La targa che non c’è: una nuova rubrica

Le mie preferite sono le Blue plaques, quelle pillole di memoria e celebrazione che a Londra indicano i luoghi in cui sono vissute persone celebri.

Targa commemorativa a Joanna Baillie
Blue plaque a Amalia Edwards. Londra

Un tempo marroni, ora rotonde con lo sfondo blu cobalto e le scritte bianche quasi a rievocare i colori delle sculture di terracotta invetriata del Quattrocento fiorentino, le plaques hanno un linguaggio asciutto ed efficace, così distanti dall’austerità formale e l’artificiosità linguistica delle nostre lapidi celebrative di marmo.

Venezia, Targa commemorativa in memoria di Francesco Petrarca

A Londra quei segnali perenni di memoria costituiscono una lunga e fortunata tradizione culturale che dagli anni Sessanta del XIX secolo si è interrotta solo due volte, durante i terribili anni della Seconda guerra mondiale e più recentemente, nel 2013, per i tagli ai finanziamenti pubblici. Centinaia e centinaia di targhe blu dedicate a uomini e donne ‒ queste in verità in numero molto più esiguo ‒ che sfidano il tempo e danno vita a un importante esempio di educazione storica e culturale permanente.

Londra, Blue plaque in memoria di Florence Nightingale

Esempio ripreso in modo simile in altri Paesi del mondo, come è accaduto recentemente a Dublino dove, nel mese di ottobre di quest’anno, al numero 12 di Merrion Square, è stata inaugurata una targa rotonda in ricordo di Violet Gibson, l’aristocratica donna che attentò nel 1926 alla vita di Benito Mussolini.

Targa commemorativa a Violet Gibson Dublino
Foto segnaletica di Violet Gibson

Lo ammetto, mi lascio affascinare dalle targhe commemorative affisse sulle pareti esterne di un palazzo, nell’androne di un edificio, accanto all’ingresso di un’abitazione, di un negozio o di un luogo di lavoro. Trovarle camminando per le vie è per me sempre una piacevole sorpresa, ovunque io mi trovi, anche se il personaggio ricordato mi è poco familiare o del tutto sconosciuto: una buona occasione per andare alla ricerca della sua vita.

Le targhe marmoree commemorative sono segni di memoria permanente che rendono speciale un luogo fisico altrimenti uguale a tanti altri e al tempo stesso, evocandola, rendono più vicina a noi una persona di valore. Se in un edificio è nata o morta una figura significativa, se un uomo o una donna importante vi hanno soggiornato per brevi o lunghi periodi, immediatamente immagino i loro gesti abituali, i momenti di riposo, le parole dette e i pensieri taciuti, brani di vita simili a quelli che facciamo ogni giorno. E non importa se il linguaggio utilizzato in quelle scritte commemorative è aulico, spesso artificioso e tortuoso, snocciola in ossequio grandi quantità di aggettivi e risulta astruso se non, a volte, anche comico. Quelle targhe evocano in me vite reali e legami con spazi concreti, rendendo più umana qualsiasi figura celebrata, anche quelle che da tempo sono state trasformate in monumenti di se stesse.

Quante volte quella donna o quell’uomo avranno aperto una finestra per guardare il cielo, si saranno fermati a riflettere seduti in poltrona o avranno avuto momenti di rabbia, di gioia, di inquietudine, di frenesia creativa?
L’idea di una nuova rubrica per Vitamine vaganti, dal titolo La targa che non c’è, nasce dalla mia curiosità per le vite altrui e gioca con le assenze. Non è mia intenzione realizzare una cartina geografica di targhe commemorative esistenti, bensì creare una mappa di targhe mai affisse che, al contrario, dovrebbero trovare posto sulle pareti di alcuni edifici romani: una mappa di mancate memorie.

Livorno, Targa commemorativa in memoria di Giuseppe e Anita Garibaldi

Saranno un nome di strada e un numero civico ‒ quando possibile ‒ il punto di avvio di ogni racconto, molte volte fatto di labili tracce e di notizie incomplete. L’arco temporale è ampio, si va dall’antichità fino a tempi più recenti, lo spazio in cui ci si muoverà sarà quello della città di Roma, dal centro alla periferia. Ci saranno luoghi dell’antica Roma sepolti dalla città moderna, salotti intellettuali del primo Novecento, dimore aristocratiche di grandi e potenti famiglie, abitazioni più popolari, luoghi di lavoro o di creatività. I ritratti femminili saranno composti come sintetici schizzi biografici, con l’obiettivo di illuminare soprattutto figure lasciate in ombra, oscurate dal tempo e da una cultura disattenta; in alcuni casi saranno donne dal destino non generoso, che la vita ha sconfitto e che la storia ha dimenticato.

***

Articolo di Barbara Belotti

Dopo aver insegnato per oltre trent’anni Storia dell’arte nella scuola superiore, si occupa ora di storia, cultura e didattica di genere e scrive sui temi della toponomastica femminile per diverse testate e pubblicazioni. Fa parte del Comitato scientifico della Rete per la parità e della Commissione Consultiva Toponomastica del Comune di Roma.




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