Editoriale. Donna, Vita, Libertà

Carissime lettrici e carissimi lettori,

«Noi siamo con i giovani e le giovani iraniane che combattono per la libertà. Quando colpite uno di loro colpite l’intera umanità». Questo filo rosso e resistente lega l’Italia all’Iran. Comincia da Napoli, con forza, e cammina lungo tutta la Penisola. Nasce da una petizione che ha raggiunto le 120.000 firme, e punta alle 150.000 e continua a salire, lanciata dal mondo dell’arte, dal teatro. L’iniziativa è partita da una proposta ideata dall’attrice Marisa Laurito e è stata appoggiata, in un movimento che simbolicamente si chiama Donna, Vita, Libertà, da tante e tanti artisti che chiedono al governo degli Ayatollah «la fine delle esecuzioni capitali e il rilascio delle e dei manifestanti arrestati».

La petizione si apre con questa frase per sostenere i ragazzi e le ragazze iraniane che, dalla morte di Masha Amini, il 16 settembre scorso, arrestata e poi picchiata a morte dalla cosiddetta polizia morale (ora solo apparentemente abolita) a causa di una ciocca di capelli sfuggita dal velo imposto dal regime, stanno lottando e purtroppo morendo per la conquista di un libero pensiero e di una vita migliore, senza imposizioni dittatoriali.

Mercoledì scorso, mentre il nuovo ambasciatore iraniano (Mohammad Reza Sabouri) si insediava in Italia, ricevuto, ma con una visita brevissima, dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in Campidoglio a Roma veniva conferito un premio, il Premio Valore Coraggio, a una signora ultraottantenne iraniana, che è entrata nelle cronache di opposizione agli Ayatollah per essersi tolta l’hijab in un video per protesta. Si chiama Gohar Eshghi, madre del blogger Sattar Beheshti, ucciso in prigione nel 2012 dopo essere stato arrestato dall’unità iraniana della polizia informatica. Si era filmata, a ottobre, mentre si toglieva l’hijab «dopo 80 anni» e invitava tutto il popolo iraniano a riversarsi nelle strade contro la Repubblica islamica. Per questo suo coraggio giovedì Gohar Eshghi ha ricevuto il Premio in Campidoglio «Il regime iraniano ha preso in ostaggio il popolo, vi chiedo di dichiararlo al mondo! – ha detto Eshghi in un videomessaggio inviato per il premio – Più volte ho mandato messaggi ad Alì Khamenei, gli ho detto: «Devi smetterla di uccidere i figli di questa patria, devi avere paura della rabbia della gente. Un giorno tutta la rabbia che avete creato rovescerà il regime». Gohar Eshghi è considerata la decana delle donne che stanno manifestando in questi mesi nelle piazze iraniane dopo la morte di Mahsa Amini e è diventata uno dei simboli di questa rivoluzione per protesta contro la morte del figlio, ma soprattutto per incoraggiare le ragazze e le donne iraniane a imitarla per fare sentire al governo la crudeltà che sta adoperando su chi osa protestare, indipendentemente dall’età e dal genere. A ritirare concretamente il Premio (una scultura naturale di travertino fossile che rappresenta la forza e l’indistruttibilità del gesto di coraggio), dalle mani dell’ex presidente della camera Casellati, è stata una giovane attivista iraniana che vive a Roma e mantiene i rapporti con le militanti nel suo Paese, Parisa Nazari. Nel video mandato a Roma da Gohar ringrazia del premio e dice:«Sarei stata felice di essere tra voi, ma il regime ha ridotto in una condizione di schiavitù tutti gli iraniani, anche i sostenitori». E ha concluso con un messaggio di fiducia: «Io vi saluto con la speranza della vittoria».

Ormai da più parti non si parla più di proteste, ma di una vera e propria rivoluzione: «É’ una rivoluzione che non ha un’avanguardia, un partito, un’organizzazione e non ha neanche un leader. Per questo è inarrestabile – ha detto Roberto Saviano in un’intervista al quotidiano La Stampa -. É una rivoluzione che più di ogni altra cosa mostra la necessità dei diritti come premessa di ogni ragionamento politico. Stanno chiedendo con il sangue, con l’impegno quotidiano di trasformare il Paese. Qualunque evoluzione politica avrà il Paese, liberale o socialdemocratica, dovrà essere laica e rispettare i diritti. La democrazia è una scelta precisa che viene prima della politica. Democrazia e diritti sono la premessa per la politica. Un insegnamento per i giovani che in Europa non si stanno battendo contro il populismo, ma anzi in molti casi lo stanno favorendo entrandoci attraverso la sua ideologia del complotto. I giovani iraniani hanno capito che i social sono uno spazio laterale per impegnarsi, ma che poi è la pratica che cambia le cose. Non i post, non i like, non le condivisioni, che invece bloccano da un decennio l’attività dei movimenti. In occidente si chiude in una manifestazione, in un gruppo social di coscienza, ma poi c’è bisogno dell’azione, dei corpi, della forza.  In questo caso, tra l’altro, è una forza civile, senza armi, che ha utilizzato la critica e l’occupazione dei territori. L’Europa non sta facendo abbastanza. C’è una condivisa presa di coscienza da parte della società civile e politica. Senza alcun dubbio – afferma ancora Saviano – l’Italia deve ritirare l’ambasciatore subito e interrompere le relazioni economiche con l’Iran. Bisogna agire…La rivoluzione è partita dalle donne, ma dimostra che la lotta al patriarcato libera anche gli uomini. Ecco perché gli uomini sono così presenti. Ecco perché il numero degli uomini condannati a morte è più alto rispetto alle donne…In Iran è evidente che battersi per trasformare il proprio paese significa battersi per la propria felicità, le giovani che si tolgono il velo non vengono percepite come delle furbette che compiono queste azioni per trovare qualche fellow».

Parlare di Iran e di oppressione non esclude di parlare ancora, accorate/i, dell’Afghanistan. Si è detto, giustamente, di dittatura contro il genere femminile. Le donne, per la seconda volta, dopo l’insediamento del governo dei talebani, stanno subendo una lunga lista di divieti di esistenza: il diritto allo studio, la possibilità di uscire liberamente e senza essere accompagnate, il modo di vestire. Spesso, se si ribellano, sono torturate e stuprate. È importante non dimenticare. Le donne afghane se si ammalano non possono essere visitate da un maschio. Emergency denuncia il grave pericolo che se le donne non hanno accesso all’università a breve/lungo termine la loro salute verrà messa in serio pericolo.

Dall’Asia all’America latina. In Brasile le elezioni vinte democraticamente da Lula sono state messe, e forse lo sono ancora, seriamente in pericolo perché un sostenuto gruppo, I 300 del Brasile, favorevoli al presidente uscente Bolsonaro, hanno assalito i palazzi del potere a Brasilia, distruggendo tutto, in particolar modo il Palazzo della Corte Suprema dove hanno rubato una preziosa copia della  Costituzione e persino defecato sulle toghe dei giudici. «Il fenomeno non è nuovo al Brasile – commenta la scrittrice e avvocata Claudileia Lemes Dias autrice di più studi sul suo Paese – L’estrema destra aveva già invaso Brasilia, nel 2013, protestando fortemente contro l’allora presidente. Nel 2020 avevano minacciato di morte i giudici della Corte Suprema. Allora furono arrestati in molti, ma il presidente Jair Bolsonaro, che era al potere, volle che il suo ministro della Difesa fosse l’avvocato delle persone arrestate. La situazione che si è scatenata domenica scorsa, secondo me certo non è conclusa. Sono molti, sono violenti e non riescono ad accettare l’elezione democratica di Lula. Il presidente non ha voluto coinvolgere l’esercito e ha chiamato in causa le forze di polizia, commissariandola. Questo ha fatto in modo che non ci fosse un confronto duro e che, soprattutto, non ci fossero scontri con feriti se non morti tra i dimostranti. La paura di rivolta c’è ancora e si sente fortemente. Un amico, docente universitario di origini italiane, mi ha detto al telefono che teme molto per le figlie che studiano all’università, perché si parla di un seguito violento». Ma Lemes Dias è molto turbata da alcuni atteggiamenti, addirittura a favore di Jair Bolsonaro che ha sentito qui in Italia, purtroppo da parte di una rivista che per noi è stimata: «Ho visto con meraviglia un video pubblicato on line dalla rivista Limes e ho creduto opportuno mandare una lettera aperta al suo direttore Lucio Caracciolo. Nel video – scrive Lemes Dias – l’autore, Carlo Cauti (docente di una Università appartenente alla Confindustria brasiliana n.d.r.), definisce la depredazione dell’intero patrimonio pubblico contenuto all’interno della Corte Suprema, del Parlamento, del Senato e della sede ufficiale della Presidenza della Repubblica una manifestazione fatta da zie da Whatsapp un po’ sovrappeso, che si auto finanziano perché adorano Bolsonaro; oltre ad essere sessista ed offensiva, non corrisponde alla realtà degli arresti compiuti finora e costituisce un rischio anche per l’Italia, Paese dotato di un patrimonio storico notevole, che potrebbe ritrovarsi, un domani, nelle stesse condizioni del Brasile, a causa della pura e semplice insoddisfazione di una parte di elettorato sconfitta.

Carlo Cauti – scrive ancora Claudileia Lemes Dias – è arrivato a descrivere Bolsonaro come uno che difende l’Amazzonia dal resto del mondo (27/09/2019), scegliendo di farlo mentre la Foresta, che a tutti noi appartiene, Brasiliani e non solo, era data alle fiamme dai fans di Bolsonaro, ovvero, proprietari terrieri e cercatori d’oro» che, aggiungiamo, sono coloro che hanno finanziato e sostenuto la rivolta di domenica scorsa.

Ma a casa nostra le cose non vanno meglio. Soprattutto riguardo alle donne. Si comincia da Vittorio Feltri che tutto fa fuorché il giornalista e osa una doppietta di Body shaming in piena regola. A inizio anno, su Twitter con il suo seguito di simpatizzanti, Feltri non si vergogna neppure un po’ e neppure davanti a uno/a di loro e così scrive di una donna nota, ma evidentemente a lui non simpatica: «La scrittrice Murgia non mi piace non per quello che dice o scrive ma perché è brutta come l’orco».  Non nuovo a tanta signorilità e galanteria aveva già detto, in modo molto partigiano, il 1° dicembre scorso: «La Meloni a scuola era la prima della classe, e ora si vedono i risultati meritati. E sapete perché la Murgia è così cattiva? Perché è brutta come una strega». Mi associo al commento ironico di Chiara Valerio che su La Repubblica commenta: «Aspettiamo il 1° febbraio, a questo punto. Dopo streghe e orchi possono arrivare diavoli e janare».

La tristezza continua e viene dalla Sicilia dove un avvocato ha praticamente fatto annullare un ergastolo per femminicidio perché uno dei giurati che componevano la Corte d’Assise che aveva deciso la condanna aveva compiuto 65 anni (età massima per legge per poter partecipare al collegio giudicante) nel corso del processo contro Antonio De Pace riconosciuto colpevole di aver ucciso il 31 marzo 2020 in un a villetta alle porte di Messina la fidanzata Lorena Quaranta. «Un grave stop del sistema giustizia che avrà ripercussioni sulle persone offese» come ha detto, in un’intervista sul caso, l’avvocata Maria Gianquinto, presidente del centro antiviolenza Cedav.

Poi il Metoo nostrano pubblicato da un quotidiano in più puntate, dove tantissime artiste del cinema hanno confessato le violenze subite. E non ci sono solo artiste, ma tante donne di professioni diverse tanto da creare davvero un caso. Ma di questo avremo modo di parlare ancora, perché tanto c’è da dire e troppo se ne è parlato e male su certi giornali.

Ho pensato adatta a questo editoriale la poesia Confessioni di un teppista del poeta russo Sergej Esenin (1895-1925), un poeta contadino che dette al mondo, durante la sua breve vita, versi bellissimi. L’ho pensata adatta perché parla di giovani, di entusiasmo, di natura e di cambiamento e soprattutto di fantasia che è arte è giovanile ed è libertà. Questa poesia fu letta anche da Carmelo Bene e cantata da Angelo Branduardi.

Confessioni di un teppista

Non tutti possono cantare

Non a tutti è dato cadere
Come una mela ai piedi degli altri.

È questa la più grande confessione
Che possa fare un teppista.

Vado a bella posa spettinato,
Col capo, come un lume a petrolio, sulle spalle.
Mi piace rischiarare nelle tenebre
Lo spoglio autunno dell’anime vostre.
Mi piace che i sassi dell’ingiuria
Mi volino addosso, come grandine
Di ruttante bufera.
Allora stringo solo con le mani più forte
La bolla dondolante dei capelli.

M’è così dolce allora ricordare
Lo stagno erboso e il fioco stormire dell’alno,
Che ho un padre e una madre

Ad ogni mucca sulle insegne di macelleria
Egli manda un saluto di lontano.
Cui non importa di tutti i miei versi,
Cui son caro, come un campo e la carne,
Come la pioggerella,
Che a primavera fa soffici i verdi.
Loro verrebbero a infilzarvi
Con le forche per ogni vostro grido
Scagliato contro me.

Poveri, poveri contadini!
Siete certo imbruttiti,
E temete il Signore
E le viscere palustri.
Oh! poteste capire
Che vostro figlio
È il miglior poeta di Russia!
Non vi brinava sul cuore
Per la sua vita,
Quando coi piedi nudi si bagnava
Nelle pozze autunnali?
Ora invece cammina in cilindro
E scarpe di vernice.

Ma vive ancora in lui l’antica foga
Del monello campagnolo,
Che ogni cosa vuol rimettere a posto.

Ed incontrando in piazza i vetturini
E ricordando l’odore di letame
Dei campi natali,
È pronto a reggere la coda a ogni cavallo,
Come lo strascico d’un abito nuziale.

Amo la patria,
Amo molto la patria!
Anche se copre i suoi salici
Rugginosa mestizia.
Mi son cari i grifi imbrattati dei maiali
E nella quiete notturna la voce
Risonante dei rospi.
Sono teneramente malato
Dei ricordi d’infanzia,
Sogno la bruma
Delle serate umide d’aprile
Il nostro acero pareva
Si fosse accoccolato a riscaldarsi
Al falò del tramonto.
Oh, quante uova rubavo ai nidi dei corvi,
Arrampicandomi sui suoi rami!
È sempre lo stesso, anche ora,
Con la sua cima verde?
La sua corteccia è dura come allora?

E tu, mio prediletto,
Fedele cane pezzato?!
Per la vecchiaia ora sei stridulo e cieco
Ed erri nel cortile,
Trascinando la coda penzolante,
Senza più riconoscere al fiuto
Dove sia la porta e la stalla.
Oh, come mi son care quelle birichinate,
Quando, rubato alla mamma un cantuccio di pane,
Lo mordevo insieme uno alla volta,
Senza lasciar cadere una briciola
L’uno all’altro.

Io non sono mutato.
Nel mio cuore non sono mutato.
Come fiordalisi nelle segale,
Gli occhi fioriscono nel volto.
Stendendo stuoie dorate di versi,
Ho voglia di dirvi una tenera parola.
Buona notte!
A voi tutti buona notte!
Più non tintinna nell’erba del crepuscolo
La falce del tramonto.
Quest’oggi ho tanta voglia di pisciare
Dalla finestra mia contro la luna.

Luce azzurra, luce sì azzurra!
In quest’azzurro perfino morire
Non duole. Ebbene, che importa
Se ho l’aspetto d’un cinico
Che si è agganciato al sedere un fanale!
Vecchio, buon Pegaso spossato,
Ho forse bisogno del tuo morbido trotto?
Son venuto come un servo maestro
A decantare e celebrare i topi.
La mia testa, come un agosto,
Si effonde in vino di capelli ribelli.

Ho voglia d’essere una gialla vela
Per il paese verso cui navighiamo.
(Sergej A.Esenin)

Andiamo a presentare gli articoli del numero 201 della nostra rivista, in cui ricorderemo figure femminili famose accanto a splendidi esempi di donne semisconosciute. Da una di queste si parte: Bertha von Suttner, Nobel per la pace, il racconto di una vita da vera pacifista all’insegna della lotta contro l’orrore della guerra, una storia poco nota, che merita di essere diffusa, soprattutto in questi nostri tempi in cui si parla, paradossalmente, di pace con le armi; si continua con Tullia Romagnoli Carettoni nell’Italia Repubblicana. Una biografia politica, l’articolo che recensisce il libro di Paola Stelliferi su una splendida “battitrice libera” convinta che «la modernizzazione sostanziale dell’Italia, che la portò a impegnarsi per il riconoscimento dei diritti civili, non si sarebbe mai raggiunta se la politica avesse continuato a considerarsi estranea ai rapporti di potere presenti nella sfera privata». Questo numero celebra ben tre anniversari, quello della scomparsa, il 20 gennaio 1993, di Audrey Hepburn, modello di stile senza tempo «praticamente insuperato e ― forse ― insuperabile: in lei si esprimeva un modo di essere naturale, non studiato, di autentica raffinatezza, che si manifestava in tratti semplici, in piccoli dettagli, in sguardi, e poco altro»; quello della morte il 14 gennaio 1965 di Virginia Angiola Borrino,« una delle più importanti pediatre e accademiche di cui potrebbe farsi lustro questo Paese», la cui storia è emblematica del maschilismo imperante nella nostra società. e quello della nascita il 19 gennaio 1943, di Janis Joplin, nell’articolo Blues della Tartaruga, che prende il nome da una canzone della grandissima artista statunitense che parla di lei più di qualunque altra. Una delle novità di questa settimana è La targa che non c’è: una nuova rubrica che ha lo scopo di «creare una mappa di targhe mai affisse che […] dovrebbero trovare posto sulle pareti di alcuni edifici romani: una mappa di mancate memorie», mentre Eccellenze mondiali. Parte prima prosegue la serie Cuoche e chef che questa volta si sofferma a lungo su un film memorabile, Il pranzo di Babette, ricordandoci che le grandi cuoche sono escluse anche dalla letteratura e Le campionesse delle Paralimpiadi estive. Da Tokyo 1964 ad Arnhem 1980 continua ad approfondire le imprese delle più importanti atlete che si sono distinte in questo campo.
Women in Economics. Intervista ad Azra, young economist ci presenta il progetto internazionale The Women in Economics Initiative (WiE), associazione no profit per promuovere l’uguaglianza di genere in questo ambito fondamentale della società contemporanea attraverso le parole di una giovane che, come molte italiane ed italiani, ha scelto di vivere e lavorare all’estero. Un articolo ricco di spunti di riflessione e suggerimenti importanti. L’appuntamento con la geopolitica è in America? Il dicembre di Limes. Parte seconda che ci porta ad indagare ancora più a fondo le divisioni che spaccano gli Usa, «popolo di secessionisti cronici». Ego-storia ed Ego-storiche è il resoconto approfondito del Convegno che si è tenuto il 15 e 16 dicembre 2022 presso la Fondazione Marco Besso, organizzato dalla Società italiana delle storiche (Sis), per raccontare il contributo delle donne che hanno fatto di questa disciplina la loro professione, non solo con le loro ricerche ma anche attraverso i loro diari e la loro corrispondenza. Di luce, crepe, spazi e parole. Pratica e vita di Gloria E. Anzaldúa recensisce Luce nell’oscurità. Riscrivere l’identità, la spiritualità, la realtà, il libro che parla «di come percorrere, attraversare e definire l’esistenza utilizzando canoni nuovi, parole nuove, metodologie differenti da quelle a cui siamo stati abituati in un mondo occidentalizzato e occidentalizzante, che vede nella monoliticità imposta dal pensiero dominante l’unica possibilità entro la quale incasellare tutto il resto».  Nella sezione Juvenilia Percorsi e mappe sulle vie dedicate alle donne illustra due progetti molto interessanti che sono stati premiati nella sezione Percorsi di genere del Concorso Sulle vie della parità di Toponomastica femminile.
Si può stare bene ingerendo e digerendo il frutto della sofferenza? Ha un senso logico e una coerenza boicottare la carne ma acquistare altri prodotti che provengono dalla stessa industria? Perché sono vegano? è l’articolo che si pone queste e altre domande, introducendoci a una serie di ricette vegane che pubblicheremo nei prossimi numeri di vitamine vaganti e da cui prenderemo sicuramente spunto per rendere la nostra dieta un po’ più rispettosa del Creato.
SM

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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