Stoccolma. Dal regno delle fate alla moderna capitale

All’inizio del Novecento Stoccolma è l’unica grande città scandinava, capitale per secoli di un regno che ha dominato i mari del Nord e ha ricoperto un ruolo importante sul continente europeo; nessuna meraviglia, dunque, che eserciti sulle visitatrici italiane un grande fascino. 

I loro itinerari ripropongono un percorso turistico tradizionale, che ciascuna interpreta secondo il proprio sguardo attraverso osservazioni personali; nel 1898 Elisa Cappelli registra l’arrivo in treno da Uppsala attraverso una periferia su palafitte fra il lago Mälar e il Baltico, ma già nella descrizione di Savi Lopez (che, ricordiamo, non visita la città ma la osserva con gli occhi dei protagonisti del suo romanzo) è presente lo stereotipo della «Venezia del Nord» nella sua veste più romantica: canali d’acqua scintillante, giardini, ponti, case, isole ridenti. Il piccolo gruppo di visitatori si sposta in vaporetto tra realtà e ricordi della madrepatria: il Nørrebro ospita botteghe da ambo i lati «come su certi vecchi ponti che si trovano in Italia» e il Palazzo reale «riproduce nell’architettura quella di palazzo Pitti che si trova in Firenze». 

È però l’arrivo dal mare a proporre l’immagine più affascinante: «Il bastimento si ferma come spaventato da quella vista […] Poi va coraggiosamente ad affrontare quella barriera ridente di isolette varie e graziose […] coperte di boschi rigogliosi, si offrono alla vista tutte verdi, o rocciose, come un bel paesaggio alpestre, con collinette e piccole baie»; così scrive Giulia Kapp Salvini nell’agosto 1904. L’entusiasmo costringe a «un pranzo sfuriato e sempre interrotto» per correre sopraccoperta «a guardare, a fotografare, salutare e sventolare i fazzoletti», poiché la città «si presenta stupendamente, sul mare, dalla sua parte più bella, e c’è il vantaggio che si può sbarcare nel punto più centrale e più bello della città – come se a Milano escendo dalla stazione ci si trovasse in Piazza del Duomo». 

«È come vivere in sogno una vicenda di fantasia» afferma Anna Maria Speckel, l’ultima italiana a visitare Stoccolma nel 1934, proseguendo in una prosa tortuosa, ma ricca di immagini: «il viaggiatore […] ha veduto occhieggiare dall’oblò un cielo freddo scialbo e pieno di mistero. Sul ponte, l’aria frizzante […] non reca qui alcuna traccia di quella buona salsedine della brezza delle nostre spiagge che lascia sulle labbra il gusto del sale»; la vista propone «il capriccio della natura qui in gioco col tortuoso labirinto delle isole […] per decine di chilometri che proteggono la “Regina” dall’ira e dal corruccio del mare […] poetizzate dalla fantasia nordica col nome fiorito di “giardino degli scogli”, Skaargarden». Speckel si sforza di trovare un termine di paragone: «Venezia normanna? Costantinopoli boreale? Rio, assiderata dietro le isole della baia? Sidney brumosa dentro il suo golfo? Oppure una città d’argento, negli estuari del Giappone? […] In realtà desidero che […] sia Lei, soltanto Lei; con le attrattive e i difetti della sua personalità»; finché uno shock visivo la richiama dalle sue fantasie: «le banchine con i docks colossali, le grandi fabbriche moderne dai cento occhi e, sul lato opposto, i giardini e le ville signorili»; una volta a terra, dapprima non nasconde «una fitta di delusione» di fronte a «case simili a tutte le altre del Continente, strade senza carattere», per concludere infine che la città riunisce due estremi: «il dolce e l’amaro […] il sogno e la realtà» in un’«originale fisionomia» dove le pare di riconoscere «l’intima particolarità di questa gente».

Soltanto due delle viaggiatrici che visitano Stoccolma ne restituiscono un’immagine riduttiva: nel 1924 Stefania Türr la considera «una gran bella città, ma per carità non diciamo spropositi e non facciamo paragoni», afferma drasticamente; «Venezia nostra così divinamente bella, perdona a costoro che non sanno quello che dicono», conclude. Due anni dopo è Ester Lombardo a proclamare: «Stoccolma è piena di Gustavi e Adolfi. Dovunque una piazza piccola o grande slarghi le sue braccia o un gruppo d’alberi formi un luogo di riposo, s’erge la statua di un re benemerito d’una bella impresa il più delle volte militare». Dopo un esordio così sarcastico, tuttavia, riconosce alla città una qualche bellezza non meglio definita: «Non è la Venezia del Nord come non lo è Amsterdam […] ma è lo stesso una città originale e interessantissima composta da un breve arcipelago di isole e di isolotti alla Robinson Crosuè».

Una volta a terra, sono soprattutto le prime viaggiatrici ad ammirare la modernità: con l’ascensore pubblico di S.Caterina, raggiungono la città vecchia ed è Cappelli a descrivere «il panorama di Stockolma e dei dintorni vaghissimo: palazzi, ville e villini che si ergono su promontori contornati di verde, interrotti ogni tanto da lunghe distese di acque azzurre, purissime, sotto forma di laghi, fiumi e canali che da ogni parte s’incrociano»; è ancora lei a sottolineare le chiuse mobili all’entrata del Norrström, «una mirabile invenzione idraulica degli Svedesi, cultori appassionati per tutto ciò che si riferisce alla scienza e al progresso»; nel complesso Stoccolma «è città operosa, molto popolata, con larghe e lunghe strade di cui non si vede la fine, case altissime e grandi edifizî che elegantemente l’adornano». 

Anche la famiglia di Savi Lopez osserva l’operosità quotidiana nella «città in mezzo ai ponti […] una gran confusione di gente, poiché vi erano i mercati del grano e quello della carne. E sul lago […] venivano caricate e scaricate le navi numerosissime» attraverso un «laberinto di stradette, presso certe case di strana costruzione, con i tetti sporgenti sulle vie, le porte e le finestre adorne di sculture di legno». 

È invece lo sguardo di Speckel a delineare con più precisione le forme architettoniche, alla ricerca di una progettazione ideale: la capitale è «spezzata nelle isole e allacciata dai canali. Non fusa (come Venezia) ad unità spiritualizzata […] tutta a sovrapposizioni. Difficilissima da penetrare. Ma pur sempre armoniosa e signorile»; alcuni esempi di questi contrasti sono la Banca di Stato, l’Opera e il Palazzo reale «d’ispirazione tardo-rinascimentale italiana, realizzato nei colori del nord», simbolo della «personalità di Stoccolma», poiché, secondo la sua opinione, «le opere veramente originali son sempre un’intima confessione dei sentimenti più profondi di un individuo o di una razza». Quando lascia Stoccolma di notte Speckel consegna a chi legge un’ultima immagine sognante delle «banchine fiammeggianti da mille finestre […], collane di lampade come monili splendenti; bagliori di reclames a girandole […] luci riflesse nell’acqua, luci che vanno e vengono all’infinito, sul fluttuar dell’onde…».

Palazzo Reale di Stoccolma

Le viaggiatrici sono sorprese dalla vivacità della vita sociale svedese, che contrasta con lo stereotipo della freddezza attribuita al loro tempo ai popoli del Nord; Cappelli ricorda che una sera «non ci fu possibile rientrare a casa. L’animazione della gente per le strade, le mostre eleganti dei negozî irradiate dalla luce elettrica, ci attraevano. Perché ora le serate incominciavano ad allungare, e alle 21 gli spettacoli meravigliosi della luce diurna cedevano a quelli della luce artificiale. Era domenica, e tutto il popolo gaio festante, si riversava per le vie e le piazze, o lungo la riva del fiume, ad aspirare la brezza di quella tiepida serata». «La sera poi quella parte della città è un vero mare di luci elettriche, tanto è bella e ricca l’illuminazione», conferma Kapp con entusiasmo, mentre Savi Lopez definisce i lampioni «splendidi fiori di luce» nella scialba atmosfera del tramonto; dal vaporetto i ponti «sembravano strisce di luce, presso le rive illuminate, e sembrava di trovarsi in una di quelle città meravigliose dove dimorano le fate!». 

C’è animazione ovunque: «nelle piazze, nei giardini bellissimi e vasti, numerose orchestre incominciarono a sonare», riferisce Cappelli. Tutt’altro che diffidenti verso il cibo esotico, le viaggiatrici italiane apprezzano i ristoranti, eleganti e ben ambientati nello scenario cittadino: «In una terrazza gremita di tavole apparecchiate non mancavano i commensali, ed in una loggia a parte era l’orchestra che di tanto in tanto rallegrava quella moltitudine […] abbasso era un giardino vasto, splendido di verde e di fiori, e quivi veniva servito il caffè», così Cappelli che, grazie all’amica Ebba, scopre le case da tè, dove le signore possono riposare durante le loro passeggiate. Kapp rivela una passione per i «diversi grandiosi caffè che qui abbondano. Dappertutto c’è musica, dappertutto c’è gente, e tutta gente allegra, dall’aspetto gentile e simpatico». In un’occasione l’orchestra suona un motivo giapponese in «una vera frenesia d’appalusi»: infatti è in corso la guerra russo-giapponese e le simpatie del popolo svedese vanno decisamente ai Nipponici. La coppia Kapp visita caffè di ogni genere, dall’Hasselbakken, «il più bello ed aristocratico della città», fino allo «Stromparterre, che è il Caffè democratico» all’aperto, dove la clientela riceve le caratteristiche coperte rosse per proteggersi dal freddo. Lombardo, poco entusiasta della capitale svedese, non manca però di raccomandare il Den Gydene Frenden, «un sotterraneo illuminato con candele sospese al soffitto […] provvisto di tavole piccolissime e di altre strette e lunghe senza tovaglie. Vi si mangiano le specialità svedesi, ma se anche non vi si mangiasse nulla […] varrebbe sempre la pena di vedere questo luogo strano, che non è il solo del genere». 

Anche i negozi attirano le viaggiatrici: come nelle altre loro tappe, i Kapp si dedicano a vari acquisti, dai gioielli ai tessuti; Cappelli, da attenta osservatrice, nota che le vetrine rimangono aperte anche di notte, segno dell’onestà della popolazione; sottolinea il buon gusto nella raffinatezza della merce esposta; evidenzia infine la riservatezza: i panifici non espongono la merce, ma sono contraddistinti dalla semplice insegna di una ciambella. Speckel si limita a un giudizio d’insieme: nelle vie «liete e aperte», oltre i parchi «verdeggianti e ombrosi, negozi eleganti, grandi caffè si offrono all’ospite […] una civiltà assai raffinata, aristocratica, ricca di bellezza come un’opera d’arte».

La Stoccolma monumentale è oggetto di diverse visite. Cappelli apprezza la «posizione magnifica» del Palazzo reale, mentre Kapp lo considera «d’una semplicità sorprendente», con la sala del Parlamento «ridotta in assai cattivo stato»; più impressionante la Ryddarholm Kyrka, la chiesa dove sono sepolti i re e le più famose figure pubbliche di Svezia, con le pareti ornate non solo dalle insegne dei condottieri ma anche da bandiere e trofei strappati ai nemici vinti.

Da studiosa e insegnante, Cappelli visita biblioteche e musei; descrive l’ingegnoso sistema di illuminazione della Biblioteca reale, al Museo riconosce il dono di Vittorio Emanuele II, «una grande tavola d’oro e mosaico»; ogni edificio è circondato da parchi di un «verde carico, su cui l’occhio riposa, e anche il cuore». La stupiscono i cimiteri «come tanti giardini posti fuori della città, ma vicino ad essa, ove in qualunque ora del giorno si può accedere […] vidi come la gente sia solita andare a passeggiare là dentro in tutte le ore della giornata, portando fiori a’ cari estinti e fermandosi alquanto a pregare per essi in atteggiamento pietoso, ma senza posa, senza far mostra di dolore soverchiamente elegiaco».

Kapp sottolinea l’eleganza dei teatri; al Museo biologico la attrae «un immenso panorama, con paesaggio analogo, in parte dipinto, in parte reale, [che] contiene tutti gli animali, quadrupedi, anfibi e uccelli, che vivono sulla penisola scandinava, fino al Capo Nord»; paragona Djürgarden, il giardino zoologico, al Bois de Boulogne di Parigi o al Thiergarten di Berlino. 

Padiglione cinese di Drottingholm

Un’altra località visitata da alcune viaggiatrici è Drottingholm, la residenza reale fuori città, anch’essa in un «grande parco con giardini deliziosi […] ove è dolce sostare per inebriarsi nell’armonia dei canori uccelletti che in quel silenzio, ripieno di profumo e di verde, dan concerti divini»: così la descrive Cappelli; Kapp ne ammira l’eleganza, mentre Speckel intervisterà qui il principe Eugenio, il fratello artista del sovrano. 

Castello di Drottingholm

Due sole viaggiatrici visitano lo Stadthus, il Municipio inaugurato nel 1923, «pel quale lo svedese è pieno d’orgoglio», afferma Lombardo, sempre critica verso l’arte nordica: «Di fuori, con la torre d’ingresso, potrebbe sembrare una chiesa e se non avesse il solito miscuglio di stili che caratterizza le costruzioni moderne di questi paesi nordici, avrebbe più interesse. La sua mole però è impressionante». L’autrice prosegue con una descrizione dettagliata del cortile, utilizzato come sala da ballo, e della sala decorata dal principe Eugenio.

Lo Stadthaus, il Municipio

Nel salone dei banchetti «è raffigurata la Svezia in un donnone enorme la cui testa poggia sull’altissimo soffitto, in una mano tiene lo scettro, nell’altra la corona e in grembo raccoglie la città di Stoccolma[…] Tutte le altre allegorie sono puerili nel genere e nella figurazione. In una, ad esempio, sono raffigurati un uomo e una donna primitivi, naturalmente nudi, e con accanto un serpente. Sembrerebbero Adamo ed Eva, non saprei se prima o dopo il peccato originale e viceversa rappresentano l’acqua fresca e l’acqua salata. La donna è l’acqua fresca e l’uomo è l’acqua salata. Ma il serpente che ci sta a fare? Sarà lì per bere l’acqua fresca o quella salata? Questo non si capisce». L’autrice termina rivolgendosi direttamente a chi legge: «Vedete un po’ dove si va a cacciare il simbolo! Il salone è brutto, ma la guida che mi accompagna, un giovane dottore, ben due volte laureato e in via di prendere la terza laurea, intelligentissimo e poliglotta, ne decanta la bellezza in maniera tale che non è possibile fare un’osservazione». 

Interno della Sala d’oro del Palazzo Municipale

Diverso invece l’approccio di Speckel, che fa ricorso a paragoni con l’arte italiana e quella classica: «il palazzo gotico di Città ― lo Stadhus ― con lo sfarzo bizantino, nel suo maggior salone, dei mosaici che ricordano Ravenna; e l’architettura del portico sul mare, ripresa ingenuamente dal Palazzo Ducale di Venezia. Ecco la torre medievale alzata coi merli e le campane […] e, nell’interno, le gallerie, le sale e le scale, che gridano invece dai marmi, dagli specchi e dagli affreschi il più violento ‘novecento’. Ecco dalla terrazza, in una euritmica greca, le statue di Ehdl». Nel complesso, conclude, anche lo Stadhus ripropone quella collazione di stili che caratterizza tutta l’architettura cittadina.

Skansen, il museo all’aperto, è un’assoluta novità agli inizi del Novecento; Cappelli, Kapp e la famiglia di Savi Lopez ne ricavano impressioni simili: «[Skansen] si distingue da tutti gli altri i quali di solito trovansi in locali appositi, chiusi, offre il doppio piacere di poter osservare cose interessantissime in mezzo al verde smeraldico dei prati e a quello più cupo dei lunghi pini che ne profumano l’aria», afferma Cappelli, mentre Kapp lo definisce «una perfetta illustrazione in azione della Svezia e Norvegia». Cappelli descrive gli animali tipici della Scandinavia: «le renne, animali quadrupedi con tre ordini di corna, che nel Nord servono anche come cavalcatura […] in recinti chiusi erano gli orsi. Compreso l’orso bianco, il lupo, la volpe, le civette, le aquile». Skansen mostra le abitazioni delle varie province della Svezia e, all’interno, le stoviglie, i giocattoli, i dolciumi; dopo uno spettacolo di danze Kapp cerca perfino di descrivere la nickelarpa, strumento tipico del Nord. Il popolo Sami di Cappelli risponde agli stereotipi del tempo: «sono piccoli e brutti […] Vidi un Lappone fumare a pipa, una pipa ch’era più lunga di lui. I Lapponi sono per natura tristi e diffidenti, e non osammo rivolger loro la parola per timore di ricevere un mal garbo», mentre Kapp li definisce per errore Eschimesi. 

Se si esclude Cappelli, che viaggia con un’amica locale, è evidente la scarsità di rapporti fra le visitatrici e le persone del posto: soltanto Lombardo sembra avvertire la necessità di un incontro con i nativi, «perché vi dà la sensazione dell’orientamento spirituale, culturale, estetico d’un popolo», ma di fatto dialoga solo con la sua giovane guida. 

Elisa Cappelli e Giulia Kapp, insieme con la famiglia descritta da Savi Lopez, osservano Stoccolma con uno sguardo curioso e sorpreso: le loro descrizioni accurate restituiscono a chi legge l’idea di una città vivace e moderna, dove la popolazione svedese dal carattere mite ama divertirsi con discrezione, rimanendo comunque in armonia con la natura. Vent’anni dopo Stefania Türr ed Ester Lombardo non condividono l’entusiasmo delle prime visitatrici, limitandosi a osservazioni superficiali e frettolose. Sarà Anna Maria Speckel, l’ultima viaggiatrice, a rivalutare quella capitale, risolvendo brillantemente i contrasti che percepisce e proponendo un’immagine di Stoccolma in virtuoso equilibrio fra realtà e fantasia. 

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Articolo di Rossella Perugi

Laureata in lingue a Genova e in studi umanistici a Turku (FI), è stata docente di inglese in Italia e di italiano in Iran, Finlandia, Egitto, dove ha curato mostre e attività culturali. Collabora con diverse riviste e ha contribuito al volume Gender, Companionship, and Travel-Discourses in Pre-Modern and Modern Travel Literature. Fa parte di DARIAH-Women Writers in History. Ama leggere, scrivere, camminare, ballare, coltivare amicizie e piante.

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