Editoriale. Facciamo pace?

Carissime lettrici e carissimi lettori,

leggo e mi soffermo su una frase di Benedetto Croce (1866-1952): «La violenza non è forza ma debolezza, né mai può essere creatrice di cosa alcuna, ma soltanto distruttrice». Segue un’altra citazione presa dal russo Lev Nikolàevič Tolstòj, l’eccentrico e geniale conte di Jàsnaja Poljàna (dove era nato, non lontano da Mosca, il 9 settembre 1828, circa quaranta anni prima del filosofo di Pescasseroli), che dice: «Come non si può spegnere il fuoco con il fuoco, né asciugare l’acqua con l’acqua così non si può eliminare la violenza con la violenza».
Dunque parlano entrambi dell’inutilità nel creare e portare avanti una guerra. Qualsiasi sia il motivo.
Si sa che Tolstòj, il maestro che insegnava a scrivere ai figli dei contadini, i muziki (famoso è un suo Vocabolario creato apposta per loro!) lavoratori nei suoi possedimenti, è l’autore di Resurrezione, della presa di coscienza della forza del messaggio etico del Discorso della montagna che in questa sua ultima opera lo scrittore russo nomina continuamente. Questo riscatto, questa rinascita sono alla base del suo Movimento messianico che gli costerà la scomunica, da parte del Sinodo, avvenuta nel febbraio del 1901.
Benedetto Croce scrive la frase sopra citata nel saggio La storia come pensiero e come azione, nel capitolo VI, intitolato non a caso Forza e violenza, ragione e impulso. Il saggio è del 1938: il regime fascista stava portando anche l’Italia verso la partecipazione alla guerra e l’Europa ne era a un passo.
Riguardo alle riflessioni di Croce è stato commentato «è la ragione e l’impulso a vincere seppure sembra in un primo momento dominino forza e violenza… Infatti se la violenza produce solo deserto e morte, l’impegno della ragione è fecondo, a patto – viene detto con Croce – che la ragione non si cristallizzi in una ideologia rigida, che ignora il cuore e l’amore». 
Tolstòj avverte con anticipo l’insoddisfazione della società russa del tempo, l’arrivo di una rivoluzione imminente (quella rappresentata dal regista Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, la rivoluzione del 1905, che fallirà, e che comunque prenderà il via dall’ammutinamento dei marinai della famosa corazzata Potëmkin). L’autore di Guerra e Pace scrive, anzi, implora: «C’è una sola cosa da fare: placare le ostilità, senza parteggiare per nessuno, distogliere la gente dalla lotta e dall’odio perché tutto questo sa di sangue». Lo scrittore russo scriverà più volte contro la violenza tanto che il suo nuovo pensiero darà vita a una grande amicizia e a una fitta corrispondenza epistolare con il Mahatma Gandhi che giudicherà Tolstòj come il maestro, il primo stimolo alle sue riflessioni sulla pace e sulla non violenza che saranno alla base della vita politica del grande uomo indiano.
Il termine guerra viene dal tedesco. Deriverebbe dalla parola werran dell’alto tedesco antico che significa mischia. La parola nel diritto internazionale è stata sostituita, subito dopo la seconda guerra mondiale, dall’espressione “conflitto armato” e applicata a scontri di qualsiasi dimensione e tipo. Mentre classicamente la guerra si indicava con il termine latino bellum, che in italiano è rimasto solo in parole derivate dotte: bellicoso, belligerante, bellico.
La sostituzione con il termine usato oggi ha «un’impronta barbarica» perché, come è stato detto, si è cominciato ad usare nel tardo Impero quando le invasioni barbariche lo portarono al collasso. «Questa osservazione è suffragata da un’ipotesi ulteriore, suggestiva e generalmente accettata – è stato osservato –. I romani erano spietati maestri della guerra. La contrapposizione armata fra romani e barbari visse anche nella contrapposizione fra bellum e werra, ossia fra la guerra dei romani, ordinata e sofisticata e la guerra dei barbari, selvaggia e disordinata. Fu la guerra dei barbari a prevalere, militarmente e linguisticamente, sull’Impero e nell’Impero. Usando questa semplice, grave parola, portiamo in bocca il ricordo tramontato del conflitto – del modo del conflitto – che spense Roma. Niente di meno».
Trovo anche scritto che secondo alcune testimonianze archeologiche la guerra sarebbe esistita fin dalla notte dei tempi e che, stando ad alcune teorie, i primi popoli nomadi, quelli che si identificano come cacciatori/raccoglitori, fossero più pacifici dei successivi stanziali.
Una teoria che viene confutata da alcuni/e studiosi/e con la testimonianza dei ritrovamenti di luoghi di sepoltura di massa come quello, ad esempio, di Jebel Sahaba (nota come Cimitero 117), nel Sudan settentrionale, che contiene i resti di 61 tra adulti e bambini: circa il 40% sono deceduti per morte violenta e mostrano gravi ferite o delle punte di freccia incastrate tra le ossa. Questo sito risale all’11.740 a.C. circa. Ma secondo me non è la quantità temporale che può giustificare un atto di guerra: sarebbe assurdo pensarlo (seppure lo si è fatto durante un intervento televisivo!).
La parola guerra grammaticalmente è di genere femminile, ma decisamente l’azione è tipicamente maschile. «Troppo testosterone!» ha esclamato asciutta la bravissima giornalista di guerra Francesca Mannocchi, durante un suo intervento televisivo, verso la mezzanotte!
Infatti, il suo contrario, la Pace, che in russo si dice mir (мир) e coincide con la parola mondo, è una parola singolare femminile, sentita da più parti come una possibilità in mano alle donne, di cambiare l’ottica del mondo.
In questi giorni mi è capitato di leggere un articolo che mi ha entusiasmata e consolata, come sanno fare le cose belle che si incontrano o che sappiamo che succedono. Nell’articolo è trattato il tema della guerra e della pace il cui destino, perché si risolva in bene, deve essere affidato alle donne: «È alle donne che spetta oggi il compito storico di proteggere la democrazia contro le derive illiberali – scrive Daniela Carlà, dirigente della Pubblica amministrazione e co-promotrice di NoiReteDonne – assicurando invece il rafforzamento dell’evoluzione compiuta verso la Democrazia Paritaria, garantendo la pace, costituendo il motore trainante del cambiamento necessario, curando il pianeta a garanzia della sopravvivenza e del benessere delle generazioni future. È proprio nell’intreccio tra pace, sviluppo della democrazia paritaria, contrasto all’illegalità, che le donne, come soggetto collettivo, possono assumersi il compito che oggettivamente la storia consegna a loro. La democrazia solo evolvendo in senso paritario, tra uomini e donne, può affermare la propria contemporaneità e inclusività e contrastare le tentazioni che sacrificano gli individui alle priorità della sicurezza interna».
Sull’eco del bellissimo saggio di Virginia Woolf, Le Tre Ghinee, incentrato sulla brutalità della guerra, Carlà rafforza il pensiero che «le immagini dolorose e drammatiche (di questa guerra tra Russia e Ucraina ndr.) raccontano molto sia della brutalità inaccettabile della guerra sia della visione stereotipata e sessuata della vita». Perché è vero: tutto quello che sappiamo della guerra lo sappiamo attraverso i racconti fatti dagli uomini. Non c’è uno sguardo femminile. Le donne sono nel silenzio assoluto.
Eppure le donne, lo sappiamo bene e tanto ne abbiamo scritto, sono state in questi periodi di crisi, prima sanitaria poi bellica, le più presenti, quelle che hanno aiutato di più, che più degli uomini si sono caricate del dolore e degli affanni che il momento esigeva. Ma non hanno avuto un ruolo di decisione, non sono mai state sedute al tavolo delle trattative. Si sono visti solo gli uomini che non arrivano a compiere un discorso di pace.
Scrive ancora Carlà: «Emergono con virulenza le conseguenze nefaste della tradizionale divisione sessuata e dicotomica del mondo, la tradizionale divisione dei ruoli si sta cementificando. La contrapposizione tra dimensione pubblica e privata ricalca ruoli tradizionali e interpretazioni stereotipate delle vicende… Le donne sono per la pace in quanto forti e potenti. Al contrario di quello che banalmente ma erroneamente si pensa, la pace non è per “menti molli”, anzi è la scelta più difficile da percorrere e da praticare… La pace non è cedimento, non giunge mai automaticamente, è la scelta più complicata perché a volte va vissuta in solitudine, perché costringe a chiarimenti con le persone vicine, con i propri affetti, nella propria famiglia, nella propria comunità di appartenenza, persino con sé stessi.  Nella guerra invece i conflitti si vivono con chi è già distante, lontano. È la pace a costituire un obiettivo ambizioso, mentre la guerra è elementare, si dichiara, si vince o si perde. La pace si realizza con scelte sempre complicate e mai definitive, non si può dare per acquisita, occorre curarla, difenderla nel rinnovamento, nella gestione delle dinamiche» (BeeMagazine, 26 marzo 2022).
Una società aperta dunque è una società gestita espressamente anche dalle donne nei luoghi delle decisioni. Questo è il filo conduttore che ha guidato per tante sue opere la grande scrittrice inglese Virginia Woolf. Soprattutto in Una stanza tutta per sé e in Le tre Ghinee che ne doveva essere la continuazione romanzata.
Quest’ultimo testo è un pamphlet contro la guerra e mette in evidenza lo stretto legame tra il sistema patriarcale, il militarismo, i sistemi autoritari. Woolf denuncia l’esclusione della donna dai processi decisionali e rivendica l’opportunità da dare alle donne, attraverso l’istruzione, l’indipendenza economica e la libertà di espressione e di azione, di prevenire la guerra e di rifondare un nuovo modello di azione politica. Le tre ghinee già dal titolo indica l’importanza dell’aspetto economico e sottolinea che la ghinea, appunto, è la moneta fatta con l’oro ricavato dai possedimenti inglesi in Africa da dove la Gran Bretagna prendeva gli schiavi. Risale al luglio del 1938 (lo stesso anno della frase scritta da Benedetto Croce): a pochi mesi dallo scoppio devastante in Europa della seconda guerra mondiale. Ecco quello che scrive lucidamente Woolf:
«Ci chiediamo soltanto perché quell’educazione facesse sì che chi la riceveva fosse consciamente e inconsciamente in favore della guerra. Consciamente, perché, è ovvio, era obbligata a usare tutta la sua influenza per tenere in piedi il sistema che le forniva servitù, carrozze, bei vestiti, ricevimenti: che erano i mezzi per arrivare al matrimonio. Consciamente, doveva usare tutta la sua bellezza e le sue attrattive per adulare e blandire l’uomo d’affari, l’uomo d’armi, l’uomo di legge, l’ambasciatore, il ministro che volevano ricrearsi dopo le fatiche della giornata. Consciamente doveva accettare i loro punti di vista e assecondare i loro dettami perché solo così poteva indurli a concederle i mezzi per sposarsi o a sposarla. Insomma, ogni suo sforzo cosciente non poteva che essere in favore di quello che Lady Lovelace ebbe a definire «il nostro glorioso Impero»… «il cui prezzo», aggiunge, «viene pagato principalmente dalle donne».

E chi può smentirla, o dubitare che fosse un prezzo molto alto? Ma ancora più decisamente in favore della guerra era forse la sua influenza inconscia. Come possiamo spiegare altrimenti l’assurda agitazione dell’agosto del 1914, quando si videro le figlie degli uomini colti che avevano ricevuto questo tipo di educazione precipitarsi negli ospedali, alcune accompagnate dalla cameriera, guidare autocarri, lavorare nei campi e nelle fabbriche di munizioni, e usare le loro inesauribili riserve di fascino e di simpatia per convincere i giovani che combattere era eroico, e che i feriti sul campo di battaglia erano degni di tutte le loro cure e di tutto il loro encomio? La spiegazione va cercata, ancora una volta, in quel tipo di educazione. Così profondo era il disgusto della figlia dell’uomo colto per la casa paterna, con la sua crudeltà, la sua grettezza, la sua ipocrisia, la sua immoralità, la sua vacuità, che era disposta a intraprendere qualunque lavoro, per servile che fosse, a esercitare qualunque fascino, per fatale che fosse, pur di sfuggirvi. Perciò consciamente voleva “il nostro glorioso Impero”; perciò inconsciamente voleva la nostra gloriosa guerra.“  (Virginia Woolf, Le tre ghinee).

Buona lettura a tutte e a tutti! Vediamo ora cosa tratterà il numero 160 di Vitamine vaganti.

Questa volta gli articoli sulle donne di Calendaria sono due: Suzan Uney-Ari: il grande contributo all’educazione del popolo turco-cipriota, dedicato a una docente che ha speso la sua vita per le e i giovani, impegnandosi per il loro diritto all’istruzione e contribuendo all’alfabetizzazione e scolarizzazione dell’isola di Cipro; e Alice Pestana: una vita al fianco delle persone più deboli, scrittrice, traduttrice e pedagogista, che ha posto le basi della psicologia penitenziaria, fondatrice e Presidente della Lega portoghese per la pace.
Aprile è già arrivato con le sue giornate tiepide; giunge quindi, puntuale come sempre, Il marzo di Toponomastica femminile: report del mese trascorso insieme.
Per la Serie Viaggiatrici del Grande Nord Henrietta Kent, un’inglese in Lapponia/Lapponia fai-da-te è la quattordicesima puntata, che ci fa incontrare una scrittrice che ha molto in comune con Tweedie: come lei cerca di mantenere il discorso «in equilibrio fra una narrazione genderless, neutra, che sia accettata da lettori e lettrici, e un tono empowering, potenziante, che incoraggi e motivi le donne a viaggiare autonomamente». Le passeggiate  pavesi odonomastiche meditative di questa settimana sono raccontate in Via Eva Mameli Calvino, o sulla criticità storica dell’istruzione italiana e affrontano il dilemma tra scienze pure e scienze umane, con spunti di riflessione come sempre interessanti.
Il 6 aprile ricorreranno 110 anni dalla morte di Giovanni Pascoli. Lo celebra un articolo, Giovanni Pascoli, il padre della poesia contemporanea, in cui l’autrice ci dà una lettura diversa da quella veicolata nei Manuali scolastici e ci ricorda che il grande autore di San Mauro di Romagna «ha utilizzato ogni possibilità offerta dalla lingua italiana, così come un grande pittore usa i pennelli e l’infinita gamma dei colori». Ma in questo mese ricordiamo anche la morte di Giovanna Fiorenzi, tra arte sacra e arte pubblica, in un articolo che descrive un’artista e scultrice marchigiana che ha scelto materiali diversi per realizzare le sue opere: ceramica, gesso, bronzo, marmo, cemento e ferro battuto. Un’altra artista vivente che «ha attraversato luoghi e contesti disparati con la stessa volontà di conoscere e capire, avendo sempre con sé la macchina fotografica, utilizzata come un bisturi atto a sezionare la realtà, a scandagliarla in tutte le sue molteplici sfaccettature» è raccontata dall’autrice di Lisetta Carmi, una donna libera. Elizabeth Eleanor Siddal, modella, poeta e artista preraffaellita è la figura eclettica e interessante che conosceremo in questo numero, l’unica donna a far parte del movimento dei Preraffaelliti. Una delle recensioni di questa settimana è La guerra e il coraggio delle donne: le Portatrici carniche nel romanzo Fiore di roccia di Ilaria Tuti e che ci porta dalle donne che la guerra l’hanno fatta e che, con una sorte simile a tante altre loro simili, sono state a lungo dimenticate. Avevamo creduto che la guerra nella parte di mondo in cui ci troviamo a vivere fosse stata scongiurata per sempre. Ci eravamo dimenticati/e della guerra nei Balcani ma la tesi di cui si parla in questo numero ha purtroppo a che fare con un evento bellico avvenuto sul suolo d’Europa: Lo stupro come arma di guerra. Il caso della Bosnia. «La guerra di Jugoslavia è stata particolarmente brutale, specie con le donne», scrive l’autrice dell’articolo, che si interroga sulle cause di questo atto di odio, reato e violazione del corpo delle donne come arma di guerra. Oggi siamo costretti/e a confrontarci con quello che dovrebbe diventare un tabù, come ci ricordano Umberto Eco e Gino Strada. La Russia cambia il mondo è la prima parte di una recensione del primo numero di Limes del 2022, che approfondisce il pensiero di autori e autrici con diverse visioni sull’invasione russa dell’Ucraina, a pochi giorni dall’inizio della guerra.
Barbara Belotti riporta alla luce la contessa Emilia, figura centrale e fondamentale per Empoli, non sufficientemente presente nel dibattito culturale della cittadina toscana.
Marzo volge alla fine e apre le porte ad aprile. Si parte da Emily Dickinson e dal suo benvenuto al mese pazzerello per raccontare tutti gli eventi a cui ha partecipato la nostra associazione, passando dalla Lombardia al Piemonte alla Valle d’Aosta alla Toscana alla Sicilia e a molte altre Regioni d’Italia.
Siamo giunti alla fine di questa presentazione e ci meritiamo un piatto gustoso. Sapevate che la parte più ricca di vitamina C del porro è quella verde? Lo apprenderete, insieme a molte altre utili informazioni nutrizionistiche, nella ricetta sfiziosa con cui chiudiamo il nostro numero di questa settimana: Porri al gratin, il piatto che esalta una verdura dalle tante proprietà.
SM

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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