Il mare italiano e la guerra. Il settembre di Limes

Mentre mi accingo a presentare l’ultimo numero di Limes, «la Guerra Grande» è arrivata, come scrive Tomaso Montanari in un tweet del 3 ottobre scorso, «dove la follia malvagia di Putin e l’irresponsabilità del bellicismo atlantico minacciavano di condurla dall’inizio: in un vicolo cieco nucleare». Alla guerra e al mare in tempo di guerra è dedicato il numero di settembre di Limes, ma lo stato d’animo con cui provo a commentarlo è fortemente segnato dalla situazione pericolosissima in cui tutte e tutti ci troviamo, di fronte a cui i temi affrontati dalla rivista sembrano perdere la loro importanza. I saggi che lo compongono sono stati approfonditi con gli autori, le autrici e altri ospiti in occasione delle Giornate del Mare che si sono svolte a Trieste il 18 e 19 settembre scorsi. Per le tematiche squisitamente militari rinvio quindi ai numerosi video che il canale youtube di Limes ha postato in rete.
L’Italia, secondo Lucio Caracciolo, è una potenza marittima a insaputa dei suoi governanti e nel bell’editoriale, dal titolo Sapore di sale, ci spiega perché, cominciando da una frase di Richelieu, che sembra scritta oggi: «Le lacrime dei nostri sovrani hanno il gusto salato del mare che vollero ignorare». La legge del mare, che il direttore di Limes indica come «contraddizione in termini» (sappiamo quanta poca importanza la geopolitica riservi al diritto) definisce mare territoriale la fascia di 12 miglia nautiche disegnata dal profilo delle nostre coste.
Da tempo si è fatta strada una nuova espressione nel campo dei rapporti marittimi internazionali, la Zona economica esclusiva (Zee) estendibile fino a 200 miglia, autorizzata piuttosto tardi, rispetto a quanto hanno fatto altri Paesi, dal nostro Parlamento. La geopolitica definisce italiano «il mare dal quale dipende la salute dell’Italia: il Medioceano, versione aggiornata del Mediterraneo».
La versione del mare come «bene comune» (chissà che cosa pensa Caracciolo della teoria dei beni comuni della prima Premio Nobel per l’Economia Elinor Ostrom), in tempi di guerra non vale più e in mare vige la «regola del sei», secondo cui i mari si disputano in tutte le dimensioni: marittima, subacquea, terrestre, aerea, spaziale, ciberspaziale.

L’editoriale è come sempre ricco di riferimenti storici e geopolitici che nutrono la nostra conoscenza e ci fornisce strumenti di analisi importanti per comprendere le intenzioni delle tre superpotenze che si stanno disputando il controllo del mondo: Usa, Cina e Russia.
L’idea di fondo è quella di fare dell’Italia una talassocrazia, di ridare alla Marina Militare l’importanza che merita e di agire secondo il principio dell’interoperabilità delle nostre Forze armate. Nell’editoriale si invoca la pace mentre si spinge al riarmo e a una collocazione del nostro Paese nella guerra per mare che ci faccia essere interlocutori credibili, con una serie di argomentazioni e riferimenti che meritano di essere letti con attenzione.
Come sempre, quando ci si avvicina con lo sguardo dell’operatrice di pace (che è poi lo sguardo della nostra bistrattata Costituzione) e di genere a questioni che riguardano la guerra e le nostre forze militari, si devono fare i conti con un forte senso di estraneità, quello stesso di cui scrive Virginia Woolf in Le tre ghinee, senso di estraneità che si accompagna all’assurdità dell’idea di fare la pace con l’invio delle armi e senza ricorrere alla diplomazia o alle organizzazioni internazionali, in aperto contrasto con l’articolo 11 della nostra Costituzione. Ma conoscere gli interessi e le forze in campo di questi tempi è indispensabile e in questa operazione Limes ci fornisce le lenti più adatte.
In questo mio contributo mi soffermerò sugli articoli che mi hanno particolarmente colpita, cambiando un po’ il modo in cui di solito recensisco Limes.

L’articolo più bello, a parer mio, che potrebbe essere usato per una lezione di Geostoria a scuola, è quello di Laura Canali, Anatomia del Mar Mediterraneo, da cui si evince la grande competenza della artista e cartografa di Limes, che ci accompagna in un viaggio lungo tutta la sua estensione. «Il mare nostrum – scrive Canali – ha un solo collegamento con il mare aperto, lo Stretto di Gibilterra. È dunque un mare quasi chiuso, ma con un’importantissima funzione di passaggio: crocevia tra oceani, da sempre strategico per i commerci e per la geopolitica mondiale, solcato ogni giorno da navi militari, commerciali e da turismo sia privato sia pubblico.
Sotto il livello del mare, le sue acque sono attraversate da sottomarini – alcuni a propulsione nucleare – di vari Stati. Nel suo fondale sono ancorati moltissimi cavi Internet di cruciale importanza a livello globale. Due gli snodi fondamentali delle nervature della Rete: Sicilia ed Egitto». Malta è lo Stato meno «mediterraneo» di tutti. E citando Simenon, Canali riporta questa frase, tratta da Il Mediterraneo in barca: «Oggi, nel bel mezzo del Mediterraneo, c’è un’isola dove si parla una lingua che non affonda le radici nelle sue coste, dove si gioca a giochi sconosciuti che si chiamano golf e bridge, e dove si mangia scatolame venuto dal Nord».
Tanto altro ci racconta Canali in questo saggio prezioso, scritto in modo molto chiaro. Anche Olimpia Ferrara, altra penna femminile di questo numero, in Il mare indispensabile, ma non scontato dimostra come in questa fase storica il Mediterraneo sia diventato un bacino vitale e come l’Italia sia un’eccellenza nel trasporto ro-ro (Le navi Roll-on/roll-off (chiamate anche Roro o ro-ro) sono un tipo di traghetto, progettato per trasportare carichi su ruote come automobili, autocarri oppure vagoni ferroviari n.d.r.). Altre due penne femminili, Francesca Biondo e Anna Arianna Buonfanti, firmano articoli interessanti sul Mediterraneo.

Come riportato all’inizio, la guerra tra Russia e Ucraina è connotata da un’escalation pericolosissima, soprattutto dopo i due sabotaggi a Nord Stream 1 e 2 e la minaccia dell’uso delle cosiddette «armi nucleari tattiche» da parte di Putin, che ne possiede 2000, sempre più nemico di quell’Occidente, che non ha esitato a schierarsi con l’Ucraina.
Di Russia tratta il saggio di Orietta Moscatelli e Mauro De Bonis, Lo stallo russo e il senso di Putin per il mare. Secondo gli ultimi sondaggi «Se il presidente Putin annunciasse domani un nuovo attacco su Kiev, sei russi su dieci approverebbero e altrettanti appoggerebbero la fine delle operazioni militari e la firma di un accordo di pace. Il paradosso emerge da un sondaggio pubblicato il 9 agosto (Kommersant)».
La situazione bellica e le dinamiche interne alla Russia sono però in fase di stallo, nonostante la mobilitazione di 300mila riservisti ordinata da Putin e la cerimonia con cui la Russia si è annessa 4 regioni dell’Ucraina giustificandola con uno scontro di civiltà con l’Occidente «satanico e neocolonialista». La parola chiave che può definire questa situazione è suggerita da un consigliere del Cremlino: neopredelënnost’, che significa indeterminatezza, fattore potenzialmente destabilizzante sia per l’opinione pubblica sia per il sistema di potere.
Tra i giovani quasi quattro su 10 sono «inclini a non sostenere» la campagna ucraina. «I sentimenti anti-occidentali, su cui punta molto la propaganda del regime, influenzano davvero buona parte della popolazione», ricordano De Bonis e Moscatelli, che aggiungono: «Putin ha più volte pubblicamente espresso la certezza che i russi sapranno stringere cinghia e denti ancora una volta. In attesa della prova dei fatti distribuisce sussidi a destra e manca, grazie ai super dividendi che lo Stato incassa dalle vendite di gas a prezzi stellari. A fine agosto sono stati introdotti versamenti mensili per chi è arrivato dal Donbas da fine di febbraio e non è registrato come profugo».

Tutta da leggere la descrizione degli atteggiamenti verso la guerra degli apparati che supportano Putin, articolati ma compatti e le motivazioni alla base dei nuovi programmi di scuola che addestrano i giovani allo spirito patriottico, il cui obiettivo «è quello di preservare il popolo russo, preparandolo a un futuro di contrapposizione con l’Occidente allargato, anche in termini bellici».
La seconda parte del saggio è dedicata al rapporto tra la Russia e il mare. «La scenografia è quella di un Mar Mediterraneo in subbuglio. Attori protagonisti, Federazione Russa e Nato a guida americana. Comprimari, l’Unione Europea e i suoi membri con più di un interesse nel bacino nostrano, oltre ai tanti paesi africani e mediorientali che vi si affacciano. Il copione lo sta scrivendo la guerra in Ucraina, con finale tutto da immaginare. Il soggetto è l’estensione del conflitto nelle calde acque del mare nostrum».
L’articolo dei due consiglieri di Limes fornisce una serie di informazioni importanti che ci piacerebbe fossero divulgate all’opinione pubblica dai nostri media, spesso digiuni di nozioni di geopolitica. La dottrina marittima di Putin è articolata e complessa e si rinvia all’articolo per una sua dettagliata illustrazione.
Astuta la mossa di Putin con il Sudan e ancor più con l’Algeria: convincere le autorità algerine a concedere alla flotta russa la base navale già sovietica di Mers-El-Kébir. I legami della Russia con il partner che il Governo italiano si è scelto per fare a meno del gas di Putin sono molteplici: da quello energetico, via collaborazione sul gas tra il colosso russo Gazprom e l’algerina Sonatrach a quello militare. L’Algeria dipende dalle forniture militari russe, sia per l’equipaggiamento, (ne importa l’81% del totale), sia per le armi. Ne è il terzo importatore globale dopo India e Cina.

Due articoli approfondiscono i rapporti tra Algeria e Italia, L’Europa alla canna del gas rafforza Algeri e Quanto è affidabile il gas algerino? (ricordando la lungimirante e coraggiosa politica energetica di Enrico Mattei sia con il Paese Nordafricano che con l’Unione Sovietica) e tra Algeria e Paesi dell’Unione Europea.
La Norvegia, i produttori di gas naturale liquefatto (Qatar, Stati Uniti, Nigeria fra gli altri), l’Algeria (che produce anche gnl), l’Azerbaigian e, marginalmente, la Libia, stanno acquisendo, con gli attuali sviluppi della guerra tra Russia e Ucraina via Nato, un’importanza fondamentale.
L’Italia ha scelto di rivolgersi all’Algeria, Stato che si candida a diventare il sostituto della Russia nella fornitura di gas ai Paesi dell’Ue, mentre intrattiene rapporti con Russia e Cina, che potrebbero diventare strutturali in caso di ingresso nei Brics. La Cina considera i Brics «uno strumento importante per la propria proiezione estera e per insidiare il ruolo del G7», scrive Francesco Anghelone, l’autore del saggio.
L’Algeria è infatti il 10° produttore al mondo di gas naturale e il 16° di petrolio, con tre gasdotti che l’uniscono all’Europa. Ma quello che Lucio Caracciolo ha definito Stato-caserma è fortemente instabile politicamente (alle ultime elezioni ha votato il 23% della popolazione) e deve risolvere sia le sue questioni con Marocco e Spagna, sia spinosi problemi interni, ed è uno dei Paesi con il più alto tasso di corruzione percepita.

«L’importanza dei cavi sottomarini è ancora sconosciuta al grosso delle persone» afferma Alan Mauldin, Research Director di Telegeography, centro di ricerca statunitense sulle telecomunicazioni. «Cellulari e tablet», dispositivi ubiqui attraverso cui Internet è ormai in gran parte fruito, «inducono la gente a credere che il segnale dati viaggi unicamente via etere: antenne, satelliti.
Non si realizza che questi flussi corrono soprattutto via cavo». I cavi veicolano oltre il 95% delle trasmissioni mondiali di voce e dati. La loro estensione è di più di 1,2 milioni di chilometri (in crescita), molti dei quali sottacqua. I mari sono le principali autostrade della nostra modernità e il Mediterraneo vi ha un ruolo fondamentale.
Di questo e di molto altro tratta il saggio Un mare di dati di Paul Cochrane, che merita di essere letto, sia per le informazioni che riporta, sia per le implicazioni del capitalismo di sorveglianza (fortunata espressione coniata dalla sociologa statunitense Shoshana Zuboff).
Come scrive il giornalista: «I cavi in fibra ottica non sono immediatamente visibili al pari di altre infrastrutture critiche, come gasdotti, oleodotti, linee ad alta tensione. Si palesano solo nei loro terminali terrestri, quando emergono dal mare. Per il resto corrono sui fondali marini e oceanici, o sottoterra […]. Un cavo sottomarino in fibra ottica, composto di centinaia di cavi multistrato intrecciati e incapsulati in una guaina isolante, è sorprendentemente esiguo: ha il diametro della corolla di una rosa da giardino ma trasmette segnali su lunghissime distanze a 210 mila chilometri al secondo, circa il 60% della velocità della luce. Al suo interno le informazioni viaggiano in filamenti trasparenti di plastica o vetro (le fibre ottiche) poco più spessi di un capello umano».
Per la sicurezza dei cavi è centrale la collocazione geografica dell’Egitto. Come ha rivelato nel 2013, coi programmi Tempora e Prism, Edward Snowden, cui il 26 settembre Putin ha concesso la cittadinanza russa, non esiste normativa internazionale che impedisca lo sfruttamento dei cavi sottomarini a fini spionistici. Tempora «è una tecnica per accedere ai cavi sottomarini, il secondo (Prism) un metodo di violazione dei server mediante l’«ascolto» dei cavi che connettono due o più data centers.
L’attività di intercettazione avviene in mare aperto con apposite apparecchiature, come quelle che equipaggiano il sommergibile USS Jimmy Carter (assurto agli onori delle cronache grazie a Snowden), o presso i terminali terrestri». Oltre ai Five Eyes (Australia, Usa, Gran Bretagna, Nuova Zelanda, Canada, che abbiamo imparato a conoscere leggendo Limes), svolgono la loro attività di spionaggio anche i 9 Eyes che comprendono, oltre ai Five Eyes Danimarca, Francia, Paesi Bassi e Norvegia e i 14 Eyes, che annoverano anche Belgio, Germania, Italia, Spagna e Svezia.
L’interesse strategico dei «cinque occhi» per l’industria dei cavi sottomarini si ispira al concetto militare statunitense del «full spectrum dominance». Coniata nel 1997, l’espressione indica «l’effetto cumulativo del dominio aereo, terrestre, marittimo, dello spazio cosmico e dell’informazione, incluso il ciberspazio, il quale permette di condurre operazioni congiunte in assenza di opposizione efficace e interferenze proibitive».

Quanto sia importante il Mediterraneo per la geopolitica dei mari è evidente. Interessantissimo l’articolo di Daniele Santoro, I Balcani sono una bomba a orologeria. I Balcani occidentali, «il ventre molle dell’impero europeo dell’America e la porta d’accesso privilegiata al Vecchio Continente dei rivali della superpotenza», sono la zona del Pianeta a cui i nostri Governanti dovrebbero prestare attenzione, per gli appetiti e le influenze di Russia, Cina e Turchia (dalla cui lingua deriva la denominazione di Balcani, da Balcan, Montagna).
In particolare in Serbia la Cina non si è limitata agli investimenti in infrastrutture, che hanno caratterizzato la sua espansione nel mondo, ma ha potenziato la digitalizzazione (grazie a Huawei) e operato una penetrazione culturale strategica. «A breve Belgrado ospiterà il più grande centro di cultura cinese della regione, edificato simbolicamente dove sorgeva l’ambasciata bombardata «per errore» dagli americani nel 1999 e immaginato da Pechino come il nodo centrale della rete di Istituti Confucio disseminati nelle capitali balcaniche.
Network alimentato dal sempre più consistente flusso di turisti cinesi e dalle partnership formali e informali strette dalla Repubblica Popolare con organi mediatici (tv e radio), istituzioni culturali, università e organizzazioni della società civile. Così come dalla crescente penetrazione militare, testimoniata dalla spettacolare consegna di una partita di missili terra-aria Hq-22 alla Serbia a inizio aprile». I due epicentri di questa bomba a orologeria sono la Bosnia- Erzegovina e il Kosovo e l’articolo di Santoro, con un lungo excursus storico, mette in guardia sui pericoli per l’Italia dei conflitti in quest’area.

Vorrei chiudere questo articolo con le parole di Laura Canali. Lo sguardo della cartografa di Limes è diverso da quello degli altri autori e autrici che scrivono su questo numero autunnale. È sguardo d’artista e le fa concludere così il suo tributo d’amore al mare nostrum: «La natura strategica odierna del Mar Mediterraneo ha snaturato il senso d’insieme che lo connotava.
Proprio partendo da Malta che puntava i cannoni inglesi in ogni direzione, si è fatta largo ed è penetrata l’incomprensione tra Stati rivieraschi, creando l’impressione che quelli della riva Nord appartenessero a una logica vincente e a un’economia nettamente superiore rispetto ai paesi del Sud.
Oggi in Europa si percepisce e si vive la frontiera con l’Africa come se ci dividesse da un altro mondo, da respingere nella sua interezza. Purtroppo è persa nella notte dei tempi la memoria di quando il circolo del Mediterraneo era foriero di artisti, filosofi, pensatori e inventori che hanno donato al mondo le basi del vivere civile». L’illustrazione della bella copertina di Laura Canali può essere ascoltata a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=lqzP1SKouYU.

***

Articolo di Sara Marsico

Ama definirsi un’escursionista con la e minuscola e una Camminatrice con la c maiuscola. Docente per passione da poco in pensione, è stata presidente dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano e referente di Toponomastica femminile nella sua scuola. Scrive di donne, Costituzione e cammini.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...