Il pane di Groenlandia

«Mia signora, mi chiamo Muna e questa lettera nasce nei freddi confini della fine del mondo, lì dove terra e ghiaccio si sfidano all’eterno rimpiattino delle stagioni.
Non ho certezza che queste parole arrivino a destinazione, ma confido che il legame della tua richiesta e della mia risposta possa guidarle, come le onde che sempre sanno dove infrangersi, quasi seguissero un percorso di accordo tra il mare e il vento.
Ti scrivo che qui, a Oqaatsut, in Groenlandia, sta arrivando l’autunno: è la stagione che più amo, anche se dalle mie parti è il preludio al grande freddo.
A me, invece, il cielo che si abbassa e i colori che vanno a riempire i contorni hanno sempre dato l’idea di una seconda possibilità, dell’ultima occasione, concessa o meritata.
E poi, prima della neve, il cielo si congeda da sguardi e pensieri regalando tramonti densi e solidi, che pare di poterli afferrare.
Devo subito mettere in chiaro con te che, forse, vista la tua richiesta, non avrei nemmeno potuto scriverti questa lettera: non esiste un pane che, di queste zone, possa dirsi tipico. Per secoli, le popolazioni che qui hanno sempre dimorato, di pane non avevano proprio sentito parlare, tanto che, all’arrivo del missionario scandinavo Hans Poulsson Egede, la vostra preghiera venne insegnata così: “Dacci oggi la nostra foca quotidiana”. Ho assistito a una messa, una volta, e l’idea del sacerdote che solleva una foca mi ha fatto tanto ridere. Come avrai capito, la vostra religione e il vostro credo appartengono a un mondo che non è il mio, ma che è arrivato da quel mare che ci circonda e che rende vicino ciò che nasce lontano e straniero. E poiché vivo in un’isola, e di flutti e sale e movimento sono circondata, anche quando sembra che l’immobilità dei ghiacci paralizzi ogni cosa, tanto che pure le rocce sembrano genoe di barche a vela, posso narrarti di un pane venuto dal remoto, portato dai primi europei che giunsero in Groenlandia. Il pane vichingo, l’osyratkornbröd, è un pane piatto di orzo, portato dalle navi di Erik il Rosso.
Come ogni viaggiatore che si rispetti, anche l’osyratkornbröd si è mosso leggero, a evitare che il bagaglio potesse diventare zavorra: una tazza e mezza di farina di orzo e mezza tazza di acqua, unite insieme a formare un impasto lavorabile, da stendere e cuocere su una piastra calda messa sul fuoco. Oggi, so che la ricetta si è ingentilita e arricchita. Alla farina, di grano, orzo, avena e segale, si sono aggiunti il latticello, l’uovo, il miele, le noci tritate e un pizzico di sale. Ciò che non è cambiato è il metodo di cottura, quasi a dire che, se si nasce viandante, difficilmente ci si potrà accontentare di troppe comodità.
Spero davvero con tutto il cuore, mia gentile signora, che questo pane — che pure non è ciò che cuciniamo di tradizione — possa servire al tuo scopo.
Dal canto mio, ho voluto comunque scriverti perché, nell’isolamento che qui si sta preparando in vista dell’inverno, sentivo la necessità impellente di raccontarti ciò che il mare ci narra da sempre e che pure pare essere ignorato. La mia gente, la gente Inuit, è figlia delle onde e dei ghiacci, di ciò che essi decidono di donare e nascondere, bilanciando vita e morte con caccia o pesca abbondanti. Sono soprattutto gli uomini a occuparsene, anche se noi donne, in un preciso momento della nostra educazione, ne apprendiamo i rudimenti. Crediamo nella divisione dei compiti, ma anche nella collaborazione: cacciare o cucire vestiti sono attività che deve saper fare ciascun adulto, indipendentemente dal sesso.
Esiste, nella nostra organizzazione, persino la possibilità per noi donne di divenire sciamane.
Eppure, il potere decisionale, quello che regola l’esistenza delle tribù, non è cosa che ci riguardi. Nei consigli, nelle riunioni, non abbiamo diritto di parola e, anche laddove avessimo delle responsabilità, queste possono esserci sottratte nel caso in cui un uomo non fosse soddisfatto della nostra maniera di esercitare il potere.
Penso a questo, mia signora, a tutto questo, e mi sembra di impazzire. Vorrei prendere per le spalle i nostri mariti, figli, padri, compagni, e scuoterli furiosamente. Vorrei spingerli, strattonarli, tirarli fin davanti ai flutti del mare e urlare loro: «Guardate! Guardate ciò che avete di fronte! Guardate chi è che ci dà da vivere o da morire! Guardate! Guardatela! Guardate la nostra dea e spiegatele che le sue figlie non possono parlare né decidere, quando è lei, invece, a scegliere se la vostra pesca sarà abbondante o misera di fame e desolazione».
Vorrei tanto farlo. Ma temo — e forse so — che le mie parole verrebbero mangiate dal vento e gelate dal freddo dell’indifferenza; divorate dal buio che vive sul fondo delle scogliere.
E allora, mia signora, mia lontana amica, questo racconto lo farò a te. Farò a te questa confidenza, preziosa come i sussurri fatti davanti al fuoco nelle notti eterne dei tempi antichi; quei sussurri che hanno scritto ciò che poi l’essere umano ha fatto diventare storia.
Si narra di una fanciulla bellissima di nome Sedna, ceduta in sposa dal vecchio padre a un forestiero che vagava in cerca di una moglie. Quando la ragazza venne condotta sull’isola dove quest’uomo viveva, fu colta dallo sconforto più nero: si trovavano sull’orlo di un abisso, circondati solo da mucchi di pellicce sporche, accatastate le une sulle altre, e piume di uccello. Quest’ultime, come Sedna scoprì ben presto, appartenevano al marito, uno sciamano mostruoso quanto potente e crudele, dal corpo di uomo e dalla testa di procellaria.
Durante il giorno, la creatura usciva a pescare, e la sera portava alla fanciulla quel pesce che per forza doveva essere mangiato crudo. Piangeva e si disperava, la giovane Sedna, e tanto era lo strazio dei suoi lamenti che essi giunsero fino alle orecchie del genitore, nonostante non ci fossero sentieri battuti che collegassero quell’isola al resto del mondo.
Forse colto dal senso di colpa, il vecchio padre decise di andare a cercare la figlia per riportarla a casa. A bordo di un kayak, riuscì a raggiungere l’isola dello sciamano e, fatta salire la figlia, fece rotta verso casa. Improvvisamente, però, un’ombra nera si pose sulle loro teste: il mostruoso sciamano li aveva inseguiti e raggiunti, e aveva scatenato una terribile tempesta con il movimento delle sue ali. Il vecchio nel kayak, terrorizzato all’idea di affogare, gettò la figlia nelle gelide acque, sperando, così, di placare la furia dell’uomo – procellaria. Sedna si aggrappò disperata al bordo dell’imbarcazione e quasi riuscì a risalire a bordo, ma il padre, con un colpo di ascia, le mozzò prima le dita e poi le mani. Tradita, violentata e mutilata, Sedna sprofondò negli abissi per sempre. Ma come spesso avviene, mia signora, dal sacrificio di una donna riesce comunque a sbocciare qualcosa di bello. E fu così, infatti, che dalle dita della fanciulla nacquero foche e pesci; dalle sue mani, le balene. Sedna, ancora oggi, vive sul fondale, dea del mare, della terra, e giudice della vita e della morte. È la nostra dea. E periodicamente uno sciamano o una sciamana— per scongiurare tempeste e pescate sterili—deve addentrarsi nel suo regno a pulirle e stricarle i capelli, che si sporcano e aggrovigliano quando vengono commessi omicidi o trasgressioni sessuali. Sedna è stata ferita, eppure è salvifica; è stata abbandonata, eppure è la custode delle creature, marine e terrene, che protegge e nasconde dalle cattive e selvagge azioni dell’essere umano.
Ecco ciò che vorrei gridare, mia signora. Ciò che vorrei urlare. Vorrei essere potente come la mia dea e avere, come lei, il coraggio di vendicare ogni oltraggio subito, ogni torto imposto da questa società che gli uomini vogliono e costruiscono solo per loro.
Io, però, sono una piccola, semplice donna, spersa su un’isola circondata dai ghiacci. Posso fare poco, nulla, se non raccontare di me, del mio sentire, del mio ardore che vive ma che non riesce a guadagnare la superficie per risalire sul kayak. E allora lo affido a te, a questa lettera, al legame che si è creato grazie alla tua richiesta e alla mia risposta.
Con la speranza che mille altre richieste e mille altre risposte possano alzare una voce destinata a non zittirsi mai.
Ora ti saluto, augurandoti ogni bene possibile. Augurando ogni bene possibile a ciascuna di noi. A te. A me. A tutte le donne oltraggiate e che, nonostante questo, o proprio per questo, sono riuscite a essere dono.
Ublaakun».

***

Articolo di Sara Balzerano

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Laureata in Scienze Umanistiche e laureata in Filologia Moderna, ha collaborato con articoli, racconti e recensioni a diverse pagine web. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è quello di continuare a chiedere Shomèr ma mi llailah (“sentinella, quanto [resta] della notte”)? Perché domandare e avere dubbi significa non fermarsi mai. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice

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