. «Almeno ti sei divertito?» chiede un padre al figlio che faceva parte di quel gruppo di ragazzi diseducati o forse mai educati da genitori incapaci di essere tali. 

Poi ultimamente nelle cronache è uscito il nome di un’altra ragazza, ancora oggi minorenne, raccontata dalla nonna per le sofferenze della conseguente sua anoressia e della sua depressione. Questa giovanissima ragazza si era innamorata dello stile di vita dei/delle sue coetanee che nel fine settimana frequentavano Ponte Milvio, ritrovo di ragazzi e ragazze della cosiddetta Roma-bene. Ha pensato, come succede a tanti e a tante (soprattutto le ragazzine) che quello fossero il top della vita, da seguire, da imitare, da farne parte, per scrivere la propria con la maiuscola! Invece, pur essendo l’unica ad aver aiutato la giovane vittima stuprata, è rimasta schiacciata da quella festa in villa alla quale era riuscita a farsi invitare. Credeva a un punto di arrivo e invece si è violentemente imbattuta nell’inizio di uno sfacelo e ora le sembra di calare in un abisso frutto di un ideale sbagliato.

Abbiamo aperto l’editoriale con la canzone di Francesco Guccini, simbolo straziante della morte dei bambini e delle bambine gasate/i e ridotti in fumo, ormai non utili (!) a nessuno, nei tanti campi messi in opera dai nazisti e dai fascisti complici delle terribili leggi razziali che hanno colpito barbaramente proprio i più giovani e le più giovani strappandole/i da un giorno all’altro dalla scuola e dalla comunità. Una collaborazione con i nazisti finita con i rastrellamenti e ugualmente con le deportazioni. Ma questa non è solo memoria! Anzi è cronaca attuale e scottante. Appartiene alla cronaca (è successo il 25 gennaio, due giorni prima del Giorno dedicato alla Shoah) ciò che è accaduto a un ragazzino dodicenne di religione ebraica azzittito, insultato e coperto di sputi in un parco vicino Livorno. L’aspetto più brutto della vicenda è che – come riferisce il padre del ragazzo – nessuno sia intervenuto in suo aiuto o abbia cercato di fermare le due aggressive ragazze che, tristemente, hanno solo quindici anni, poco più della loro innocente vittima!

Tra pochi giorni inizia la manifestazione canora di Sanremo. Cinquantacinque anni fa il Festival si macchiava di una morte, forse suicidio, ma da più parti, seppure mai chiarito, fu pensato come un omicidio. Il 27 gennaio in una stanza d’albergo venne trovato, dal suo amico e collega Lucio Dalla, il corpo senza vita di Luigi Tenco (1938-1967) il grande amico di Fabrizio De André, di Bruno Lauzi, uno degli esponenti della cosiddetta scuola genovese, insieme a Gino Paoli, Umberto Bindi, Giorgio Calabrese, i fratelli Franco e Gian Piero Reverberi . Tenco aveva detto: «Quando un Paese riesce a esprimere in chiave moderna una sua musica tipica, per un certo periodo di tempo il mondo intero impazzisce. In Italia, purtroppo, il grosso sbaglio è guardare al mercato mondiale e imitarlo. Bisognerebbe prendere melodie tipiche italiane e inserirle in un sound moderno, come fanno i negri con i rhythm and blues o come hanno fatto i Beatles che hanno dato un suono di oggi alle marcette scozzesi, invece di suonare con la zampogna. In Italia si è vittime del provincialismo perché sanno apprezzare solamente quello che viene dall’estero; ed è un provincialismo per di più apprezzato dalla stampa, dalla radio e dalla televisione. Nessuno fa niente per la nostra musica». Un j’accuse forte, pieno di discorsi che Tenco farà ancora, promettendo di fare nomi e cognomi, soprattutto a ridosso di quel Festival che non si volle fermare per la sua morte. Con una gelida indifferenza. 

Noi dobbiamo, abbiamo il dovere della memoria. Abbiamo appena passato il 27 gennaio, il giorno dedicato alla Memoria, quella della shoah, della Tempesta devastante, secondo il suo significato ebraico. Soprattutto rappresenta l’ingiustizia perpetrata all’estremo. 

In ricordo di tutte le donne e gli uomini di religione ebraica, in nome di tutte le donne e gli uomini appartenenti alle popolazioni zigane, a tutti gli LGBT+ (che allora non si chiamavano così), alle persone più deboli portatrici di handicap, a tutte le bambine e bambini trasformati in fumo dalla triste banalità del male causata a altri a altre persone appartenenti alla stessa razza che è quella umana, dedichiamo la speranza di questa canzone di Luigi Tenco: Vedrai vedrai

Quando la sera me ne torno a casa
Non ho neanche voglia di parlare
Tu non guardarmi con quella tenerezza
Come fossi un bambino che ritorna deluso
Sì, lo so che questa non è certo la vita
Che ho sognato un giorno per noi

Vedrai, vedrai
Vedrai che cambierà
Forse non sarà domani
Ma un bel giorno cambierà
Vedrai, vedrai
Non son finito, sai
Non so dirti come e quando
Ma vedrai che cambierà

Preferirei sapere che piangi
Che mi rimproveri di averti delusa
E non vederti sempre così dolce
Accettare da me tutto quello che viene
Mi fa disperare il pensiero di te
E di me che non so darti di più

Vedrai, vedrai
Vedrai che cambierà
Forse non sarà domani
Ma un bel giorno cambierà
Vedrai, vedrai
No, non son finito, sai
Non so dirti come e quando
Ma un bel giorno cambierà

Speriamo dunque che cambierà e che il male non trovi la forza di ripetersi, augurando buona lettura a tutti e a tutte.

Questo numero di Vitaminevaganti inizia con Marguerite Thomas-Clement. La prima donna eletta al Parlamento del Lussemburgo che lottò per la parità civile ed economica femminili durante la sua carriera politica, ed è qui la protagonista di Calendaria. Per la Serie Viaggiatrici del Grande Nord, incontriamo Léonie d’Aunet, una giovane anticonformista prima donna a raggiungere le isole Svalbard, scrittrice dalla vita difficile, per molto tempo ricordata solo per essere stata una delle amanti di Victor Hugo.
«Conoscere come si ama è una scoperta per sé e un dono per gli altri», scrive l’autrice di La sottile complessità dell’amore in Wislawa Szymborska, una passeggiata tra le parole della grande poeta a proposito dell’amore.
Quattro sono gli anniversari di questa settimana: Sofonisba, la prima pittrice di fama europea, grande ritrattista cremonese della famiglia Anguissola che dipinse nel tardo Rinascimento. Renata Tebaldi, voce d’angelo. A cento anni dalla nascita, ricordata inun articolo che racconta della storica rivalità con Maria Callas e della tormentata vita sentimentale che ha accomunato queste due splendide donne. Senza una visione un popolo perisce. Franklin Delano Roosevelt, nella ricorrenza della sua nascita, ci presenta il visionario Presidente statunitense del New Deal. C’è un ponte, a Napoli, già detto Ponte della Sanità, dedicato ad una delle protagoniste delle Quattro Giornate di Napoli. Per la sezione Le Storie Nome in codice: C22 – Maddalena Cerasuolo ne racconta la vita intensa e appassionata.
I suggerimenti di letture femminili sono: Carla Capponi. Con cuore di donna, in cui si ricordano, attraverso gli occhi di una grande protagonista della Resistenza romana, alcuni episodi della nostra storia su cui non ci si sofferma mai abbastanza; Una bambina e basta, che ci presenta la vicenda autobiografica di Lia Levi, «un viaggio nel tempo attraverso gli occhi e le orecchie di una piccola bambina durante gli anni della guerra e delle persecuzioni razziali»; Storie, memorie, identità. Nome non ha sull’ultimo libro di Loredana Lipperini, che ha come filo rosso i Monti Sibillini e i racconti delle “donne intere” marchigiane, quelle donne selvagge sapienti, materne e a volte inesorabili; Uno sguardo di genere sullo spazio urbano, che recensisce la pubblicazione Milan Gender Atlas, a cura di Florencia Andreola e Azzurra Muzzonigro, che riflette sulla necessità di introdurre, nella pianificazione degli spazi pubblici di Milano, punti di vista diversi, per rendere le città a misura di tutte e di tutti.
Parlando di città, Venezia è la protagonista dell’articolo L’elezione, che parla del balotìn; ossia il nuovo notaio ducale, scelto nell’età della fanciullezza a seguito della morte del precedente Doge.
Di riequilibrio di genere a Milano scrive anche l’autrice di Un monumento per Margherita Hack, che ci riporta un incontro bellissimo e importante con la grande astrofisica.

«I numeri vanno capiti e non letti distrattamente; vanno correlati ad un contesto, proprio come le parole, le frasi, i testi. Non blocchiamoci al primo numero». Questo e molto altro ci insegna Il linguaggio dei numeri.
Chiudiamo, come sempre, con una ricetta, Vellutata di verdure, realizzata con le parti meno tenere, o più fibrose degli ortaggi, che sono facilmente recuperabili e che ci fanno essere cuoche intelligenti e attente alla sostenibilità.

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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