Educazione alla cittadinanza europea in ottica di genere. Parte quinta

La violenza maschile sulle donne è un fenomeno di lunghissima durata, che affonda le radici nella struttura patriarcale delle società, si intreccia con le gerarchie di genere, è radicato nella cultura e collegato ai ruoli e ai modelli sessuali: una certa violenza e forza sono considerati appartenenti al modello maschile; la violenza di genere è trasversale a tutte le classi sociali e a tutti i gruppi etnici; si manifesta in molte forme e declinazioni: violenza sessuale, stupro, stupro coniugale, umiliazioni, violenza psicologica, percosse, ricatto economico, segregazione, limitazione della libertà personale, stupri di guerra, violenza ostetrica (che si manifesta in un certo sadismo nei confronti delle donne che vanno a partorire in ospedale), femminicidio; si tratta di una violenza sottratta alle statistiche, fatta eccezione, per forza di cose, per il femminicidio e poco visibile per molte ragioni.

In primo luogo perché poche donne denunciano le violenze che subiscono; in secondo luogo perché spesso le donne stesse non sono consapevoli che quello che subiscono sia violenza; in terzo luogo per la paura che hanno di avere delle ritorsioni e per l’incertezza del futuro dopo una eventuale denuncia; in quarto luogo per quel senso del sacrificio inculcato dall’educazione, secondo cui le donne sarebbero tenute a sopportare tutto in nome del mantenimento dell’unità della famiglia; infine per il senso del disonore legato alla violenza subita, per cui la donna stuprata sarebbe disonorata ed emarginata socialmente. Anche in occasione degli stupri della prima guerra mondiale, nonostante parroci e sindaci avessero testimoniato la loro natura di eventi di massa, pochissime donne hanno denunciato. Denunciare il proprio violentatore difficilmente significa, per una donna, avere giustizia, mentre il rischio di trasformarsi da vittima a imputata è altissimo. Con queste premesse si è aperta la prima relazione del quinto incontro del corso Educazione alla cittadinanza europea in ottica di genere, dal titolo La violenza di genere, che si è tenuto il 4 novembre scorso ed è stato, come sempre, magistralmente introdotto da Elisabetta Serafini.

La prima relatrice, Nadia Filippini, socia fondatrice della Società italiana delle storiche, già docente di Storia delle donne all’Università Ca’ Foscari di Venezia, scrittrice e componente del Direttivo, della redazione della rivista della società delle Storiche Genesis e del Comitato scientifico che cura la collana Storia delle donne e di genere per la casa editrice Viella, ha parlato di un aspetto particolare e diffusissimo relativo alla violenza di genere, la cosiddetta “vittimizzazione secondaria”, espressione cui si intendono quelle forme di violenza determinate in vari modi e contesti, ma soprattutto durante la fase inquirente e processuale quando la donna sporga denuncia o si rivolga alla polizia: un insieme di atti che fanno diventare vittima una seconda volta la donna denunciante, trasformandola da vittima a imputata. Ci sono altri aspetti della vittimizzazione secondaria prodotti nell’ambito dei media, che veicolano una comunicazione che trasforma ancora una volta la donna da vittima a imputata. La docente, autrice, tra gli altri, del libro Generare, partorire, nascere. Dal mondo antico alla provetta, ha messo a fuoco la relazione tra queste forme di violenza e quella che è chiamata «la cultura dello stupro» o «la cultura solidale dello stupro». Per cultura solidale dello stupro si intende quello che ha ben definito colei che ha coniato questa espressione, Susan Brownmiller, in Against our will: Men, Women, and Rape, nel 1975: quella cultura che si trova diffusa tra la gente e nei mass media e che tende a minimizzare lo stupro e gli atti di violenza, rappresentandoli in modo attenuativo, in maniera subdola, spesso con l’uso del linguaggio: da una parte con l’“eufemizzazione”( nei casi di stupro ad esempio si parla di una bravata, di una ragazzata, di uno scherzo finito male, di una vicenda non voluta, dovuta a eccesso di alcol), dall’altro con l’“evitamento linguistico”, parlando di violenza tout court senza mai aggiungere l’aggettivo “maschile” contro le donne. Anche nelle immagini scelte dai media il focus è spesso sulla vittima, mentre il soggetto maschile è sfocato, come è stato ben messo in evidenza dagli studi di Laura Schettini e Simona Feci, da ultimo nel libro La violenza contro le donne nella storia. Contesti, linguaggi, politiche del diritto.

Questa cultura solidale dello stupro trova una cristallizzazione proprio nei codici civile e penale, che rappresentano «l’architrave fondante delle dissimetrie di genere» (come li ha definiti Simonetta Soldani), almeno fino agli anni Settanta. Filippini ricorda che il codice civile stabiliva che il marito era il capo della famiglia e che per secoli è esistita una norma di derivazione del diritto romano che era lo ius corrigendi, norma antichissima che ha attraversato i secoli, che attribuiva al marito il diritto di correggere, anche con punizioni corporali, il comportamento non solo dei figli ma anche della moglie, ius corrigendi che è stato in vigore fino al 1956. Nel codice penale erano puniti solo gli eccessi del maltrattamento, non il maltrattamento in sé, attraverso il reato di «abuso dei mezzi di correzione», il che implicitamente riconosceva un normale uso dei mezzi di correzione. Il codice penale del 1930 definiva la violenza carnale un diritto contro la moralità pubblica e il buon costume, non contro la persona. La conseguenza di questo in termini di procedura penale era la non procedibilità d’ufficio, ma solo a querela di parte, querela che spettava alla vittima e che l’avrebbe sottoposta a minacce e intimidazioni da parte dei suoi aggressori. Un’altra distinzione era quella tra la violenza carnale e gli atti di libidine violenta, che nel processo era tesa ad accertare se ci fosse stata o meno penetrazione. Questo apriva la strada a indagini poco piacevoli nel procedimento giudiziario. Inoltre era molto ben presente fino agli anni Ottanta anche nelle sentenze dei Tribunali l’idea antichissima della vis grata puellae, espressione che si deve a Ovidio, secondo cui le donne avrebbero inconsciamente desiderato e desidererebbero essere prese con la forza o con una certa dose di violenza.
Nella seconda parte del suo intervento Filippini ha raccontato una pagina importante del femminismo degli anni ’70: la reazione del movimento femminista contro la vittimizzazione secondaria in un processo celebrato a Verona nel 1976, che ha rappresentato la prima presa di posizione femminista contro questa forma di violenza mascherata. Pur avendo avuto enorme eco internazionale e nazionale, a un certo punto le tracce di questo processo si sono perse. La vicenda è stata ripresa e riportata alla luce nel libro di Filippini, Mai più sole.

La seconda relatrice dell’incontro è stata Barbara Kenny, esperta di politiche di genere, con una forte competenza nel campo della comunicazione, docente al Master di studi di genere dell’Università di Roma Tre e della Fondazione Brodolini, tra le fondatrici della Libreria delle donne di Roma e tra le curatrici del Festival In-quiete di scrittrici di Roma. L’aspetto interessante della sua relazione sta nell’avere illustrato «i dieci punti sulla violenza maschile contro le donne», che sono stati particolarmente apprezzati dalle e dagli insegnanti presenti, che hanno chiesto di poterli utilizzare nelle classi. Per questo motivo mi piace riportarli integralmente in questo articolo, come utile ed efficace supporto didattico a lezioni sulla violenza di genere.

Il primo dei dieci punti è costituito dalla definizione della violenza degli uomini contro le donne che si legge nella Piattaforma di Pechino del 1995, l’importantissimo documento programmatico, che bisognerebbe riprendere a studiare nelle scuole, come si fece nei primi anni dalla sua approvazione, che rappresenta il culmine dell’esperienza delle Conferenze delle donne, in cui si sono riunite donne provenienti dalla ricerca, dai movimenti, dalle Ong e dalle istituzioni, tra queste Linda Laura Sabbatini e Hillary Clinton. La Carta di Pechino è il documento su cui si basa l’indice europeo di parità che viene stilato da Eige, l’Agenzia europea per l’uguaglianza di genere, che registra come avanzano o arretrano i Paesi europei in tema di parità tra uomini e donne (si veda quanto sta accadendo ai diritti delle donne oggi in Polonia e Ungheria). Secondo la Carta di Pechino «la violenza contro le donne è una manifestazione dei rapporti di forza storicamente inuguali tra gli uomini e le donne, che hanno condotto alla dominazione sulle donne e alla discriminazione da parte degli uomini e costituisce un ostacolo al pieno progresso delle donne». La violenza quindi non è «il gesto violento», ma è uno strumento col quale si agisce e si mantiene il potere, una manifestazione dei rapporti di forza per mantenere il potere e lo status quo del patriarcato.

Il secondo punto, Un fenomeno diffuso, fa riferimento a un’indagine dell’Istat, guidata da Linda Laura Sabbatini, relativa al quinquennio 2014-2019, La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia, secondo cui 6 milioni e 788 mila donne hanno subito qualche forma di violenza nella loro vita. La violenza sessuale è la più diffusa (21%), affiancata da quella fisica (20,2%) e dallo stalking (10,15). L’Onu dichiara che la violenza maschile contro le donne è una delle principali e più diffuse violazioni dei diritti umani. La rilevazione dei dati è importante, tra l’altro, per la messa in atto di politiche di contrasto e prevenzione del fenomeno, per spese pubbliche in aiuto delle donne maltrattate.

Il terzo punto della presentazione di Kenny si intitola Non solo violenza domestica. Secondo la definizione del Consiglio d’Europa, promotore della Convenzione di Instanbul, il documento politico più importante in materia di contrasto alla violenza contro le donne del 2011, ratificato dall’Italia nel 2013, che obbliga i Paesi ad essere monitorati da un organismo che si chiama Grevio e a dover rispondere a una serie di misure, costituiscono violenza maschile contro le donne «Tutti gli atti di violenza nei confronti del genere femminile che si traducono, o possono tradursi, in lesioni o sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche verso le donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica che nella vita privata». La classificazione della violenza della Convenzione di Istanbul individua la violenza fisica, la violenza sessuale, la violenza psicologica, la violenza economica, lo stalking, le molestie. A queste forme di violenza la relatrice ha aggiunto la violenza finanziaria e la violenza digitale e si è soffermata su queste due forme di violenza che discendono dai cambiamenti intervenuti nelle nostre società. La violenza economica è quell’insieme di comportamenti che privano le donne del controllo sulle risorse economiche. Esempi di questa violenza sono, nel caso di donne lavoratrici, stipendi che vengono versati su conti che le donne non controllano, nel caso di donne che non lavorano, la mancanza totale di informazioni su quante siano le risorse economiche di cui la famiglia dispone e il dover chiedere al compagno violento i soldi puntuali per ogni singola spesa, dovendo spesso sottostare all’arbitrio di approvazione di quella spesa. È violenza economica anche stabilire, da parte dell’uomo, quanti sono i soldi che la donna deve spendere ogni giorno e chiedere conti e scontrini, facendole perdere la capacità di organizzare le risorse economiche, problema che si ripresenta poi nei percorsi di fuoriuscita dalle situazioni violente. Esempi di violenza finanziaria sono l’imposizione con violenza, coercizione o manipolazione, della firma di cambiali, l’intestazione di società che fanno bancarotta o accumulano grandi debiti, la privazione di beni provenienti dall’eredità di famiglia della donna o che provengono da un patrimonio familiare pregresso. Su queste forme di violenza ci sono ancora pochissimi dati, quindi mancano quasi completamente anche gli strumenti di contrasto, mentre su quella economica sono stati individuati da tempo strumenti interessanti, come la settimana di prevenzione della violenza economica organizzata da un Comitato della Banca d’Italia. Venendo alla violenza digitale la relatrice ha ricordato la violenza che viene agita attraverso strumenti digitali, come il controllo del cellulare della donna, o la app inserita dal compagno sullo smartphone per controllare i movimenti della compagna, e la violenza online, che consiste in comportamenti persecutori, discorso d’odio, furto dell’identità, condivisione su piattaforme pubbliche di foto e chat private.

Il quarto punto sulla violenza contro le donne è stato illustrato dalla slide dal titolo volutamente provocatorio Cielo, mio marito e ha evidenziato che la forma più diffusa di violenza maschile è agita in famiglia, contro mogli, fidanzate, compagne, amanti, amiche, figlie, che gli uomini violenti spesso dicono di amare. Per perpetuarsi la violenza, che non riguarda solo la coppia, ma è una questione sociale, coinvolge figlie e figli, chiama in causa colleghi/e, amici/he, chiamati al silenzio e alla complicità, oltre a medici e mediche conniventi. La commistione tra violenza e amore e l’interdipendenza della donna in rapporti segnati dalla violenza sono il frutto di un’educazione stereotipata che porta alla cosiddetta normalizzazione della violenza. Un esempio efficace riportato da Kenny è quello che, quando durante un gioco un bambino picchia una bambina, spesso la bambina si sente dire che è perché lei gli piace, interpretando un gesto di violenza come un gesto di adulazione. Questo normalizza la violenza fin dall’infanzia e per moltissime donne la violenza viene considerata normale all’interno di una relazione d’amore.

Il quinto punto è che la violenza non è mai un gesto isolato, ma consiste in una serie di azioni diverse ma caratterizzate da uno scopo comune: il dominio e il controllo da parte di un partner sull’altro.

Il sesto punto è che i femminicidi sono solo la punta dell’iceberg: un uomo che uccide una donna l’ha prima maltrattata, ricattata e abusata, spesso per molti anni. Spesso il primo schiaffo si manifesta in gravidanza e il passo successivo è quello di chiedere alla donna di non lavorare per curare il figlio, iniziando il percorso della violenza economica e dell’affermazione del controllo dell’uomo violento sulla donna. Il femminicidio non è che la parte più drammatica di un fenomeno molto più articolato e complesso, che spesso avviene in prossimità di una separazione.

Il settimo punto mette in evidenza che la violenza riguarda tutti: è trasversale a tutte le classi sociali, etnie, religioni. Non ci sono uomini buoni e uomini cattivi. Gli uomini violenti agiscono deliberatamente, non sono alcolizzati e non hanno disturbi mentali: solo il 10% ha problemi di dipendenze o patologie psichiche. Ci sono momenti della vita sociale che possono scatenare la violenza, ad esempio guerre e crisi. Ma ci sono possibilità di non rimanere incatenate in relazioni violente per le donne, tra cui in primis la presenza di una rete e l’indipendenza economica. Da uno studio dell’economista Francesca Bettìo, pubblicata su In-genere, emerge che, benché il lavoro sia un fattore di protezione dalla violenza domestica, il guadagnare più del compagno può essere un fattore di pericolo per una donna e spesso scatena comportamenti violenti. La correlazione tra parità e diminuzione della violenza è ormai assodata. Nelle società in cui Stato di diritto e Stato sociale sono forti, con un Welfare ben strutturato e una maggiore condivisione dei compiti tra uomini e donne la violenza diminuisce.

L’ottavo punto è: Non si esce da sole dalla violenza. Una relazione violenta è una relazione avviluppante, che lede fortemente l’autostima della vittima, uscirne da sole è difficile e richiede il sostegno di servizi dedicati e specializzati. Il lavoro svolto dai centri antiviolenza e delle associazioni di donne è prezioso.

Il nono punto è Avere un piano: intervenire contro la violenza significa avere un piano di azioni organiche: dall’educazione di genere nelle scuole, alla formazione delle e degli insegnanti, degli operatori e delle operatrici giudiziarie e sanitarie, delle forze dell’ordine, al riconoscimento dei centri antiviolenza come luoghi che hanno sviluppato ed elaborato un approccio di genere alla violenza, al sostegno economico alle donne che vogliono uscire da relazioni violente, a tempi certi per procedimenti e processi. Il tutto accompagnato da risorse finanziarie adeguate. Un buon esempio è quello della legge spagnola di protezione integrale contro la violenza di genere. Dalla Convenzione di Istanbul e dalle direttive europee deriva il piano triennale contro la violenza maschile sulle donne che non dipende dal Governo di turno ma che una volta redatto deve essere applicato dai Governi che si succedono. In merito alle politiche antiviolenza occorre comunque diffidare di quelli che la relatrice chiama “i falsi amici”, coloro che propongono politiche securitarie, come l’aumento delle pene per gli uomini violenti, che è risaputo non avere alcun effetto deterrente; o le politiche di mediazione familiare suggerite da Mara Carfagna quando era Ministra per le pari opportunità, che individuava nelle separazioni il problema della violenza e che puntava ad arrivare alla riconciliazione dei coniugi, o da ultimo le proposte Pillon sulla cosiddetta Pas, tutte misure tipiche di una visione patriarcale del fenomeno della violenza.

L’ultimo punto è intitolato Paghiamo tutti e riguarda i costi della violenza sulle donne. L’unica ricerca italiana ha stimato in circa 17 miliardi il costo della violenza domestica, includendo i costi diretti (salute, farmaci, giustizia, legali) e indiretti, legati alla mancata produttività e i costi sociali, infine i costi per gli investimenti per la prevenzione che ammontano a soli 6 milioni di euro (nel 2012). Al termine di questa interessante lezione si è svolto, come sempre, un dibattito vivace, che ha suggerito libri come Oliva Denaro di Viola Ardone, sulla vicenda di Franca Viola, Ragazze elettriche, romanzo distopico di Naomi Alderman edito da Nottetempo e il Graphic Novel Bastava chiedere della blogger, fumettista, ingegnera informatica francese Emma.
Una lezione bellissima che ha convinto ancora di più chi scrive della necessità di portare queste tematiche e queste riflessioni nelle classi.

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Articolo di Sara Marsico

Abilitata all’esercizio della professione forense dal 1990, è docente di discipline giuridiche ed economiche. Si è perfezionata per l’insegnamento delle relazioni e del diritto internazionale in modalità CLIL. È stata Presidente del Comitato Pertini per la difesa della Costituzione e dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano. I suoi interessi sono la Costituzione , la storia delle mafie, il linguaggio sessuato, i diritti delle donne. È appassionata di corsa e montagna.

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