FANTASCIENZA, UN GENERE (FEMMINILE). VERSO L’INFINITO… E RITORNO

«Verso l’infinito… e oltre!»: sono le parole che rappresentano Buzz Lightyear, lo space ranger coprotagonista del celebre film d’animazione Toy Story (1995), che – tra l’altro – con il proprio nome rende omaggio a Buzz Aldrin, secondo uomo a mettere piede sulla Luna, nel 1969, nell’ambito della missione Apollo 11. Parole che esprimono un universo maschile, di coraggio e forza, ma, anche, di antagonismo e sfida. E in effetti il personaggio Buzz acquista in umanità e simpatia quando dismette l’atteggiamento competitivo e inizia a collaborare con gli altri giocattoli, per il bene comune. Queste parole rappresentano anche, metaforicamente, lo sviluppo della science fiction novecentesca.

A lungo l’esplorazione dello spazio si è connotata come conquista (vocabolo che rinvia al lessico guerresco), così come la fantascienza, che altrettanto a lungo ha posto al centro della propria scrittura e riflessione galassie e pianeti altri rispetto alla Terra, da conoscere, certo, ma soprattutto da occupare nell’interesse della specie umana (o meglio, di una parte limitata di essa). Un (secondo) universo maschile, dunque, trasposto nella science fiction, non a caso considerata un genere per soli uomini, tanto nella produzione quanto nella lettura, un genere dal quale le donne sono escluse fino ad anni recenti.

Il nome di Mary Shelley (nata Wollstonecraft Godwin), giovane e geniale autrice di Frankenstein (1818), non compare sul frontespizio della prima edizione dell’opera, sulla quale grava a lungo il sospetto, non fondato, di un possibile intervento del marito di lei, il poeta romantico Percy Bysshe Shelley. E che dire di Catherine Lucille Moore ed Alice Sheldon, tra le scrittrici dell’immaginazione più innovative e originali del Novecento? La prima sceglie di celarsi attraverso l’androginia delle iniziali C.L. (è conosciuta con il proprio nome soltanto negli anni Cinquanta, poco prima della morte del marito Henry Kuttner); la seconda utilizza uno pseudonimo maschile (James Tiptree jr.) per firmare alcuni dei testi più belli e significativi degli anni Settanta, e in essi Robert Silverberg crede di leggere «qualcosa d’ineluttabilmente maschile».

Non è questa la sede per una sterile querelle sul presunto carattere maschile o femminile della scrittura; è indubbio però che nel secolo scorso la produzione fantascientifica è stata prevalentemente orientata a compiacere i lettori uomini, cosa che per altro anche le autrici, se lo hanno voluto, sono state perfettamente in grado di fare. È il caso di Leigh Brackett, capace di costruire vicende pensate per un pubblico maschile, di tratteggiare personaggi (uomini e donne) che rispondono alle aspettative di quello stesso pubblico (eroi muscolari, eroine bellissime), confermando in modo rassicurante gli stereotipi di genere.

Eppure, la fantascienza è ora un territorio (anche) femminile: aumenta il numero delle autrici (e dei riconoscimenti loro tributati), aumenta il numero delle lettrici. Proprio per questa ragione, nella fantascienza come nella letteratura tout court, occorre ripercorrere la genealogia delle scrittrici, portare l’attenzione su di loro, istituire un contro-canone che permetta di apprezzarle e riconoscerne la filiazione nelle opere della contemporaneità, sia di uomini sia di donne. Dare spazio alle donne nelle articolazioni del sapere non è un fine (il fine è che non sia mai più necessario sottolineare il genere di appartenenza, quale esso sia o non sia, per renderlo visibile), ma un mezzo, necessario per colmare un divario, perché le donne – nella narrazione fantascientifica, e non solo – ci sono state e ci sono, e per affermarsi hanno dovuto dimostrare talento e tenacia mediamente superiori a quelli degli uomini.

Rosa-Nellie Toti, Earth without art is only Eh (2022) https://www.instagram.com/rosie_nellieposie/

La serie Fantascienza, un genere (femminile) che giunge ora alla conclusione è dunque un atto di giustizia, a compensare un divieto e un silenzio di secoli, valorizzando una tradizione non secondaria, ma parallela rispetto alla vulgata. Un atto di giustizia che non può che essere parziale: cinquantasette autrici (rappresentate da centosei romanzi e duecentotredici racconti) su un totale di quasi cinquecento pazientemente finora censite da Roberto Del Piano.

Come soffocare la scrittura delle donne è il sottotitolo di Vietato scrivere, illuminante saggio redatto da Joanna Russ – femminista e autrice science fiction – nel 1983, che nell’edizione italiana dell’Enciclopedia delle donne del 2021 si avvale di una postfazione di Nicoletta Vallorani, lei pure, tra l’altro, fantascientista. «Vivere liberi è impossibile – scrive Vallorani citando Abdullah Öcalan – senza una radicale rivoluzione delle donne capace di modificare la vita e la mentalità degli uomini»: è infatti la libertà delle donne la misura della libertà di un popolo, di una cultura, di una nazione; e questo significa, nello specifico della scrittura, autonomia economica e strumenti editoriali, spesso ancora saldamente in mano a uomini, o, talvolta, a donne disposte a mimetizzarsi tra gli uomini, a imitarne i comportamenti (demonizzando, fraintendendo di proposito, ghettizzando chi diverge), a compiacerli in ossequio al potere che essi esercitano. Le donne – ahinoi – sanno anche essere le più feroci custodi delle tradizioni di violenza e sopraffazione che hanno subito e che altre subiscono. Il cammino è ancora lungo, e impervio, ma se ascoltano e coltivano il proprio sé femminile, donne, uomini, persone non binarie ce la possono fare. Noi («noi, dolce parola», così Anna Banti) ce la possiamo fare.

La congiura del silenzio ha colpito – è bene ricordarlo – anche uomini: è raro, per esempio, che il grande Primo Levi sia ricordato per la propria produzione fantascientifica, che pure risulta assolutamente complementare alla scrittura concentrazionaria, e che per altro gli era cara: una produzione ispirata da ironia e disincanto, di sorprendente modernità nella sua attenzione all’ecologia e alla salvaguardia del pianeta, scritta in anni nei quali trionfava la science fiction proiettata alla conquista dello spazio e al progresso dell’umanità.

Quella fantascienza «massimalista» (la definizione è di Franco Ricciardiello), espressione di una visione dell’universo propria della cultura maschile (nonché occidentale, bianca ed eterosessuale), ha fatto il suo tempo. È tempo di tornare a casa, tempo di guardare al pianeta nel quale il genere umano ha avuto origine e si è evoluto (se in questo pianeta vuole vivere il proprio futuro), tempo di prendersi cura della Terra. E questo può avvenire soltanto grazie alla cultura femminile, nella sua specificità. Le donne sanno creare e custodire, forti di una tradizione orale che sul piano intellettuale è stata denigrata e marginalizzata, incompresa e delegittimata, una tradizione che non confluisce ora in un nuovo cahier de doléance, ma che è oggetto di «rivendicazione» (parola chiave suggerita da Nicoletta Vallorani) orgogliosa e consapevole. Il modello maschile (condiviso anche da donne) di aggressività e prepotenza, dominio e oppressione, ci perderà, è evidente; il modello femminile (condiviso anche da uomini) di ascolto e cura, lenta quotidianità e piccoli gesti, ci salverà, forse. Le donne sanno prendersi cura, in silenzio e con umiltà, perché comprendono la molteplicità delle vite, siano umane, animali, vegetali (non dimenticando, con i nativi d’America, che dio dorme nella pietra); sanno nutrire, perché possono essere madri (ma nella maternità non hanno il proprio compimento); sanno che nessuna, nessuno si salva da solo, perché tante volte lo hanno agito e sperimentato (e, a differenza degli uomini, non lo dimenticano).

Un nuovo, necessario, savoir-vivre cosmico non può che essere fondato sulla «rivoluzione gentile» della tenerezza (parola desueta e un poco imbarazzante, ripudiata in un presente attento all’immagine sociale e al valore economico), come sostiene la filosofa Isabella Guanzini; o ancora sui «consigli per un futuro amico» dell’attivista per la pace Alex Langer, che invitava a uno stile di vita «lentius, profundius, suavius» per realizzare la conversione ecologica necessaria all’esistenza del pianeta e degli esseri umani. Le donne, per cultura, ne sono capaci, e anche gli uomini, quando dismettono il machismo.

Claudia Corso Marcucci, Verso l’infinito… e ritorno (2022) (https://www.instagram.com/aetnensis/)

Nel corso del tempo, la fantascienza delle donne si è evoluta, anche nelle sue protagoniste: è stato necessario partire da Jirel, la signora guerriera di Joiry creata da Catherine Moore, che «mai aveva chiamato “signore” un uomo»; passare attraverso Ruth e Althea Parsons, «le donne che gli uomini non vedono» di Alice Sheldon, che lasciando la Terra non hanno nulla da perdere e tutto da guadagnare; per arrivare infine alla grande anziana Ippolita, la Regina di fiori ava di Romina Braggion, ruvida ma consapevole apicultrice che grazie al proprio sapere millenario, al farsi maestra rigorosa e lungimirante, al prendere congedo quando è tempo, con altre come lei salverà la Terra dalla catastrofe ambientale, prodotta dallo spirito di rapina e consumo che connota la cultura dominante.

La cura del pianeta è anche la priorità del movimento Solarpunk (fondato in Italia da Franco Ricciardello, Romina Braggion, Silvia Treves, Giulia Abbate), che «immagina un futuro migliore e costruisce strategie operative per renderlo possibile», che rappresenta lo sviluppo originale e innovativo della science fiction di maggiore interesse, e non solo. Conoscere il passato (perché il tempo non passa invano), leggere il presente (rendendo fertile e viva la memoria), progettare il futuro (per gli esseri umani che verranno): questo è anche il compito primo della storia, quella storia (come insegna il grande Marc Bloch, fucilato nel 1944 per la libertà d’Europa) che è costruita dalle masse, di uomini e donne and others, che con i loro piccoli gesti quotidianamente la scrivono, in ogni parte del mondo.

In ogni parte del mondo, del quale è urgente tutelare la biodiversità, che attraversa anche le lingue (assistiamo con sgomento al predominio delle grandi lingue, che pone a rischio di estinzione migliaia di lingue native e dunque di altrettante visioni del mondo) e le culture. È questa la finalità del progetto Future Fiction, tradotto in collana editoriale da Francesco Verso, che promuove autrici e autori che, non scrivendo in inglese, si vedono relegati ai margini della conversazione globale: un paradosso – scrive Verso in un recente contributo su apex-magazine.com del 7 dicembre 2021 – «per un genere pionieristico e d’avanguardia come la science fiction la cui fonte d’ispirazione dovrebbe essere proprio la continua espansione ed esplorazione di nuovi orizzonti».

Qualità e mercato raramente si danno insieme, ma la fantascienza può fare eccezione. «Che tu sia o non sia un credente, che tu sia o no un “patriota”, se ti è concessa una scelta non lasciarti sedurre dall’interesse materiale e intellettuale, ma scegli entro il campo che può rendere meno doloroso e meno pericoloso l’itinerario dei tuoi compagni e dei tuoi posteri» ammoniva Primo Levi nel 1986, nell’ultimo, profetico dei suoi scritti, Covare il cobra, riecheggiando un altro grande, Charlie Chaplin, che nel 1940 affermava: «Noi tutti dovremmo aiutarci sempre. – dalla memorabile sequenza finale de Il grande dittatore, quattro minuti in primo piano, guardando dritto negli occhi chi guarda a sua volta – Gli esseri umani sono fatti così. Vogliamo vivere della felicità reciproca, non odiarci e disprezzarci. In questo mondo c’è posto per tutti, la natura è ricca, è sufficiente per tutti, la vita può essere felice e magnifica, ma noi lo abbiamo dimenticato».

Fantascienza, un genere (femminile) dona la possibilità di non dimenticarlo.

In copertina. Gino Andrea Carosini, Madre Terra (2022).

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Articolo di Laura Coci

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Fino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Dopo aver insegnato letteratura italiana e storia nei licei, è ora presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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