L’elezione 

A dieci anni non sapevo né leggere né scrivere. Neanche mio padre e mia madre, lui pescatore e lei impiraressa, che sarebbe una che impira, insomma infila perline di vetro. Mia mamma, con quelle perline bellissime ma piccole che nemmeno sembrava ci potesse passare dentro un ago, faceva fiori e merletti e poi componeva collane, le signore se le mettevano al collo e ci facevano una gran figura, che come le veneziane non ce n’è al mondo di più belle ed eleganti. Ma con una giornata di lavoro mia mamma comprava sì e no un chilo di pane. Mio papà portava a casa un po’ di sarde e di barboni, e tutto sommato mangiavamo. Giocavo in calle, come tutti, e cercavo di rendermi utile pescando qualche frutto di mare, qualche granchio da mangiare con la polenta, che solo polenta era troppo miseria. Mia mamma e le sue amiche, se il tempo lo permetteva, stavano in calle a impiràr veloci e a chiacchierare fra loro, alla sera erano stanche morte ma la giornata era passata e il pane, se Dio voleva, anche per quel giorno era assicurato. Qualcuna era ancora una bambina, le altre parlavano di morosi e di mariti, e dei figli, che erano una gran preoccupazione. Le madri sognavano che un giorno un loro figlio sarebbe stato scelto come balotìn, ma capitava solo a ogni morte di doge. 

Così quella mattina, che c’era appena stato il gran funerale, nemmeno ci pensavo. Ero in Piazza per vedere tutto quel lusso e quel lutto, e i paramenti, e gli ermellini, e poi magari qualche signora mi dava qualcosa. Non avevo mai visto quella pompa, e sì che a Venezia non mancava di certo. Era la prima volta nella mia vita che moriva il doge. A un certo punto vedo uscire da Palazzo Ducale un uomo giovane che cammina un po’ in mezzo alla folla e si guarda intorno. Tutti gli fanno largo perché è un consigliere del Maggior Consiglio, si vedeva, si sapeva, solo io non me ne accorgevo perché stavo puntando un signore dall’aria più generosa degli altri, che non si può mai sapere. Poi i miei amici, ché andavamo sempre in banda, strillano: «È uscito! È uscito!», e si mettono a corrergli incontro, a quell’uomo giovane. Quello fa gesti come per cacciare la masnada di fiói scalzi come me, che sembravano mosconi, poi mi vede e si avvicina. Io lo guardo e non dico niente. Lui, in silenzio, mi prende per un braccio e mi tira. Io sto per mollargli un calcio, che coi grandi lo so come va a finire, ma tutta la piazza mi guarda e si mette a strillare: «È lui! È il balotìn!». Chi? Io? 

Poi successe tutto molto in fretta. Il signore, cioè il consigliere giovane, mi spiegò quello che dovevo fare e mi portò dentro il palazzo. Delle donne mi strigliarono per bene e mi vestirono con abiti che così belli non ne avevo mai visti. Mi diedero anche cose buonissime da mangiare, perché io avevo sempre fame e quel giorno dovevo essere in forma. Un codazzo di gente intanto era andata a cercare mia madre, che quando lo seppe fece salti di gioia e corse a San Francesco della Vigna a ringraziare la Madonna. 

Quando fui pronto mi riportarono dal consigliere in una stanza grandissima, piena di pitture e mobili preziosi. Mi rifece tutta la predica da capo, poi m’interrogò per vedere se avevo capito bene. «Ripeti», diceva, e io ripetei mille volte finché non seppi tutto a menadito. Ero il ballottino, la sorte della Serenissima dipendeva da me. Dovevo dare le palle d’oro a quei signori che avrebbero eletto il nuovo doge. Mi fecero entrare nella sala del Maggior Consiglio, che a momenti mi prendeva un colpo per quanto era enorme e lussuosa. Mi misero davanti a un gran tavolo, sul tavolo c’era il còncolo, che sarebbe una specie di urna, e nel concolo le balote, che sono delle palle d’oro e d’argento. Poi mi bendarono gli occhi e mi dissero di estrarre le palle dal concolo una a una, ma con calma. Erano tantissime, io non sapevo leggere e scrivere ma contare sì, però persi il conto. Ogni volta che ne prendevo una dovevo porgerla e una mano me la prendeva. Dopo molto tempo il concolo rimase vuoto, mi tolsero la benda e mi fecero dei gran sorrisi, poi mi fecero uscire dalla sala, che a me mi dispiaceva perché con quella benda non me l’ero goduta come avrei voluto. Mi diedero un alloggio nel palazzo, vestiti bellissimi e da mangiare e da bere. Io pensavo che i miei avrebbero sentito la mia mancanza, ma in realtà furono felicissimi della mia fortuna e a loro, negli anni che seguirono, feci tanti regali.

Dopo molti giorni fu eletto il nuovo doge. Il consigliere giovane venne di nuovo a chiamarmi, mi fece vestire di lusso e mi presentò a lui, che aveva la barba bianca e mi metteva molta soggezione. Il doge mi prese per mano e sorrise, perché se era stato eletto era merito mio. Entrammo a San Marco: era tutta d’oro, tanta musica, il Patriarca in piedi davanti all’altare, tutti che mi guardavano. Poi la processione. Facemmo un giro per la piazza strapiena, io camminavo davanti come se fossi il più importante (e in un certo senso lo ero), il doge sorrideva e dava monete a tutti. Era come nei teleri di Vittore Carpaccio e Gentile Bellini (li ho conosciuti tutt’e due, mi stavano anche simpatici) e se non li avete mai visti andate alle Gallerie dell’Accademia, guardateveli con calma e godete.

Rimasi a vivere a palazzo Ducale. La Serenissima fu molto buona con me, mi fece studiare e mi diede un lavoro importante. Quando il doge morì ne fui addolorato, perché con me era stato come un padre. Ormai conoscevo le procedure e sapevo che un altro bambino povero avrebbe avuto la mia stessa fortuna. Ricevetti i cento ducati che mi spettavano e conservai l’impiego nella Cancelleria di palazzo, perché avevo studiato molto ed ero sempre stato un tipo sveglio. Ero diventato un signore, ma non dimenticai le mie origini.

Ora, tutta questa storia delle elezioni del presidente della nostra Repubblica – che la Repubblica italiana è anche mia, se permettete – mi mette un po’ in imbarazzo. Sono morto diversi secoli fa, ma non crediate: c’ero anch’io con Daniele Manin, Niccolò Tommaseo e tutti gli altri. C’ero il 28 e il 29 aprile 1945, quando i miei e le mie discendenti hanno preso il fucile contro quei bastardi di nazifascisti. Mi sono emozionato quando ha vinto la Repubblica e quando l’Assemblea ha scritto la Costituzione (che è bella, ma secondo me andrebbe applicata un po’ meglio). Mi sono anche stati simpatici diversi presidenti, uno in particolare, non vi dico chi, ma forse lo immaginate. Ho studiato anche il diritto e penso che la procedura di elezione, tutto sommato, non sia male. Certo, la nostra era anche meglio, però era complicata e oggi, mi rendo conto, sarebbe superata, anche se conservava quel tanto di casuale che evitava brogli (o almeno era quello che comunemente si diceva). Pensate: dopo che il consigliere più giovane mi ebbe scelto a caso fra i ragazzini di otto-dieci anni più poveri io, come vi ho detto, ho dato alla cieca una palla d’oro o d’argento a tutti i consiglieri maggiori di trent’anni. Fra i trenta a cui capitava la palla d’oro – e trovar la bàla d’oro ancora adesso a Venezia vuol dire avere un colpo di fortuna – non dovevano esserci persone della stessa famiglia. Poi ne venivano sorteggiati nove. Questi ne eleggevano altri quaranta, e dovevano essere d’accordo almeno sette su nove. Poi c’era ancora la balòta e rimanevano in dodici. I dodici, col voto favorevole di almeno nove, ne eleggevano venticinque, che si riducevano ancora a nove col solito sorteggio e ne eleggevano quarantacinque, con almeno sette voti favorevoli. Il ballottaggio casuale li riduceva ancora a undici e questi finalmente eleggevano i quarantuno che sarebbero stati gli elettori finali del doge. Pensate che gli scrutatori non indicavano le palle estratte con la mano, che a quei tempi le maniche erano larghe e non si sapeva mai cosa potesse finirci infilato dentro, ma con delle mani finte dall’indice puntato. Un gran lavoro per il balotìn, e anche per i consiglieri. C’era sempre qualche consigliere che cercava di comprarsi i voti dei barnaboti, che erano i nobili decaduti e senza soldi, ma tutto sommato funzionava. E, detto per inciso, come sapete noi veneziani non siamo mai stati teneri con la Chiesa, ma ho sempre guardato al Conclave con una certa stima. Anche il papa, come il doge, è eletto ma poi governa a vita e, finché non si mettono d’accordo, i cardinali sono sotto chiave. Sarà drastico, ma funziona.

Adesso che bisogna eleggere il nuovo presidente ho come l’impressione che qualcosa invece non funzioni. Le procedure sono state complicate dalla pandemia (che per carità, è gravissima, ma la peste non l’avete mai conosciuta, beati voi) però sono sempre più snelle di quelle che vidi quand’ero balotìn. Qualcosa non mi torna, e non è per il covid. Intanto ‘sta storia che al Quirinale di donne, su dodici presidenti, non ce n’è mai entrata neanche una: lo so che nemmeno la Serenissima ha mai eletto una donna e che la dogaressa era solo una first lady, ma Sant’Iddio, siamo nel Terzo Millennio! Sarebbe anche ora, no? E poi tutto questo confabulare, tramare, fra partiti che non si mettono d’accordo, voltagabbana, miliardari, arruffapopolo: hanno avuto sette anni per pensare e ancora fanno credere che non hanno pensato abbastanza. Tutte ‘ste schede bianche. Tutta ‘sta manfrina. A me la Repubblica piace. Mi piace anche l’Europa. Quell’inglese diceva che la democrazia è una pessima forma di governo, peccato non ce ne siano di migliori. Amava il paradosso, ma non aveva torto. Non c’è niente di meglio della democrazia. E sto male a vedere parlamentari che fanno melina e i talk show, o come diavolo li chiamate, che c’inzuppano il pane.

Non so quando il Parlamento eleggerà il presidente. Non so che figura ne verrà fuori. Spero che sarà una brava persona. Magari una donna, ma non mi pare probabile. E resto preoccupato. Non per chi abiterà al Quirinale. Per la democrazia. Quel presidente che mi piaceva tanto diceva che bisogna svuotare gli arsenali e riempire i granai. Sarebbe anche ora.

***

Articolo di Mauro Zennaro

Mauro Zennaro, grafico, è stato insegnante di Disegno e Storia dell’arte presso un liceo scientifico. Ha pubblicato numerosi articoli e saggi sulla grafica e sulla calligrafia. Appassionato di musica, suona l’armonica a bocca e altro in una blues band.

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