Il giallo è donna

Dal 20 al 25 agosto scorso si è svolta con grande successo a Senigallia l’undicesima edizione del festival dedicato al noir e al giallo civile, dal titolo Ventimila righe sotto i mari in Giallo, curato da Paolo Mirti e organizzato dal comune in collaborazione con la Fondazione Rosellini per la letteratura popolare. Fra i relatori e le relatrici ha avuto ampio spazio Gabriella Genisi, che ha presentato il suo nuovo romanzo con Lolita Lobosco, mentre Patrizia Rinaldi ha portato al festival il suo Blanca e le niñas viejas. Una interessante intervista di Annarita Briganti sulla rivista Robinson (20 agosto) ha trattato l’argomento insieme a Rosa Teruzzi, creatrice della fortunata serie “I delitti del casello” arrivata al settimo volume.

Rosa Teruzzi

Uno dei temi più dibattuti è stato proprio il giallo al femminile, sia in relazione alle protagoniste, delineate pure da scrittori (ad esempio Grazia Negro, nata dalla fantasia di Carlo Lucarelli, o Mina Settembre e Sara Morozzi, nei romanzi di Maurizio de Giovanni), sia in relazione alle autrici, sempre più presenti nel panorama editoriale italiano, e non solo. Ma perché questo interesse? Una risposta condivisibile quella di Teruzzi: perché da sempre le maggiori appassionate di gialli sono le donne, lettrici “forti”; inoltre il giallo è un genere affascinante, «è una cartina di tornasole, racconta la realtà, a proposito di giallo civile. Il giallo è il nuovo romanzo sociale. Da un lato ci sono i crimini, dall’altro la vita delle protagoniste». Aggiunge poi che chi investiga, poliziotta o comune cittadina un po’ curiosa, non è una wonder woman; si tratta piuttosto di «madri, nonne, che fanno un altro lavoro. Devono conciliare carriera e vita privata, affrontare un amore burrascoso, crescere i figli. Blanca, ipovedente, nei libri di Patrizia Rinaldi, ci insegna a superare il concetto di limite». Anche la serialità è importante perché si viene a creare una identificazione con lettrici e lettori, una familiarità che accompagna nel tempo, persino per lunghi anni.

Alicia Gimenez-Bartlett

Viene subito in mente Petra Delicado, nata dalla penna di Alicia Gimenez-Bartlett nell’ormai lontano 1996. Alla inevitabile domanda sulle qualità del giallo perfetto, Teruzzi risponde che è indispensabile una trama avvincente, con «un mistero, un segreto da scoprire, non necessariamente un delitto.[…] Un altro segreto per me è il cattivo, che nei miei libri è a volte uomo, a volte donna. L’importante è che abbia una motivazione comprensibile». Quando la scrittrice afferma che, per difendersi dalla violenza della società di cui le donne sono spesso vittime, occorre realizzarsi, togliersi «di dosso l’abito che gli altri ci hanno imposto», «fare le cose che ci piacciono», ha senz’altro ragione e questo ci porta al tema centrale del romanzo che vogliamo presentare: Le streghe bruciano al rogo di Maria Letizia Grossi.

Le vittime, o potenziali tali, qui sono donne che hanno cercato di affermarsi in vari campi: nell’imprenditoria, nella recitazione, nella scrittura, ma proprio i loro successi e la loro indipendenza si scontrano con la mentalità maschilista, violenta, prevaricatrice di un solitario vendicatore, su cui ovviamente non si può dire altro. Commenta alla fine della vicenda uno psichiatra che i folli, i malati di mente, nei casi di femminicidio, sono pochissimi; si tratta piuttosto di uomini possessivi, con una visione distorta dei rapporti di coppia, che non accettano l’intraprendenza delle loro compagne o il loro desiderio di autonomia e di libertà; l’incapacità di intendere e di volere per loro sarebbe un comodo alibi per sfuggire alla giustizia. Le moderne streghe per questi individui non volano con la scopa né creano intrugli magici, ma meritano ugualmente una morte atroce: il rogo che purifica e vendica tutta la categoria maschile.

Maria Letizia Grossi

Il romanzo di Grossi è il secondo di una nuova serie il cui esordio è piaciuto parecchio grazie al passa parola (L’ordine imperfetto, del 2018) e ciò non meraviglia perché l’autrice, laureata in Storia medievale ed ex insegnante, scrive bene, e con ciò intendo una scrittura fluida, descrizioni brevi ma puntuali, dialoghi vivaci, punteggiatura appropriata, utilizzo calzante di forme vernacolari toscane, quando ci si trova in ambiente fiorentino, e di dialetto irpino quando l’azione si sposta nel Sud. In più sa dosare abilmente l’ironia per cui il romanzo, pur essendo un giallo, arrivo a dire che diverte, appassiona, scorre con leggerezza senza indulgere su violenza o dettagli macabri. La trama è coerente, la storia non presenta fastidiose lungaggini, la soluzione plausibile; anche il ritratto della protagonista è venato di disincanto e muove al sorriso: alta, forte, robusta come una colonna, «con un pennacchio di capelli rossi che le si agitavano un po’ scomposti sulla fronte, come sul copricapo da alta uniforme dei carabinieri. Era indubbiamente, abbondantemente bella». Una boss, una capa, un’ottima profiler la cui fama ha largamente superato i confini della Toscana. È l’ormai mitica commissaria Valeria Bardi, cinquantenne psicologa di origini irpine. Il tutto declinato al femminile, senza incertezze, anche per la sua valida sottoposta, l’ispettrice Lanfranco, e per qualsiasi altra professionista o comune lavoratrice si incontri.

Si tratta di poliziotte preparate, che hanno avuto quanto spetta loro grazie ai meriti, alla serietà, all’intuito, ma anche alle capacità di mediazione, a un certo garbo, a una sensibilità che le porta un passo avanti rispetto ai pur bravi colleghi. Sono “donne”, appunto, con pregi e difetti, alle prese con affari di cuore, con la gestione di figlie complicate, con un sano appetito e la risposta impietosa della bilancia, con la voglia di godersi la vita.
Mentre la vicenda si dipana e si trovano collegamenti pur fra situazioni e luoghi lontani, ma con comuni minacciosi rimandi a streghe e roghi, l’azione si sposta nel Sud dove la neoscrittrice in pericolo cerca tregua e sostegno fra persone particolarmente care e, dopo un nuovo atto violento, altre indagini si indirizzano a un oscuro passato. A questo proposito un elemento del romanzo che mi ha colpito consiste nei riferimenti letterari, non pedanti ma scaturiti in maniera spontanea dalla narrazione o dai dialoghi; la co-protagonista, e non è un caso, di cognome si chiama Ortesi e coltiva cardi per farvi svolazzare i cardellini (chiaro rimando al romanzo Il cardillo addolorato di Anna Maria Ortese, del 1993); si cita un meraviglioso sonetto del Petrarca e un suo prezioso manoscritto riemerge dall’oblio dei secoli, si ricordano versi di Dante e una frase di Pavese, ci fa cenno, senza molto apprezzamento a dire il vero, alla Spigolatrice di Sapri.
E pure a Fedro e ad alcuni versi di canzoni celebri. Ma tornando all’indagine, osserviamo il metodo messo in atto da Bardi e dai suoi stretti collaboratori, come il fido Manuele: il loro è un lavoro di squadra, armonioso, senza sopraffazioni, rispettoso delle intuizioni e delle ricerche altrui; non si usano le maniere forti, non ci sono fenomeni, non ci sono super-donne o super-uomini, ma persone che fanno con il massimo impegno un lavoro utile, importante, di investigazione, che si intensifica per lottare contro il tempo e salvare una vita, arrivando pure a rintracciare un personaggio sorprendente, riemerso dal passato.

Valutando le condizioni mentali del colpevole, che fa discorsi deliranti e non appare minimamente pentito, lo psichiatra forense, come dicevamo, afferma che «la percentuale di soggetti patologici tra questi assassini di donne è molto più bassa di quanto noi psichiatri preferiremmo, come preferireste anche voi investigatori e tutta l’opinione pubblica».
Alla delusione dell’ispettore Manuele, preoccupato perché tanto altri uomini continueranno ad annientare le compagne a loro giudizio troppo autonome e ribelli, Bardi replica saggiamente che «l’importante è tenere sempre la scopa a portata di mano. Non per svolazzare intorno al noce, ma per fare pulizie. A casa nostra, nella città dove lavoriamo e, se capita, pure in trasferta. Hai visto, anche Eva ha fatto la spazzina, è un lavoro necessario…».
Eppure Eva, donna di grande coraggio, era stata ritenuta a suo tempo una strega, vivendo in una società arcaica nei pressi di quel celebre noce di Benevento dove si svolgevano misteriosi riti, secondo la leggenda a cui qualcuno vuole assurdamente credere. Speriamo comunque che le donne, anche se non hanno una Beretta32 e un distintivo―riflette in conclusione la commissaria―sappiano difendersi, «abbiano addosso pure loro qualche arma segreta, qualche risorsa di riserva. Qualche potere da ipnotizzatrici. Qualche scopa svolazzante. Qualche lampada pesante. Una forza che le faccia rialzare dal suolo. Ce l’hanno, è sicuro, devono solo rendersene conto. E in tante lo fanno».

***

Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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