Bessie Smith, l’imperatrice

Nel 1863 a Chattanooga, nel Tennessee, il generale Ulysses Grant sconfisse l’esercito confederato in una battaglia durata due giorni. La vittoria di Grant fu determinante per l’esito della Guerra civile americana due anni dopo, in seguito alla quale fu abolita la schiavitù. Questo però, come è noto, non significò esattamente la liberazione del popolo afroamericano – circa un terzo della popolazione degli Stati del Sud – che rimase povero e discriminato, e non godette della cittadinanza statunitense fino al 1868. Nonostante l’acquisizione del diritto di voto, nel 1870, la parità era puramente formale e i provvedimenti per limitarla si susseguirono a ritmo serrato fino agli anni Sessanta del Novecento.

Ventinove anni dopo, nel luogo dove il generale Grant visse la battaglia, nacque la piccola Elizabeth Smith, detta Bessie. Come quasi tutte le altre persone nere, era poverissima e viveva in una baracca di una sola stanza con i genitori e altri sei tra fratelli e sorelle. L’ambientazione ce la possiamo immaginare: è quella di tanti film e romanzi statunitensi di ambientazione meridionale-rurale, in cui la popolazione bianca spadroneggia, sfrutta, spesso stupra e uccide quella “colorata”.

La data di nascita di Bessie, 15 aprile 1894, è ricavata dal censimento del 1900 in cui la famiglia dichiarò la sua presenza; in quello del 1910 risultò essere sedicenne. I censimenti del 1870 e del 1880 riportano anche alcuni fratellastri o sorellastre, ma interviste successive alla famiglia non lo confermarono. Bessie era figlia di Laura, della quale si sa ben poco, e di William Smith, operaio e predicatore battista a tempo parziale (“ministro del Vangelo” nel censimento del 1870). Non sappiamo quando William morì, ma Bessie era troppo piccola per ricordarselo. La famiglia si trovò dunque in uno stato di miseria addirittura peggiore di prima. A nove anni morirono anche la mamma e un fratello, e fu la sorella maggiore, Viola, a prendersi cura di lei e degli altri fratelli e sorelle. Non stupisce, dunque, che l’istruzione della piccola Bessie sia stata alquanto precaria e che lei stessa abbia definito la sua infanzia come infelice. Per portare a casa qualche soldo Bessie e suo fratello Andrew si esibivano per le strade del quartiere afroamericano di Chattanooga, lei cantava e lui suonava la chitarra. Cos’avranno cantato e suonato? 

La copertina della prima edizione di St. Louis Blues
di William Christopher Handy

In una scena del film di Allen Reisner St. Louis Blues del 1958, una sorta di biografia romanzata del trombettista e compositore William Christopher Handy, più vecchio di Bessie di ventun anni, il pastore della chiesa locale, nonché padre severissimo del giovane William, redarguisce la moglie e il figlio per il modo sconveniente in cui interpretano in chiesa gli inni sacri, riducendoli a «musica del diavolo», che è uno dei modi in cui è spesso definito il blues. Ma non sappiamo esattamente cosa si intendesse per “blues” all’epoca in cui Bessie e Andrew si esibivano per strada: la prima partitura in cui apparve il termine fu proprio quel St. Louis Blues di Handy, nel 1912, e le registrazioni fonografiche di brani blues videro la luce solo una decina di anni dopo. In mancanza di documentazione possiamo solo fare supposizioni. Handy raccontò che il suo St. Louis Blues era ispirato al canto di una sconosciuta, ascoltata per caso a Saint Louis una ventina d’anni prima, disperata per l’abbandono del suo uomo. È comunque certo che la “musica del diavolo” ha radici profonde.

Probabilmente quello che per strada eseguivano Bessie e Andrew era un repertorio di canti religiosi imparati in famiglia, forse vivacizzati e sincopati come faceva il piccolo William del film (interpretato, è bene ricordarlo, dal dodicenne Billy Preston divenuto in seguito notissimo al grande pubblico anche per aver suonato con i Beatles) ma che poi, esibendosi in bar e bordelli, i temi si aggiornassero. Diversi musicisti blues si dissero ispirati dal diavolo e certamente chi frequentava quei locali non era interessato alla musica liturgica.

Ma Rainey

Un altro fratello di Bessie, Clarence, si unì a una compagnia di musicisti girovaghi all’insaputa di lei, che aveva dieci anni e lo avrebbe seguito senz’altro, ma lui la reputò troppo giovane e partì di nascosto. Al suo ritorno a Chattanooga, otto anni dopo, Clarence la stimò matura per esibirsi in pubblico, le procurò un provino con Lonnie e Cora Fisher, manager della compagnia, e Bessie venne assunta, ma non come cantante: c’era già la famosa Ma Rainey. Fu scritturata come ballerina. Raney la prese in simpatia ma, a quanto pare, non le insegnò a cantare, però l’aiutò ad affinare la presenza scenica. Al corpo di ballo era anche richiesto talvolta di cantare, e quello fu il suo trampolino di lancio. Si esibì con successo per anni in tutto il Sud e nell’Est degli Stati Uniti.

Nel 1920, inaspettatamente, un disco di blues divenne un grande successo di mercato: era Crazy Blues, cantato dalla sua quasi omonima Mamie Smith. Ben centomila copie, un fatturato di un milione di dollari! I discografici furono i primi a essere sorpresi perché non sospettavano neppure l’esistenza di un mercato “nero” né che i bianchi apprezzassero quella musica, e si diedero da fare per scoprire e scritturare cantanti blues. La Columbia Records inaugurò una collana di dischi, la cosiddetta Race Records, dedicata alla musica “nera”. Fu la fortuna di Bessie, che cominciò a incidere e a vendere, con immediato successo, nel 1923. La sua incisione di Down Hearted Blues vendette 780.000 copie in pochi mesi (due milioni con le ristampe) e Bessie guadagnava duemila dollari a settimana, una cifra incredibile per l’epoca.

Bessie continuò a esibirsi nei teatri, soprattutto in quelli della Theaters Owners Booking Association, un’associazione fondata da due fratelli italiani di Memphis che riuniva i proprietari (generalmente bianchi) dei teatri di vaudeville, un genere di commedia buffa musicale importato dalla Francia e riadattato alle musiche e ai temi cari al pubblico (soprattutto nero). La sua esperienza sul palcoscenico e la sua voce la resero presto la star meglio pagata della sua epoca (fra le nere: le bianche lo erano di più). Lavorava duramente organizzando spettacoli all’aperto nei periodi di chiusura dei teatri e viaggiava su un proprio vagone ferroviario con i musicisti. La Columbia pubblicizzò i suoi dischi chiamandola la “regina del blues”, ma la stampa la definiva addirittura “imperatrice”. Era diventata un personaggio.

Down Hearted Blues

Non tutti apprezzavano i blues di Bessie. I contenuti erano molto espliciti: lei componeva o adattava spesso i testi. La sua voce di contralto, morbida e potente, cantava una personalità forte e libera, sessualmente attiva e poco incline a farsi sottomettere. I testi e le movenze sceniche erano senza mezzi termini: durante un’audizione per la Black Swan Records fu cacciata perché, si dice, interruppe il canto per sputare. Ma perfino le radio degli Stati segregazionisti trasmettevano i suoi blues. Diventata ricca, chiamò le sorelle a Philadelphia e regalò loro un ristorante. 

Nel 1929, quando Bessie era all’apice del successo, arrivò la Grande Depressione. L’industria discografica crollò e, contemporaneamente, il cinema sonoro soppiantò in breve il vaudeville. Quell’anno Bessie apparve in un film, il cortometraggio St. Louis Blues di Dudley Murphy, in cui impersonava la protagonista della canzone, una donna abbandonata dal suo uomo sullo sfondo di uno spaccio clandestino di alcolici. La sua recitazione è toccante, la voce profonda e disperata. Cantò e recitò anche in un musical di Broadway, Pansy, ma il testo era debole e fu un fiasco. I critici, che pur apprezzavano le doti vocali di Bessie, lo stroncarono e giudicarono la sua presenza un espediente per attirare spettatori.

La Depressione, le innovazioni tecnologiche e le novità del mondo dello spettacolo segnarono l’inizio del suo tramonto (insieme all’alcolismo, che però non intaccò le doti vocali: Bessie continuava a disprezzare i microfoni, non ne aveva bisogno). Continuò a compiere tournées e a registrare dischi, ma nel frattempo la musica stava orientandosi verso un genere più moderno. Le sue incisioni si avvalsero della collaborazione di musicisti più aggiornati e lei adattò il repertorio alla nuova era dello swing, ma i guadagni si ridussero: alcune incisioni per l’etichetta Okeh vennero pagate trentasette dollari e mezzo, e senza royalties. In quel 1929 divorziò dal secondo marito (il primo pare fosse morto durante la Prima guerra mondiale) che prosciugava sistematicamente le sue sostanze. In questo modo Bessie entrò negli anni Trenta, di cui non vide la fine.

Il 26 settembre 1937, nei pressi di Clarksdale in Mississippi, l’auto in cui viaggiava con il suo compagno Richard Morgan alla guida urtò contro il camion che stava sorpassando, il portellone posteriore del camion si staccò e le precipitò addosso. Morgan, illeso, fuggì. Un medico di Memphis, che si chiamava Smith come lei e che stava andando a pesca con un amico, la soccorse e ne stimò subito gravissime le condizioni. Il compagno di pesca del dottor Smith andò a telefonare per un’ambulanza ma, al suo ritorno, un’auto di passaggio investì a tutta velocità l’auto del medico, ferma sul ciglio della strada, ferendolo gravemente. Dopo molto tempo arrivarono due ambulanze diverse che portarono il medico bianco e la cantante nera in due ospedali diversi. A quanto dichiarò successivamente il dottor Smith, nel profondo Sud «nessun autista di ambulanze, o autista bianco, avrebbe nemmeno pensato di portare una persona di colore in un ospedale per bianchi».

A Bessie fu amputato il braccio destro, schiacciato dal portellone del camion, e morì la mattina seguente senza aver ripreso conoscenza.

La lapide sulla tomba di Bessie Smith

Circa diecimila persone erano presenti al suo funerale a Philadelphia. Il secondo ex marito, Jack Gee, organizzò due raccolte di fondi per dare a Bessie una sepoltura da imperatrice del blues ma, tenendo fede al suo stile, scappò coi soldi e la tomba di Bessie rimase spoglia. 

Nel 1970 Janis Joplin, la più grande cantante bianca di blues, che non nascose mai il suo amore per Bessie Smith e alla quale s’ispirò sempre, fece erigere sulla tomba una bella lapide, degna dell’Imperatrice.

***

Articolo di Mauro Zennaro

Mauro Zennaro, grafico, è stato insegnante di Disegno e Storia dell’arte presso un liceo scientifico. Ha pubblicato numerosi articoli e saggi sulla grafica e sulla calligrafia. Appassionato di musica, suona l’armonica a bocca e altro in una blues band.

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