Blues della tartaruga

Morì a ventisette anni come molte altre brave persone, per di più nelle sue iniziali c’erano ben due J (il che evidentemente porta male). Condivideva con altre J famose e defunte a ventisette anni la passione, o meglio la dipendenza da farmaci, alcol e altre sostanze che ne decretarono la morte, commentata dai media come dovuta a stravizi. Alcune J erano bianche, altre nere, quasi tutte cantavano, una dipingeva. Il 19 gennaio avrebbe compiuto ottant’anni, ma non sono sicuro che le avrebbe fatto piacere. I Grandi Vecchi e le Grandi Vecchie, sia viventi che trapassate – Ella Fitzgerald, Charlie Watts, Count Basie, Mina, Bob Dylan, Martha Argerich… – emanano un’aura di eternità che pare congelata fino a quando i necrologi non ci fanno riflettere sul fatto che sì, dopotutto il tempo passa anche per loro. Gli altri e le altre, che continuano ad emozionarci, sembrano aver fatto in pochi anni uno smagliante e definitivo percorso di meteore cui non sapremmo cosa aggiungere.  L’apice della gloria e della bellezza. «Gli eroi son tutti giovani e belli», canta un altro Grande Vecchio.

Di questi e queste appartenenti al cosiddetto Club dei Ventisette esistono biografie, quasi tutte autoproclamantisi “definitive”, piene di infiniti particolari che, se non si hanno disturbi monomaniacali, risultano pedanti e noiosi dopo poche pagine. Perché ciò che cerchiamo non è tanto la cronaca della prima sbronza o del primo buco di eroina: è l’arte. Ho cominciato a leggere Janis. La biografia definitiva (ovvio, no?, ma il titolo originale è più onesto: Her Life and Music) di Holly George-Warren, 478 pagine fitte di particolari, e mi sono stancato presto, interrompendo spesso la lettura per ascoltare un po’ di Janis, ricordando la frase di Frank Zappa: «parlare di musica è come danzare di architettura». Si può al massimo parlare di parole, come saggiamente ha fatto Angela Davis in Blues e femminismo nero. Davis, da filosofa, non prende in considerazione la musica di Gertrude “Ma” Rainey , Bessie Smith e Billie Holiday ma solo i loro testi. Perché il blues, più che un genere musicale, è un genere letterario. E come tale – mi si perdoni il bisticcio – è suscettibile al genere di chi scrive e legge. Tale distinzione, per la musica strumentale, è assai più sfumata. (Per fare un esempio, da quando alcune orchestre hanno cominciato a fare audizioni alla cieca – un paravento impedisce alla giuria di vedere chi suona – hanno assunto molte più donne, segno evidente che non è possibile distinguere il genere di una persona solo ascoltando il suo violino o la sua tromba. Ma per la voce è diverso, figuriamoci per le parole che quella voce inventa e canta).

È possibile raccontare la vita di Janis Joplin in poche parole, tanto è stata breve. Era nata in una famiglia piccoloborghese di Port Arthur, Texas, «alle nove e mezza del mattino del 19 gennaio 1943, al St Mary Hospital» (la biografa George-Warren precisa puntigliosamente: «Prematura di ventuno giorni, era lunga quarantasei centimetri e pesava solo due chili e quattrocento grammi, ma era in salute»). Nel Texas era in vigore la segregazione razziale, dunque l’infanzia di Janis fu tutta bianca, e nel senso più completo, visto che, come tutte le bambine sue pari, sognava il matrimonio con l’abito bianco e una casetta linda e ordinata circondata da una staccionata dipinta di bianco. Janis era bianca, e questo a un certo punto è diventato un problema, perché l’adolescenza la portò a cercare la diversità nella pittura e nella musica, e la musica davvero interessante e ribelle era nera. Fu una pittrice discreta, che vinse qualche premio in ambito scolastico e provinciale, ma si accorse di avere una voce fuori dal comune, di una potenza e un’estensione formidabili. Le cronache insistono sul fatto che era «bruttina», «un maschiaccio», «poco femminile», che aveva problemi di acne e che fu perfino perfidamente eletta «l’uomo più brutto della scuola». Ma il punto non è che avesse problemi ad accettare il suo corpo – chi non ne ha durante l’adolescenza? Il punto è che riuscisse a incanalare le batoste della vita nella musica, oltre che nel precoce ricorso all’alcol e agli stupefacenti che accolse anche per motivi “sentimentali”: lo avevano fatto pure Charlie Parker e Billie Holiday, dunque doveva essere “giusto”. Anche la libertà sessuale e la bisessualità era compresa nel pacchetto: non a caso molti blues delle Grandi Vecchie rivendicano l’autonomia del proprio corpo e concludono che, se gli uomini sono violenti e il matrimonio deludente, è meglio cercare piacere e conforto con altre donne. Fu una ragazzina infelice come tante, soffocata dall’affetto e dalla convenzionalità della famiglia, sempre in bilico fra l’annichilimento artistico e il desiderio della staccionata bianca, finì con l’ammazzarsi di droga a ventisette anni come tante e tanti, ma lasciò una traccia straordinaria. Mise a frutto la riprovazione sociale e famigliare (frequentava i “negri”, cantava la “loro” musica, scappava di casa, marinava la scuola, beveva, andava in giro coi maschi) in un modo che alla maggior parte della gente non è concesso, perché lei aveva la voce. E la disperazione di non riuscire ad aderire alla sua immagine ideale di sé le impedì di godersi il successo meritato e di diventare una Grande Vecchia, magari una Grande Vecchia Saggia come Patti Smith. Cambiò spesso accompagnatori – sia in senso musicale che sentimentale – e si esibì perfino con la sola voce, senza alcuno strumento, cosa che quasi nessuno ha osato fare.

Le sue interpretazioni sono note, i dischi vendutissimi e YouTube ne è strapieno: inutile elencare titoli e album. Ebbe poca fortuna agli esordi e la vita indisciplinata le impedì di sfruttarli al meglio; fu nota ai colleghi come inaffidabile e, sebbene il suo cantare fosse straordinario, tutti ritenevano fosse preferibile starne alla larga. Registrò solo quattro album in studio e l’ultimo, Pearl, uscì postumo. 
Come tutte le adolescenti s’innamorò di Elvis Presley. Cantava all’infinito le sue canzoni, soprattutto Hound Dog, che le piaceva al punto di cercare anche altre interpretazioni finché non si imbatté nella versione originale, incisa da “Big Mama” Thornton nel 1953. Non è chiaro come facesse, nel Texas segregazionista, a scovare dischi di musica nera, ma li trovò. Quando finalmente cominciò a guadagnare bene con la musica fece fare una bella lapide per la tomba di Bessie Smith, la sua musa ispiratrice morta di razzismo.

Il successo la portò in giro per gli Stati Uniti, pendolando fra le due coste, e cominciò a potersi permettere alcuni lussi, fra cui le pellicce che amava tanto (ma che comprava di seconda mano, riadattandole). A New York alloggiava al Chelsea Hotel, punto di ritrovo del mondo artistico, ed è rimasto famoso un suo ritratto fatto da Leonard Cohen in una delle sue canzoni più belle, appunto Chelsea Hotel n. 2, in cui il poeta e musicista canadese racconta l’incontro con Janis in ascensore. La canzone non la menziona, ma in un’intervista apparsa in un film del 2006 Cohen la cita esplicitamente. Racconta della notte passata insieme e del sesso, e riassume il ricordo di Janis con i versi: «Stringendo i pugni per chi come noi / è oppresso dall’immagine della bellezza / ti sei sistemata e poi hai detto “Beh, che importa / siamo brutti ma abbiamo la musica». Il brano è bellissimo e Janis viene ricordata con tenerezza, ma lei, la cattiva ragazza, raccontò un rapporto ben diverso con Cohen e con l’altro mostro sacro Jim Morrison: «Non mi hanno dato niente, né l’uno né l’altro, ma non so se vuol dire qualcosa. Magari avevano soltanto le palle girate».

Turtle Blues, il blues della tartaruga, è, a detta della stessa Janis, il suo autoritratto. Di sé canta: «Sono una donna cattiva, non sono il tipo che renderebbe comodo il tuo letto. Una tartaruga che si nasconde sotto il guscio duro. Conosco troppo bene questa maledetta vita. Puoi chiamarmi cattiva, ma sono stata chiamata peggio. Ma mi prenderò cura di me e nessuno mi perseguiterà più». Cheap Thrills, l’album del 1968 in cui è contenuta Turtle Blues, è stato il successo più grande del suo produttore John Simon, che nella canzone ha anche suonato il piano. Il nome del pianista non compare nelle note di copertina perché, come dichiarò, in realtà se ne vergognava considerandola una «performance imbarazzante» (Simon, che amava il jazz, sotto sotto disprezzava quella musica e quelle persone maleducate), ma c’è nell’illustrazione di Robert Crumb che Janis e la band scelsero al posto della foto, bocciata dalla casa discografica, che ritraeva loro cinque nudi su un letto. Crumb, geniale fumettista underground, ritrae una Janis sexy e procace, il che deve averla divertita parecchio. 

Intanto gli altri della sua band, i Big Brother and the Holding Company, cominciavano a notare con fastidio che la cantante era la vera star del gruppo, al punto che in alcuni concerti venivano pubblicizzati come Janis Joplin & The Big Brother, fino a quando lei non mandò tutti al diavolo e risolse di intraprendere finalmente una carriera da solista.

Ma fra concerti, dischi ed eccessi, Janis continuava a pensare alla staccionata bianca e tentava di mantenere i contatti con la famiglia scrivendo alla madre lettere che cercavano di essere divertenti e tranquillizzanti. Dopo l’ultimo concerto alla Royal Albert Hall di Londra Janis scatenò il pubblico, fra cui c’erano alcune delle grandi stelle del rock dell’epoca, tutti si misero a ballare e poi lei dichiarò: «Che felicità! Ho fatto muovere il culo a tutti! Mi sa che vado a chiamare mia madre!». Ma il Kozmic Blues, la tristezza cosmica, alla fine ebbe la meglio.

Per vincerla, nel 1969 comprò una casa isolata in California in cui sognava di vivere liberandosi da droga e alcol, magari trovare l’uomo “giusto” o la donna “giusta” ma, come disse a una vecchia amante, «Non è facile vivere una vita all’altezza di Janis Joplin», e un componente della band commentò: «A furia di indossarla, prima o poi diventi la maschera».

L’eroina la uccise il 4 ottobre 1970, esattamente trentatré anni dopo la sepoltura di Bessie Smith sulla cui tomba Janis, solo due mesi prima, aveva fatto erigere quella lapide degna della sua musa. Era eroina purissima, importata da un trafficante che annoverava fra i clienti altre grandi rockstar. Janis si era disintossicata per l’ennesima volta, e probabilmente la sua tolleranza alla droga era più bassa del consueto. Era sola, in una stanza d’albergo a Los Angeles, e aveva ventisette anni. Il coetaneo Jimi Hendrix era morto da poco, e qualcuno come al solito pensò a un qualche complotto. Dopo che, l’anno seguente, morì anche il ventisettenne Jim Morrison, si cominciò a parlare del Club dei Ventisette

Ray Charles ha dichiarato che i cantanti esprimono il meglio di sé dopo i cinquant’anni. Holly George-Warren, nella biografia di Janis, commenta: «Forse Janis sarebbe diventata davvero come la più grande cantante blues del mondo, Bessie Smith, o magari avrebbe fatto tutt’altro». Janis invece disse di sé: «Mi chiedono: “Come hai imparato a cantare il blues così?”. Ho aperto la bocca».

***

Articolo di Mauro Zennaro

Mauro Zennaro, grafico, è stato insegnante di Disegno e Storia dell’arte presso un liceo scientifico. Ha pubblicato numerosi articoli e saggi sulla grafica e sulla calligrafia. Appassionato di musica, suona l’armonica a bocca e altro in una blues band.

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