L’incubo della prova costume

Se non odiassi le armi vi direi che oggi, come a ogni inizio estate, quando sento parlare di “prova costume” (circa 23.100.000 risultati su Google) vorrei metter mano alla pistola.
Se in passato gli abiti, gli ornamenti, i gioielli determinavano l’identificazione sociale, il gruppo di appartenenza, la classe di ogni individuo, dalla fine del XX secolo è il corpo nudo ed esposto ad acquistare un potere maggiore di ogni rivestimento: lì si costruiscono le norme estetiche condivise, cui è molto difficile sottrarsi.

Come ottenere un corpo da bikini.

L’imperativo ripetuto e compulsivo si traduce in ansia ansia ansia: dieta, depilazione, creme, massaggi… il corpo scoperto diventa bersaglio di un impietoso sguardo autocritico, il tempo lieto della vacanza in spiaggia si trasforma nell’incubo di innumerevoli occhi puntati su cuscinetti e smagliature e chissà quant’altro. Avere la cellulite è un dramma, mostrare le rughe è imperdonabile. Essere sovrappeso non è una caratteristica come un’altra, ma una colpa.
Non più solo truccare o indossare, ma levigare, rassodare, ammorbidire, aspirare, spianare, rimpolpare, asciugare, rimodellare. Bisogna costruirsi un seno più voluminoso, un sedere più alto, un girovita più sottile, gambe più toniche, labbra più turgide, zigomi più pronunciati, capelli più lucenti, ciglia più lunghe, sopracciglia più corte, palpebre più lisce, nasino alla francese; bisogna eliminare ogni accenno di pancia, ogni larva di pelo, ogni fantasma di ruga. Sono previste infiltrazioni di collagene sulla pianta del piede per potersi permettere calzature dai tacchi vertiginosi, scomodissime ma sexissime.

Come un esame, peggio di un esame è il confronto tra il corpo reale e quello agognato. Inchiodate a un’ossessiva, eterna manutenzione che alimenta industrie sofisticate, ci è difficile viverci pienamente e accettarci serenamente. Soffriamo una rincorsa infinita tra reale e impossibile.

Essere belle (della bellezza standard imposta dalle mode) è un dovere sociale. La figura della donna “riuscita” si associa su ogni rotocalco e in ogni show all’immagine perfetta, fotoritoccata, che ne dimostra la realizzazione.

Se la matrigna di Biancaneve domanda allo specchio «chi è la più bella del reame?», insieme alla conferma della propria bellezza chiede di più: vuol essere rassicurata sul fatto di aver ancora accesso alle condizioni di privilegio che essa apre, a forme di potere inaccessibili per le persone insignificanti, brutte, vecchie. Non dimentichiamo che l’iconografia occidentale – eloquente il Ritratto di vecchia di Giorgione – rappresenta la vecchiaia come una donna devastata, curva, incanutita, avvizzita, sfiorita. Un uomo anziano appare deciso, autorevole, serio; una donna anziana è soltanto vecchia, e se mostra la propria età scoprendo il corpo è giudicata quasi oscena.

Se le adulte sono innaturalmente bloccate, le bambine sono precocemente erotizzate, addestrate fin da piccole a recitare una femminilità seduttiva. Effetto Lolita, dice la pubblicità. Portano il bikini col reggiseno a tre anni.

Tutte siamo ridotte a segni multipli, seriali, fungibili. Il nostro corpo è sempre per-altro/per-altri, mai per sé. Ancora una volta le donne si calano compiacenti nei panni che altri hanno loro cucito addosso. Ancora una volta si fanno complici della prospettiva maschile, con questo rendendo più difficile la critica. Schiave radiose, scrive Lea Melandri.

Numerosi ragazzi e uomini da sempre amano dire alle ragazze che cos’è e che cosa non è attraente, e lo fanno sia in privato sia in pubblico. È un enorme esercizio di potere. Basta essere maschi per conseguire il diritto implicito di esaminare e valutare i corpi altrui. Lo slut shaming distrugge con un click.

A far da contesto e retroterra oggi si aggiungono il pensiero unico dell’economia e lo strapotere del marketing; lo sfruttamento soft dei corpi fa da carburante per il consumo, ossessivo strumento di richiamo, scorciatoia magica per la felicità: dalla pubblicità all’industria, dalla cosmetica alla chirurgia estetica, dalla moda al circo delle diete, degli integratori e del fitness, tutto impone dall’esterno un modello forzato che ricatta le insicurezze umane con mete irraggiungibili. Se ancora non siete pronte per la prova costume ci pensiamo noi.
Un giro d’affari miliardario prospera su queste ossessioni, fa da sedativo potente: una popolazione di maniaci tranquilli è manipolabile.

Alla base di tanti, ricchi e articolati settori di attività vi è la pressione a consolidare l’idea che il corpo femminile, nel modo in cui è, sia inadeguato e dunque vada riplasmato, modificato e messo a norma per adattarlo a una triade imperativa: giovinezza-bellezza-salute. Non potendo più pronunciare l’incorrect “Va a fare la calzetta”, la società in questi tempi emancipati continua a dire “Il tuo valore coincide con la desiderabilità del tuo corpo”: spia di una concezione così profondamente radicata da non essere più nemmeno vista.

La nostra civiltà sembra esaltare la fisicità e la sessualità: in realtà le svilisce, scambiandole con i loro simulacri. La messa in mostra non libera i corpi, anzi li riporta al vecchio ruolo di oggetti. L’accrescersi di pari opportunità non ha infranto la barriera dell’asimmetria.

Women in media, 2015: i personaggi femminili in tv hanno più del doppio delle probabilità di quelli maschili di indossare abiti sexy. I personaggi femminili hanno più del doppio delle probabilità di quelli maschili di essere magri. I personaggi femminili hanno più del doppio delle probabilità di quelli maschili di essere parzialmente o totalmente nudi.

Tutto questo rischia di privare di significato i rilevanti spostamenti simbolici che i femminismi han prodotto nella modernità. Rende difficile concepire un’idea di libertà che non sia ridotta alla libertà di vendere e comprare.

***

Articolo di Graziella Priulla

Già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.

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