Editoriale. Io mi rialzo: un motto universale

Carissime lettrici e carissimi lettori,

cominciamo con le belle notizie sul versante femminile. Non per continuare con quelle brutte che comunque sempre si affacciano a questa nostra esistenza. Ma perché a leggerle mi è venuta dentro l’allegria. Seppure qualcuna di queste notizie pur rimanendo belle dovrebbero non fare notizia, appunto, perché intanto dovrebbero essere normali episodi di vita, come giustamente ha commentato su un social la professoressa Graziella Priulla, dovrebbero non meravigliarci: è questa la stranezza!

La prima bella notizia, questa veramente bella, è quella che viene dalle Olimpiadi Invernali appena terminate in Cina. Il medagliere italiano ha veramente premiato le atlete che hanno guadagnato nove posti sul podio rispetto alle cinque medaglie portate a casa dagli atleti nostrani. Questo nonostante le donne fossero meno numerose dei maschi (un rapporto di 47 a 82), ma il vantaggio, dicono le analisi di questa Olimpiade, che nel 2026 si sposterà in Italia, è che le vittorie nostrane si sono viste in ben otto differenti discipline, cosa mai accaduta fino ad oggi. Certo lo sport femminile italiano ha purtroppo tanti problemi, come quello del professionismo praticamente assente. «Ma è una problematica comune declinabile anche al maschile» afferma Silvia Salis, oggi ai vertici del Coni, che è stata una grande campionessa di tiro al martello, uno sport tra quelli giudicati esclusivamente maschili!

Una bella notizia arriva freschissima dagli Stati Uniti: dopo anni di battaglie legali per discriminazione retributiva contro la US Federation, è stata riconosciuta la parità salariale delle calciatrici rispetto ai loro colleghi ed è stato riconosciuto anche un risarcimento di ben 24 milioni di dollari, oltre alla garanzia di avere diritto agli stessi bonus e premi che alla Nazionale maschile. Un fiore all’occhiello della nuova realtà calcistica statunitense è l’istituzione di un fondo di 2 milioni di dollari per le giocatrici al termine della carriera e per incentivare lo sport tra le ragazzine.

Bel traguardo se consideriamo che in Italia una calciatrice di serie A guadagna in media 15 mila euro lordi l’anno contro gli otto milioni di euro che, come cita un articolo di un giornale sportivo, il difensore olandese della Juventus Matthijs De Ligt incassa a stagione. In Italia nel luglio scorso c’è chi ha promesso l’entrata delle giocatrici nel professionismo entro la prossima stagione. La strada però si mostra ancora difficile. Ma soprattutto ci sarebbe bisogno di uno sguardo diverso per quanto riguarda la partecipazione femminile negli sport, soprattutto quelli giudicati tipicamente maschili.

Bella e triste allo stesso tempo è la storia, come dire, femminile della creazione dei vaccini. Potremmo dire che più volte le donne si sono trovate a dare alle loro scoperte e al frutto delle loro ricerche una visione diversa, più umana e includente. La storia più recente appartiene anche un po’ all’Italia e riguarda il virus che ci tiene ancora nella paura, il Covid-19. Protagonista una scienziata, la microbiologa italo-onduregna Maria Elena Bottazzi, 56 anni, nata a Genova e cresciuta in Honduras. Oggi è co-direttrice del Centro per lo Sviluppo di Vaccini del Texas Children’s Hospital e Baylor College of Medicine, che sono istituzioni private e senza scopo di lucro a Houston, negli Usa. Il vaccino, che si chiama Corbervax, non è stato brevettato proprio per essere alla portata di chiunque tanto da essere ribattezzato come «il vaccino anti Covid-19 per il mondo». Il Corbevax colmerà il divario di accesso creato dalle più costose e nuove tecnologie di vaccini e che oggi non sono ancora in grado di essere rapidamente diffuse per la produzione globale. La sua produzione su larga scala, accessibile a «ogni fabbricante che può produrre un vaccino per l’epatite B», sarà possibile a un costo di circa un euro e mezzo per dose, a fronte dei 21 euro del siero di Moderna, dei 15 euro di quello di Pfizer e dei 3 euro di AstraZeneca.

Rimanendo nel campo delle scienziate, di quelle donne che hanno saputo seguire il loro sogno di ragazze Stem, vorrei raccontare anche quella di Silvia Berretta, catanese, neurologa, che voleva fare la scienziata in Italia e invece non è riuscita neppure a acquisire un posto da bidella dopo essere stata sfruttata con anni di ricerca e mai o mal retribuita per il suo impegno. Allora le cronache dicono che Berretta ha scelto di emigrare, un altro amaro esempio di fuga dei cervelli. Oggi dirige l’Harvard Brain tissue resource center del McLean  Hospital di Boston. «Anche da laureata non c’era posto per me. – racconta Silvia Berretta a un quotidiano -. Nell’istituto in cui facevo ricerca si liberava però un posto da bidello: pensai che poteva essere un modo per guadagnare dei soldi continuando a studiare. Dopo aver spazzato i pavimenti, insomma, potevo andare in laboratorio e proseguire le ricerche con uno stipendio su cui contare. Non vinsi nemmeno quel posto: eravamo troppi a farne richiesta. Proposi il mio lavoro ad Harvard: studiavo gli effetti della schizofrenia sul cervello e lì c’era la banca dati più importante del mondo. – continua – Avevo bisogno di lavorare sul tessuto umano per far progredire le mie ricerche perché fino ad allora avevo analizzato solo modelli animali. Prima ho lavorato con la direttrice del centro, poi sono diventata una ricercatrice indipendente, con budget e staff. Quando la direttrice è andata in pensione, ero quella che conosceva meglio l’archivio dei cervelli: darmi il suo posto fu la scelta più ovvia.»

Ma questo è un male anche europeo. Secondo alcuni dati statistici le donne in buona parte dei 27 paesi dell’Ue sono sottorappresentate tra i ricercatori malgrado numericamente stiano aumentando notevolmente, inoltre ci sono più donne che uomini in posizioni junior e più uomini che donne in posizioni senior e tra i ricercatori che sono in coppia con figli, ci sono più donne che uomini che lavorano con contratti precari. Non è un caso che su ogni 27 premi Nobel assegnati solo uno in campo scientifico è dato a una donna (e qualche volta anche in coppia con un collega!). Il progetto europeo Diva, «fa sperare che si possano combattere i meccanismi di auto-esclusione, garantire la trasparenza nella valutazione del merito, introdurre le quote di genere per garantire la presenza femminile negli organismi che decidono le politiche scientifiche e nel management delle istituzioni di ricerca.» A questo scopo serve soprattutto valorizzare lo Stem, che non solo incentiva le ragazze a intraprendere le carriere scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche, ma che soprattutto riduca e denunci il gap di genere in questi campi.

Proprio in questi giorni festeggiamo la firma tra la ministra Elena Bonetti e la presidente Rai Marinella Soldi del Memorandum d’Intesa No Women No Panel, un impegno, visto che l’Italia risulta al quattordicesimo posto per presenza femminile, «affinché nei dibattiti e nei talk show sia assicurata una pari presenza di uomini e donne», per dirla come Simona Sala. Intanto, però, una fotografia scattata durante un pranzo ufficiale (una tavola con vasetti di fiorellini e tovaglia immacolata)  rivela che probabilmente nessuna donna  (nella foto non ce n’è neppure una) si è seduta al tavolo della Conferenza sulla sicurezza dei ceo a Monaco, che riuniva centinaia di figure da tutto il mondo specializzate nel campo della sicurezza e della difesa, un campo molto attuale che dimostra come le donne non arrivino a posizioni di vertice, soprattutto in alcuni campi da sempre appannaggio maschile.

Come se non bastasse dopo lo sgarbo dello scorso aprile da parte del presidente turco Recep Tayyip Erdogan verso la presidente von der Leyen qualche giorno fa ha replicato il ministro degli esteri ugandese Abubakhar Jeje Odongo, che è passato senza salutare davanti alla presidente della Commissione europea andando dritto e impassibile a stringere la mano al presidente francese Emmanuel Macron e a Charles Michel che anche questa volta è rimasto impassibile come se nulla fosse accaduto.

Bella la storia e la voglia di accettare la scelta di maternità che arriva da due notizie che vengono dal mondo del lavoro, sempre diffidente sulla libertà privata delle lavoratrici.

La prima avviene in Toscana, a pochi chilometri da Firenze, a Montelupo fiorentino, noto un tempo per le sue ceramiche e la fornitura delle stesse alla corte medicea. Oggi a Montelupo c’è un’azienda di informatica. Nell’anno più brutto della crisi del Covid-19 Federica Granai, 27 anni, di Pisa, ha appena perso il lavoro che aveva, fa domanda all’azienda di Montelupo e supera tutti i difficili test per l’accesso all’azienda, compreso uno stage estivo. Poi l’assunzione. Qui Granai ha un’informazione da dare al proprietario Simone Terreni (scrive lui la notizia sui social) e teme le conseguenze. «Sono incinta», annuncia come fosse una mannaia che le sta venendo addosso, ma il proprietario della fabbrica risponde, come dovrebbe essere la naturale risposta in un paese civile e paritario: «E allora che problema c’è?» Ecco la sorpresa, come nota la professoressa Priulla, da sempre professionalmente e umanamente interessata alle questioni di genere, questa non dovrebbe essere una notizia, ma un evento normale nel mondo lavorativo!

Della maternità delle proprie dipendenti ne fa un vanto un’altra azienda italiana. Siamo questa volta a Milano e l’azienda è quella di Roberta Zivolo, che ha assunto ben 75 donne, molte già madri, su un totale di ottanta dipendenti. L’azienda è nata nei primi anni ’80 e oggi è leader nel settore del Business Process Outsourcing, offrendo soluzioni e servizi per la fatturazione elettronica. All’obiettivo del profitto economico viene però anteposto da Zivolo il profitto umano. «L’insight suggerito dall’immagine nella home page dell’azienda parla chiarissimo: cinque giovani dipendenti, tutte donne, di cui una, quella al centro, con un bambino in braccio. La dignità del lavoratore è il marchio vincente.» E se arriva un bebè il lavoro va meglio per tutte e tutti.

Finiamo con una notizia davvero bella. Da gennaio il quarto di dollaro, la moneta più usata negli States of America, porta incisa l’immagine della poeta nera Maya Anghelou, un’immagine stilizzata della donna con le braccia alzate, un uccello in volo e un sole che sorge con il ritratto di George Washington.

Da lei, da questa donna coraggiosa e caparbia che ha saputo guadagnarsi i suoi riconoscimenti, prendiamo la poesia di oggi che potete trovare recitata dalla stessa Anghelou in una performance sorprendente.

Eppure mi rialzo, Maya Anghelou
https://www.youtube.com/watch?v=qviM_GnJbOM

Puoi infangarmi nella storia
con le tue amare, contorte bugie.
Puoi schiacciarmi nella terra
ma, come la polvere, io mi rialzo.

La mia sfacciataggine ti disturba?
Perché sei afflitto dallo sconforto?
Perché cammino come se avessi pozzi di petrolio
che pompano nel mio salotto.

Proprio come le lune e i soli,
con la certezza delle maree,
come le speranze che volano alte,
io mi rialzo.

Volevi vedermi spezzata?
Con la testa china e gli occhi bassi?
Spalle cadenti come lacrime,
indebolite dai pianti della mia anima?

La mia immodestia ti offende?
Non te la prendere così tanto
solo perché io rido come se avessi miniere d’oro
scavate nel mio giardino

Puoi ferirmi con le tue parole,
puoi trafiggermi con i tuoi sguardi,
puoi uccidermi con il tuo odio,
eppure, come la vita, io mi rialzo.

La mia sensualità ti disturba?
Ti coglie di sorpresa
Che io danzi come se avessi diamanti
alla confluenza delle mie cosce?

Dalle capanne della storia ignobile
io mi rialzo.
Da un passato radicato nel dolore
io mi rialzo.
Sono un oceano nero, impetuoso e vasto
che traboccante e gonfio avanza con la marea.

Lasciandomi indietro notti di terrore e paura
io mi rialzo
in un nuovo giorno miracolosamente chiaro
Io mi rialzo
Portando i doni lasciati dai miei antenati,
sono la speranza e il sogno dello schiavo.
E così mi rialzo,
mi rialzo
mi rialzo.

Buona lettura a tutte e a tutti.

Ecco gli articoli della rivista di oggi. Incontriamo per prima Maria Johanna Berggren Kronberg, colei che inventò il latte in polvere: è la donna di Calendaria, una fisiologa nutrizionista che gettò le basi per la produzione di concentrati proteici. Medea Victoria Irma Norsa, papirologa è una studiosa, solo recentemente apprezzata quanto meritava, in un mondo tutto maschile. Hester Linch Thrale Piozzi è una vera cittadina del mondo, cosmopolita dalla vita movimentata, che ci ha lasciato lettere, diari, appunti di viaggio e un’autobiografia. Con la serie Fantascienza, un genere (femminile). Kij Johnson scopriremo un’autrice che si definisce «insegnante, scrittrice, sognatrice, perditempo» e che riconosce in Ursula Le Guin la propria Maestra. «Stare insieme significa crescere, formare gruppi di ascolto e creare connessioni relazionali empatiche in varie situazioni.» Ce lo ricorda una nuova puntata della Serie dedicata allo yoga: Yoga e psicologia: raccontare la felicità con empatia. Per Viaggiatrici del Grande Nord Teoria del viaggio femminile: la turista inglese ci porta ad incontrare ladies, avventuriere, scrittrici, pittrici, scienziate e antropologhe fortemente determinate a viaggiare e a scrivere preziosi resoconti. Ma oggi inizia anche una nuova serie di articoli sulle donne nelle diverse civiltà: La donna nell’India antica. Condizioni generali. Il rito del sati, il primo di altri interessanti approfondimenti.
Per il mondo della musica leggeremo in Dietro il bianco e il nero della tastiera di un pianoforte: intervista a Gaia Sokoli le emozioni e il grande lavoro che sono dietro un’esibizione. Nella sezione Letteratura Le donne cavaliere nell’epica cavalleresca rinascimentale: Bradamante ci darà una lettura originale di questa figura di donna guerriera, offrendoci alcuni spunti di discussione per un lavoro sul personaggio con le e gli studenti. Di Toponomastica si parla in due articoli: Configurazioni spaziali arcipelagiche di femminilità: il caso di San Casciano in Val di Pesa, in cui cominceremo a scoprire la differenza tra la toponomastica maschile e quella femminile, tra l’arcipelago e l’enclave. Per la sezione Percorsi di Juvenilia, invece, esploreremo da questo numero un itinerario di genere per le vie di Pavia, a metà tra il letterario e il filosofico, con le suggestioni ispirate all’autore da via Ada Negri, un modo originale di vivere la toponomastica femminile camminando, in Pavia. Via Ada Negri, o sul senso della vita.
Per gli anniversari, Beppe Fenoglio, a cento anni dalla nascita ci ricorderà il grande scrittore scomparso troppo presto, che ci ha lasciato opere bellissime.
I carnevali in Sardegna: Le vie delle maschere di Gabriella Nocentini
è la recensione di questa settimana, su un libro, Le vie delle maschere, che è un vero e proprio itinerario sentimentale attraverso i carnevali sardi, come recita il suo sottotitolo. Chiudiamo come sempre con una ricetta gustosa, anche se richiede una preparazione un po’ più lunga: Pere al vino cotte a bassa temperatura. E buon appetito!

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...