Fantascienza, un genere (femminile). Kij Johnson

«Nella speranza d’impedire che su questo ponte siano dette le cose più insensate nelle dodici lingue dei Balcani, mi sforzerò di scrivere tutta la verità, in altre parole tutto quello che vi è di falso nell’evidenza e di vero nel dissimulato, di riferire i fatti quotidiani a esso collegati, che sono comuni come le sue pietre, e i grandi disastri, pari più o meno al numero dei suoi archi».

Ismail Kadare così dà voce al personaggio del monaco Gjon, che nel 1377 redige la cronaca della costruzione del Ponte a tre archi (questo il titolo italiano del romanzo pubblicato dal grande scrittore albanese nel 1978), il ponte che attraversa l’«Uyana maledetta», impetuoso fiume dell’immaginazione, ergendosi a protagonista di una vicenda che «comincia con la morte per finire nella morte» e perciò non la teme, con al centro l’eterna rivalità non solo tra barcaioli e costruttori, ma anche tra acqua e terra.
La divinità fluviale, offesa e violata nel libero scorrere delle proprie acque sacre, richiede infatti un sacrificio umano affinché il ponte che l’ha sfidata ancorandovi i suoi piloni sacrileghi non crolli nottetempo, vanificando così il progetto umano di unire le due sponde dell’antica via Egnatia.
È, questa, la riedizione della cupa leggenda balcanica che vuole una vittima sacrificale a rendere possibile l’edificazione di una fortezza, una torre, un ponte (come già a Mostar, in Erzegovina), studiata in profondità da Mircea Eliade nei Commenti alla leggenda di Mastro Manole (1943).

Stari Most a Mostar, Bosnia Erzegovina, prima della sua distruzione durante la guerra di Bosnia il 9 novembre 1993; il ponte ottomano, costruito nel XVI secolo per unire la parte est e la parte ovest della città attraversata dalla Neretva, era denominato affettuosamente “il Vecchio”

Eco di questa tradizione che gronda sangue e lacrime (quelle del costruttore che involontariamente sacrifica la propria sposa e che non sopravvive al proprio capo d’opera) è nel bel romanzo breve The Man Who Bridget the Mist (2011) di Kij Johnson, vincitore di Hugo e Nebula Award, proposto in Italia nel 2020 da Delos Digital con il titolo Quel ponte sulla bruma. E forse non è un caso che in copertina l’edizione italiana presenti un folgorante giudizio di Ursula Le Guin: «Kij Johnson ha il dono unico di saper rendere reali le cose irreali e irreali le cose reali», quasi una citazione da Kadare.

Atmosfere suggestive, personaggi archetipici, eventi sovrannaturali ascrivono il romanzo forse più al fantasy che alla science fiction, per quanto poco possano valere tali categorie: l’arrivo a Cisbruma del protagonista maschile Kit Neinem di Atyar, il costruttore di ponti, rievoca la sosta avventurosa di Frodo Baggins e compagni alla locanda di Brea, all’incrocio della Gran Via Est e della Via Nord: il ponte − atteso e temuto − collegherà, finalmente, i lati est e ovest dell’Impero, Cisbruma e Trasbruma: «la bruma esisteva solo lì, in quel fiume, nei suoi affluenti e nel mare; ma essa spaccava a metà l’Impero», entità sovranazionale senza nome che con il suo governo e la sua burocrazia incombe costantemente sullo sfondo della vicenda. «“Bruma” era un termine fuorviante.

Era più densa di quel che sembrava e talvolta la barca pareva non tanto muoversi attraverso di essa, quanto scivolare sulla sua superficie. Quella sera somigliava alle alghe marine, alla spuma sudicia che i venti forti potevano generare dalle onde dell’oceano»; altre volte, però, essa appare come «piume» o «neve». Accanto a Kit, protagonista femminile è Rasali dei Barcaioli, il cui destino di traghettatrice si sottrae al ciclo di bruma e morte della propria famiglia per intrecciarsi con la vita e la vocazione dell’architetto pontiere, andando a costituire da due complementarità una unità, in cui le opposizioni si sciolgono: «Non siamo fatti per stare qui, sulla nebbia» afferma lui; «Non siamo fatti per attraversarla senza passarci in mezzo» replica lei. Kit rappresenta il cambiamento («Si cambia comunque, che lo si voglia o no»), la volontà di affermazione, per quanto finalizzata al bene comune e al miglioramento, forse l’incapacità di fermarsi e sostare, la solidità materica della terra; Rasali incarna invece la forza di una tradizione ancestrale, l’attitudine all’ascolto della natura con la quale porsi in sintonia, eppure ha in sé la spinta del rinnovamento, fluida e inafferrabile come l’acqua (o la bruma).

Intorno a loro, donne e uomini, costruttori e barcaioli, locandieri e muratori, mercanti e fabbri, in una società che mescola elementi antichi e moderni, memore non solo delle atmosfere tolkeniane, ma anche dei paesaggi surreali e straniati di Catherine Moore e Leigh Brackett, che danno al romanzo un che di inquieto e misterioso e ne fanno una riflessione sull’ignoto e sull’inconoscibile (che saggiamente Johnson non disvela), oltre che sul tempo che passa e sull’inevitabile mutamento di ogni cosa.
La vicenda si snoda su un doppio binario temporale: è ripercorsa la vita in solitudine del protagonista («fare qualcosa e poi andarsene a fare quella dopo era il suo lavoro») ed è presentato l’arco temporale della costruzione del ponte: cinque anni durante i quali con la bruma scorrono le vite degli uomini e delle donne, che amano, hanno figli, incontrano la morte.

The Man Who Bridget the Mist ha il pregio dell’equilibrio e della misura, è piacevole a leggersi, colto nel richiamo ai riti del costruire, profondo nella riflessione, e ha anche un bel finale: non un capo d’opera, ma un ottimo romanzo.

Kij Johnson fotografata in occasione del suo arrivo a Reykjavik, Islanda, il 14 marzo 2016, in occasione di un evento su miti e fantastico

Non altrettanto convincenti i racconti, almeno i pochissimi apparsi in Italia, che precedono il romanzo breve: 26 Monkeys, Also the Abyss (2008) e Spar (2009), proposti rispettivamente con i titoli 26 scimmie, e anche l’abisso e Battibecco.

Il primo, vincitore del World Fantasy Award nel 2009, è «una vicenda genuinamente weird, che tocca con sorprendente leggerezza i misteri più profondi dell’esistenza umana» (Hypnos n. 8): Aimee, quarantatreenne disillusa, attraversa gli States su «un pullman di diciannove anni zeppo di gabbie» destinate alle ventisei scimmie che si esibiscono in fiere e festival nel «numero della vasca da bagno», dalla quale, dopo esservi entrate e dopo che l’anziano cercopiteco Zeb ha emesso «dal profondo del petto un grido vibrante», semplicemente, scompaiono. Non c’è nessun trucco: «il mondo è pieno di cose strane, cose che non hanno senso, e forse questa è una di quelle».

Il secondo, vincitore del Nebula Award nel 2009, è un racconto claustrofobico nel quale il sesso («Nella minuscola scialuppa di salvataggio, lei e l’alieno scopano in modo implacabile, senza fermarsi mai» è l’incipit) è il mezzo per sopravvivere a uno stato di internamento e privazione che oscilla ambiguamente tra desiderio di fuga e complicità con l’alieno, salvatore ecarceriere della naufraga spaziale senza nome. È indubbiamente questo l’aspetto più interessante, anche se non originalissimo, della vicenda («Cos’è per lei quell’essere? Un giocattolo sessuale, una pianta da appartamento?») che si articola in un presente dilatato fino allo scioglimento del finale.

Bello, molto bello, è il romanzo breve The Dream-Quest of Vellit Boe (2016), con pieno merito vincitore del World Fantasy Award nel 2017, proposto in traduzione italiana l’anno successivo da Edizioni Hypnos con il titolo La ricerca onirica di Vellit Boe. La protagonista è un’insegnante di matematica del Collegio Femminile di Ulthar, Vellit Boe, appunto: «una donna dagli occhi severi in abiti da viaggio di tweed, con pesanti stivali ai piedi e capelli neri striati d’argento legati indietro per lasciare libero il volto dalle linee profonde. Una donna invecchiata, ma non ammorbidita». Una donna di cinquantacinque anni, esattamente l’età di Kij Johnson al tempo in cui scrive il testo, per quanto l’autrice, nell’intervista a cura di Luca Tarenzi in appendice all’edizione italiana, dichiari di essere sempre stata «una di quelle ragazze incostanti che Vellit cerca di aiutare: lei è una persona molto più concentrata e sensibile di me». Eppure, a ben guardare, scrittrice e personaggio presentano affinità, non soltanto anagrafiche: per esempio, la professione di docente, l’attitudine al sogno, l’amore per i gatti (anzi, le gatte), la passione per il camminare…

Katherine Irenae Johnson nasce ad Harlan, Iowa, il 20 gennaio 1960; lei stessa, sul proprio sito ufficiale (kijjohmson.com), racconta con spiritosa determinazione da dove viene il nome con cui ha scelto di essere chiamata fin da piccolissima e che ha assunto legalmente in età adulta: «la mamma e una lontana cugina avevano partorito in tempi piuttosto vicini, perciò si scrivevano di frequente delle proprie neonate e maternità. Anche la bimba della cugina aveva un nome difficile da abbreviare con un diminutivo, Harriet, credo; nelle loro lettere, dunque, usavano soltanto le nostre iniziali invece dei nostri nomi interi: KIJ e HAR o qualcosa del genere. E improvvisamente la mamma si rese conto che Kij era pronunciabile!». E aggiunge: «Odiavo — davvero odiavo — il nome Katherine Irenae Johnson […]. Ero Kij e volevo rimanere Kij. Ero io».

Kij Johnson a nove mesi, all’interno dell’auto di famiglia, nell’ottobre 1960 (kijjohnson.com)

«Teacher, writer, dreamer, fritterer»: Johnson presenta sé stessa come insegnante, scrittrice, sognatrice, flâneuse (traduzione personalissima dell’intraducibile fritterer, letteralmente ‘friggitrice’, ovvero ‘perditempo’), con ironia e originalità.

«I teach, a lot». Dunque, Kij insegna, «un sacco». Dopo aver frequentato il St. Olaf College di Northfield, Minnesota, dal 1982 ha studiato letteratura e scrittura creativa presso l’Università del Minnesota; ha poi lavorato nel campo dell’editoria (come editor e come creative director) e del digital marketing (come content manager). Fino all’inizio della carriera universitaria, nel 2012, dapprima come assistente, quindi come docente di scrittura creativa e narrativa speculativa e sperimentale presso l’Università del Kansas; non solo: durante l’estate, tiene seminari al Clarion Writer’s Workshop e al Clarion West Workshop, nonché corsi su romanzi di fantascienza presso il Center of the Study of Science Fiction dell’Università del Kansas.

«I write short stories and novels», racconti e romanzi «fantasy o formalmente sperimentali (o entrambi)», ma anche «poesie, fantascienza, storie strane e persino tradizionali»; Kij riconosce come propria maestra e modello di riferimento la grande Ursula Le Guin, che «ha lasciato un’impronta indelebile su di me».
L’esordio come narratrice data al 1987, quando pubblica il suo primo racconto su una piccola rivista del Minnesota, Tales of the Unanticipated; racconti e romanzi brevi sono la misura a lei più congeniale: ne ha dato alle stampe oltre cinquanta (i più significativi raccolti nell’antologia At the Mouth of the River of Bees, del 2012), a fronte di tre romanzi propriamente detti (The Fox Woman e Fudoki, rispettivamente nel 2000 e nel 2003, e, nel 2017, The River Bank, sorta di sequel del classico per l’infanzia The Wind in the Willows di Kenneth Grahame).
Kij Johnson è un’autrice apprezzata: ha vinto l’Hugo e il Nebula Award con il già menzionato The Man Who Bridget the Mist (per la categoria novella, nel 2012), il Nebula altre due volte con Spar e Ponies (entrambi per la categoria short story, rispettivamente nel 2010 e 2011), il World Fantasy Award tre volte con 26 Monkeys, Also the Abyss (per la categoria short fiction, nel 2009), con The Dream-Quest of Vellit Boe (per la categoria novella nel 2017), con The Privilege of the Happy Ending (per la categoria long fiction nel 2019), racconto lungo, questo, leggibile in rete in lingua originale (clarkesworldmagazine.com/johnson_08_18/). Senza contare le volte in cui è stata finalista o gli altri riconoscimenti che ha ottenuto, meno noti ma ugualmente prestigiosi.

Kij Johnson in una fotografia giovanile scattata a Oxford (https://mithilareview.com/author/kij-johnson/)

«I always have ambitions for my work». Le ambizioni che Kij coltiva in relazione al proprio lavoro sono, almeno in parte, già tradotte in realtà: essere produttiva; lavorare di più; far sì che chi legge i suoi testi sia «sorpreso, commosso, deliziato, stupito»; entrare in relazione con chi legge «attraverso storie: storie vere e di finzione, tue e mie» (a questo fine ha creato un proprio account su Patreon, piattaforma che permette ad artisti e artiste di finanziare le proprie opere).
«Mi piace pensare al frittering come a quello stato delizioso in cui sai che stai facendo qualcosa di frivolo, e sei brava in quello».


L’arte di perdere tempo, di fare cose apparentemente inessenziali: Johnson nutre piccoli animali selvatici, e, ancora, «tormento il gatto, preparo il tè ogni pomeriggio alle tre, cammino per quattro miglia al giorno, mi sono perfezionata nel margarita, nel ricamo, nel lavoro a maglia, ogni tanto sono morsa da ragni, scrivo lettere a mano alle persone e mento molto male». Il gatto, anzi, la gatta è (Claire) Jurat, che vive con Kij nella sua casa di Lawrence, Kansas.

E un gatto, anzi, una gatta, è la fedele compagna di viaggio di Vellit Boe nella sua Ricerca onirica, una riscrittura al femminile delle lovecraftiane Terre del Sogno, che ha il suo inizio nella fuga dal Collegio Femminile di Ulthar di Claire Jurat, allieva brillante e giovane bellissima, per di più con un pericoloso ascendente divino, che sceglie di seguire un amante sognatore nel Mondo di lui, quello della Veglia (ovvero il nostro). Il rinvio al capolavoro di H.P. Lovecraft Alla ricerca del misterioso Kadath (inedito rispetto alla stesura per oltre vent’anni, fino al 1948) è esplicito e ben lo dice Kij Johnson nell’intervista rilasciata a Luca Tarenzi: «mi interessava l’ipotesi dell’“invisibilità” femminile: nella pratica non si può rendere invisibile metà di una popolazione, però si può senz’altro decidere di scrivere solo degli uomini e in tal modo trasmettere l’impressione che le donne siano impercettibili».
Non è un mistero che gli scenari sognati dal grande scrittore di Providence contengano pressoché esclusivamente personaggi maschili: «Volevo ragionarci su, ma non rileggerlo ancora. − afferma ancora Kij in altra intervista a cura di Nick Parisi pubblicata on line da Nocturnia il 9 novembre 2018) − Volevo vedere come sarebbe stato scrivere di quel mondo senza quella visione del mondo», la visione del mondo di un maschio bianco statunitense degli anni Venti e Trenta.

Da sinistra: copertina dell’edizione statunitense di The Dream-Quest of Vellitt Boe (Tor, 2016); mappa delle Terre del Sogno realizzata da Serena Maylon; copertina dell’edizione italiana di La ricerca onirica di Vellitt Boe (Hypnos, 2018)

Il protagonista di Alla ricerca del misterioso Kadath è, come noto, Randolph Carter, alter ego di Lovecraft stesso, che in La ricerca onirica di Vellit Boe diviene comprimario del bel personaggio dell’insegnante âgée creata da Johnson (anzi, nella giovinezza poco accademica di lei ne è stato l’amante): donna rigorosa, dal senso etico inscalfibile, grande camminatrice, come accade per tutti i viaggi, Vellit compie soprattutto una ricerca interiore, di riscoperta di sé stessa, facendo riaffiorare il vitalissimo nomadismo giovanile dopo decenni di rispettabile sedentarietà.
Conserva il ricordo delle esperienze pregresse, che non ha mai rinnegato, di ragazza e poi donna libera (oltre che «bella, intelligente, coraggiosa») che ha amato ed è stata amata, consapevole di essere ormai quasi anziana, e per questo forse meno sicura di sé nella relazione con gli uomini che incontra scalando montagne, attraversando pianure, solcando mari, percorrendo città, discendendo lungo cammini sotterranei: «era più vecchia e il suo viso più segnato di un tempo, ma i suoi occhi splendevano come avevano sempre fatto».

La libertà è infatti il contrassegno della protagonista: lei, in anni lontani, ha lasciato Randolph Carter, perché «alla fine l’idea di passare il resto della vita all’ombra di lui le era risultata insopportabile», ben sapendo che troppo spesso le donne non sono che «note a piè di pagina nelle storie degli uomini», rifiutando l’assioma che «le donne non fanno grandi sogni. […] Tutto il loro mondo è fatto di bambini e lavori di casa», dal momento che «gli uomini dicevano spessissimo idiozie».
Accanto a Vellit, a dominare la vicenda sono infatti le donne, o comunque le femmine, sia di animali (la piccola gatta nera che la accompagna per buona parte del viaggio) sia di esseri mostruosi (la società dei ghoul è presentata come matriarcale). La giovane Claire Jurat, che pure fa la sua comparsa nelle ultime pagine del romanzo, quando Vellit con un geniale espediente dell’autrice entra nel Mondo della Veglia, ha un ruolo determinante, si rivela degna allieva della propria saggia insegnante di matematica: «ci sono donne ovunque – afferma con entusiasmo – e persone di tanti colori diversi ed è tutto una meraviglia»; è una giovane grande donna che vuole cambiare il mondo, e sa di poterlo fare.

Quanto alla narrazione, è impagabile nella descrizione della città di Ulthar e dei luoghi che nelle Terre del Sogno si trovano in superficie, più scontata e con una accelerazione di eventi che risulta un po’ meccanica nelle parti ambientate nei meandri ipogei di quelle stesse Terre.

«Lessi [The Dream-Quest of Unknown Kadath] a tredici anni, emozionata e terrificata e un po’ a disagio per la vena di razzismo che ci sentivo dentro, ma nello stesso tempo consapevole che la totale assenza di personaggi femminili era un problema non meno grave. Scrivere questa storia ha significato per me ritornare a qualcosa che avevo amato profondamente da ragazzina, per vedere se era possibile ricavarne anche un senso adulto». Un grande amore che Kij Johnson sa splendidamente trasmettere a lettori e lettrici.

In copertina. Gino Andrea Carosini, Kij Johnson.

***

Articolo di Laura Coci

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Fino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Dopo aver insegnato letteratura italiana e storia nei licei, è ora presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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