Editoriale. Roma bruciava

Carissime lettrici e carissimi lettori

Eccoci alle Feriae Augusti, le ferie legate al nome dell’imperatore romano nel mese a lui interamente dedicato. È il Ferragosto nostrano, ormai dimentico delle sue origini laiche e ancestrali, della tradizione dei Consualia dedicati alle celebrazioni in onore del dio Conso per la fine dei raccolti. Alla tradizione latina e alle ferie dell’imperatore, istituite nel 18 d.C., si è inserito il segno della chiesa che ha voluto imprimere a questa festività un proprio significato con la festa dedicata alla assunzione della Vergine Maria in cielo e istituendola come precetto.

Oggi però, fondamentalmente, è giudicata come una vacanza laica, un po’ da ammucchiata, da folla di città traferita nei luoghi montani, lacustri o marini spesso giocoforza, con le fabbriche che chiudono solo ad agosto, così come i negozi e buona parte degli uffici. 

Un’estate bollente questa che stiamo vivendo, rovente. Con i Palazzi del Potere di nuovo andati in fibrillazione, come l’estate di tre anni fa. Questa volta, però, non c’entrano le spiagge e il mojito celebrato in un Papeete di qualsiasi riviera, non si tratta di una crisi governativa risolvibile, ma si è aperta una crisi che ci porterà alle urne, praticamente durante la stessa stagione in cui è nata, visto che ci vedrà a votare un autunno iniziato appena da due giorni. Così la campagna elettorale viaggia, diciamo, da ombrellone a ombrellone, di sentiero in sentiero e ci tartassa dalle pagine dei giornali e dai talk televisivi che di solito scomparivano con il solleone, e puntualmente trasforma i leoni e le leonesse da tastiera in politologi e politologhe d’esperienza. Sui social, pieni delle chiacchiere quotidiane su accadimenti, accordi, disaccordi, alleanze, dietro-front e immancabili pronostici su vincitori/trici e vinti/e. 

Purtroppo la politica, almeno quella nostrana, è dichiaratamente di stampo maschilista, questo lo sapevamo. E come avevamo annunciato, sulla scia degli appelli fatti da tante associazioni femminili, bisogna vigilare sull’andamento di questa campagna elettorale e sulle elezioni perché venga rispettata la parità di genere. 

Puntualmente sono arrivati in proposito i primi incidenti. «La campagna elettorale mostra i muscoli, ma quelli tossici del maschilismo» scrive un giornale. Due donne, ambedue in politica da anni, protestano, anche se a distanza su social diversi, di essere considerate solo delle «Lady mogli di» e fanno seguire il nome del loro rispettivo coniuge, anche lui in politica, ma mai riconoscibile come il «marito di», ne siamo sicure! Eppure, entrambe hanno alle spalle anni di militanza politica (24 anni una e 16 anni l’altra). Non sono delle novelline arrivate grazie ai propri maschi di riferimento affettivo, che non lo sono di certo per la loro carriera di donne. Ambedue si sono ritrovate a combattere insieme non nello stesso partito, ma «contro il sistema e la cultura sessista». «Siamo politiche, non mogli, su di noi un’ondata di putrido fango» scrivono praticamente entrambe. In proposito, tra tante voci di solidarietà alle due candidate, è intervenuta anche Michela Murgia e su un social ha scritto: «Solo un Paese misogino e sessista si aspetta che quando diventi la moglie di qualcuno tu smetta di essere una persona e diventi una funzione del tuo partner». Tanto è.

Era d’estate, forse faceva anche molto caldo a Roma. E sempre a Roma capitale dell’Impero, caput mundi, nacque l’implicito intento di un cambiamento politico. Un altro imperatore, nato come Lucio Domizio Enobarbo, ma conosciuto dalla Storia come Nerone (Anzio, 37 d.C. Roma, 68 d.C.) ebbe un’idea che metterà caparbiamente in pratica.

Nerone darà fuoco a Roma. Lo ricordiamo con la lira in mano, nelle macchiette sarcastiche sul potere, rese magistralmente note da Petrolini nei suoi famosi monologhi (ripresi poi da Gigi Proietti). Ma il principe che regnò su Roma quattordici anni, dal 54 alla sua morte (si fece uccidere da un suo servo) guardava verso Troia che bruciava. E volle ripeterlo per la sua città che intendeva rendere architettonicamente migliore. 

Cosa meglio che mettere in ballo una storia inventata con dei colpevoli come capri espiatori? Una di quelle cose che noi oggi chiamiamo fake news? Secondo il racconto di alcuni storici dell’epoca, come ad esempio Svetonio, l’imperatore Nerone avrebbe deciso di far appiccare lui stesso il fuoco a buona parte della città. Sembra che solo quattro quartieri, dei quattordici che componevano Roma a quell’epoca, siano rimasti non toccati dalle fiamme. Per il resto l’incendio fu distruttivo. 

«Nerone avrebbe fatto divampare le fiamme perché disgustato dalla bruttezza dalla decadenza e, in certi casi, addirittura dallo squallore di certe zone di Roma antica. Le voleva ricostruire, fare più belle e probabilmente voleva passare alla storia come colui che aveva impresso il proprio marchio sulla ricostruzione di Roma dopo un incendio e quindi fece appiccare il fuoco». E qui interviene la manipolazione politica. Così Nerone per difendersi si inventò una fake news: ad appiccare l’incendio erano stati i cristiani.  «In quel momento – scrive in un commento lo scrittore Stefano Massini -, nel 64 d.C., i cristiani erano a Roma poco più che una setta che comunque stava appena cominciando ad avere una sua rilevanza anche numerica dentro Roma antica. Dunque cosa di meglio che dare la colpa a questa popolazione assolutamente minoritaria con un culto mediorientale lontano da quello appunto degli dèi Pagani di Roma? Chi più di loro poteva facilmente essere additato come il responsabile di un attacco ai Pagani, alla cultura pagana e a tutto quello che rappresentava? Nerone – dice ancora Massini – si fece venire in mente questa possibilità, attaccare i cristiani, renderli responsabili, massacrarli. Cosicché molti, perché furono molti quelli che furono giustiziati nelle forme più varie e sanguinarie, morirono per una fake news, per nascondere una diretta responsabilità addirittura dell’imperatore stesso!»  

Raccontiamo invece, in questi giorni leggeri e disimpegnati di festa, una storia bella. Quella di Renata Carlon, 85 anni, di Mestre, madre di 4 figli, nonna di 4 nipoti, ma soprattutto ottavo dan di aikido, un’arte marziale giapponese praticata sia a mani nude sia con le armi bianche tradizionali. Si può dire, dalle stesse sue parole, che Renata Carlon sia sempre stata capace di difendersi: «Non ho mai subito aggressioni. Ho viaggiato tanto, ma sono sempre stata rispettata. Io non ho paura, sono serena. La gente lo percepisce. Deve essere qualcosa che emana questa disciplina». 

Il marito, Vassilj Grandi faceva judo. I figli Nicola e Alberto sono campioni europei di questa disciplina. Negli anni ‘60, con il boom delle arti marziali, Renata conosce alcuni maestri di aikido e decide di prendere una propria strada, diversa da quella del marito. «Nel Judo – dice in un’intervista – c’era la competizione, nell’aikido non c’è mai stata…La componente filosofica è prevalente. Devi creare cultura del corpo e della pratica. Se fai una tecnica senza passione ed emozione, non serve a niente. La prima regola è conoscere sé stessi, e la conoscenza di sé dura tutta la vita. Ogni passo che fai devi sapere perché l’hai fatto. Poi si passa alla conoscenza degli altri, ma se non conosci te stesso non vai da nessuna parte. È un allenamento della mente, da praticare costantemente».

E certo per praticare questo sport ci dice che non si ha necessariamente bisogno di essere alti e avere le braccia e le gambe lunghe: «Io ne butto a terra tre o quattro insieme. A volte mi sono trovata davanti uomini alti due metri, prendevo loro la mano, facevo leva e gridavano di dolore finché non li liberavo». Renata, che ha gestito per quaranta anni a Mestre un dojo, continua: «Sono stata in Giappone due volte. Ero la prima donna insegnante che metteva piede in un dojo giapponese. Nell’89 andai la prima volta, ci tornai nel 1991. Il mio maestro è stato Yoshi Kasaki, allievo diretto di Thoei, il caposcuola dell’aikido. Ma io ho sempre cercato di fare un percorso che affiancasse evoluzione fisica e mentale. È lo studio della filosofia di questa pratica, che fa la differenza…Bisogna sempre essere rispettosi dell’altro – incalza – Se sai solo fare a botte, l’aikido non è la tua casa. Fare arti marziali non vuol dire picchiare gli altri. (La Repubblica). 

Ma quella della nonna veneziana di Terraferma (come viene chiamata Mestre dagli stessi abitanti della Serenissima) non è certo l’unica storia del genere. In India c’è una signora molto audace che vuole insegnare alle ragazze a difendersi. Si chiama Meenakshi Amma, ha quasi 75 anni, vive nella municipalità di Vadakara e da più di un anno è diventata una star del web. Un video, pubblicato sul profilo Facebook India Arisinig, la mostra mentre combatte con un giovane, ed è evidente che non gliela dà per vinta! Meenakshi pratica fin da giovane età la Kalaripayattu – l’arte marziale più antica conosciuta fino ad ora e sviluppatasi nell’India del sud – ed oggi insegna a donne e bambini come difendersi in tempi così oscuri. «Le persone mi chiedono in continuazione come faccia ad essere così forte e in salute alla mia età – racconta ai giornalisti della Bbc – Credo che se ho ancora così tanto potere, energia, forza interiore e resistenza è perché pratico la Kalari fin da bambina». Tra le sue allieve molte ragazze: «Ora sento di poter andare ovunque e dico la mia quando mi pare», afferma con fierezza un’alunna e questo davvero non è da poco. «Quando le donne imparano questa arte marziale, si sentono fisicamente e mentalmente forti e questo le rende sicure di lavorare e viaggiare da sole», conclude l’incredibile matriarca.

Per finire, vorrei ricordare e dedicare le poesie di oggi alla grande attrice Piera Degli Esposti che ci ha lasciato proprio un anno fa, alla vigilia di Ferragosto (il 14 agosto 2021). Devo a lei e alla sua amicizia, ai suoi consigli appassionati e di alta cultura, questa abituale momento finale di Bellezza. Straordinaria nel suo teatro d’avanguardia e “consolatorio”, secondo una sua definizione. Meravigliosa nel suo cinema (indimenticabile il monologo dell’Ora di religione di Marco Bellocchio del 2002 e nel Divo, di Paolo Sorrentino dove impersona la segretaria di Giulio Andreotti), frizzante e audace quanto innovativa nelle fiction televisive, da Tutti pazzi per amore, a Una grande famiglia a l’indimenticabile Delitti del BarLume, dove magistralmente recita la parte di una falsa psichiatra, alla serie dedicata a L’ultima de’ Medici, in cui rappresenta, in abiti contemporanei, la grande Maria Luisa De’ Medici, ideatrice del Patto di Famiglia per cui Firenze è rimasta nella sua grandezza di città d’arte. Piera ha lavorato con le più belle firme dello spettacolo italiano e avere la sua amicizia, la corrispondenza della sua particolare, profonda cultura (mai ammessa da lei) mi onora e me la rende indimenticabile, per questo, non solo come artista.  

Dedico a Piera due poesie. Una è di Herman Hesse, che mi ricorda lei, pur non essendo la stessa (Tienimi la mano) che le portai durante i primi giorni di ricovero, e che gli e le infermiere le dedicarono per farla leggere dal fratello Franco il giorno del nostro ultimo saluto a lei al Campidoglio. Poi segue una poesia straordinaria della poeta americana Emily Dickinson che Piera amava profondamente e che spesso leggeva, anche tra persone intime, in casa, la sua bellissima, luminosa casa. Mi auguro vi piacciano entrambe e che portiate anche voi con loro la bellezza di questa grande artista bolognese che ha dato all’arte e alla bellezza la sua esistenza, la sua positività, la sua forza che la faceva quasi invincibile. 

Canzone di viaggio

Sole, brilla adesso dentro al cuore,
vento, porta via da me fatiche e cure!
Gioia più profonda non conosco sulla terra,
che l’essere per via nell’ampia vastità

Verso la pianura inizio il mio cammino,
sole mi fiammeggi, acqua mi rinfreschi;
per sentire la vita della nostra terra
apro tutti i sensi in festa.

Mi mostrerà ogni giorno nuovo,
fratelli nuovi e nuovi amici,
finché senza dolore ogni forza loderò,
e di ogni stella sarò ospite e amico.

(Herman Hesse)

Come se il mare separandosi

Come se il mare separandosi
svelasse un altro mare,
questo un altro, e i tre
solo un presagio fossero

d’un infinito di mari
non visitati da rive –
il mare stesso al mare fosse riva-
questo è l’Eternità. 

(Emily Dickinson)

Buon Ferragosto e buona lettura a tutte e a tutti

Presentiamo gli articoli di questo numero agostano, che, come sempre, cerca di dare visibilità alle donne, cominciando da Bucura Dumbravă, la donna di Calendaria, romanziera rumena di origine ungherese, promotrice culturale, escursionista e teosofa. Di donne che si sono cimentate nelle escursioni, nell’alpinismo e nell’arrampicata tratta anche Dove volano le aquile. Montagne al femminile che ci racconta le imprese e i forti pregiudizi nei confronti delle donne appassionate di montagna. Babe Didrikson-Zaharias: la polivalenza sportiva in persona ci presenta una sportiva a tutto tondo. Di una giornalista di guerra emancipazionista e del suon viaggio in Scandinavia racconta l’articolo Stefania Türr, il nord come avventura, un’altra puntata della Serie Viaggiatrici del Grande Nord.  Fantascientista e femminista. Claudia Corso Marcucci ci avvicina a un’illustratrice che ha scelto il Solar Punk e la fantascienza. Le protagoniste delle sue opere sono tutte donne, per una ferma presa di posizione dell’autrice, che le rappresenta in modo non stereotipato.
Agosto è tempo di viaggi e i nostri consigli turistici oggi sono per Ragusa Ibla e i suoi giardini con molte intitolazioni alle donne. Ne scrive l’autrice di Itinerario presso i Giardini Iblei mentre una gita di due giorni con l’aereo a Venezia è l’esperienza originale descritta in Volo su Venezia. La Dea madre e altri tesori di Pèrfugas e dintorni ci porta in una Sardegna insolita, nella zona di Anglona, ricca di scoperte straordinarie e uniche, sia in ambito naturalistico sia in ambito artistico e archeologico. Sulle vie di Prato. Virginia Frosini, filantropa è l’itinerario nella città toscana che ci farà conoscere la fondatrice dell’Istituto Santa Rita.
Le recensioni di questo numero riguardano la mostra Fotografe! Dagli archivi Alinari a oggi ospitata presso la Villa Bardini e il Forte del Belvedere, a Firenze, dal 18 giugno al 2 ottobre e il libro di Gabriella Maramieri Storia (quasi vera) della più grande scrittrice del mondo! – sottotitolo Il blog di Giulia, nell’articolo Una lettura divertente per adolescenti senza pregiudizi. Domino. Una nuova rivista di geopolitica recensisce la nuova avventura editoriale di Enrico Mentana e Dario Fabbri, che si occupa soprattutto di guerra. «La guerra, oltre ad essere una tragedia, è sempre stata soprattutto nemica delle donne: oltre al dolore della perdita dell’amato o dei figli chiamati al fronte, la loro stessa incolumità è a rischio perché potrebbero diventare bottino di guerra del nemico e finire sue schiave». Questa verità, mai abbastanza ribadita, è contenuta nel Report La violenza sessuale nei conflitti bellici, che porta il titolo del Convegno che si è tenuto il 19 luglio in Senato e che è da leggere con grande attenzione.
Per finire in bellezza, Il pane russo è come sempre l’occasione di scoprire, accanto a una ricetta, un racconto che ci resterà nel cuore. Buone letture a tutte e tutti
SM

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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