Women in Economics. Intervista ad Azra, young economist 

«Promuovere la diversità in economia»: è lo slogan del progetto internazionale The Women in Economics Initiative (WiE), associazione no profit per promuovere l’uguaglianza di genere in questo ambito fondamentale della società contemporanea. «Il nostro obiettivo – si legge sul sito women-in-economics.com – è incoraggiare le pari opportunità e la rappresentanza equilibrata dei generi nella professione economica, nei settori accademico, aziendale e pubblico». E ancora, dopo l’asseverativo «we want to» sono declinati tre obiettivi: «informare – valorizzando i preziosi contributi che le donne hanno già dato, e continuano a dare, nello studio e nell’applicazione dell’economia; connettere – e facilitare una rete di dialogo tra diverse discipline, settori, fasi di carriera e paesi al fine di conoscere ruoli, opportunità e sfide affrontate dalle donne in economia; incoraggiare – le persone, in particolare le donne, a diventare agenti del cambiamento in economia, trasformando il discorso in economia e rendendolo più inclusivo, dinamico ed efficace» (traduzione dall’inglese a cura di chi scrive). 

Di questo progetto mi parla, quasi per caso, Azra (niente cognome, «tanto chi vuole cercarmi mi trova»), classe 1996, laurea specialistica in Industrial Economics and Markets, ora young economist presso una delle ‘Big Four’ (le quattro imprese di consulenza economica più grandi al mondo), KPMG España. Ecco, allora, l’idea di intervistarla, ampliando il discorso con statistiche e osservazioni sul ruolo delle donne (e delle persone non binarie) in questo ambito. 
 

La home page di The Women in Economics Initiave (WiE) (https://women-in-economics.com/) 

Why Economics? Perché Economia? 
Come ho sempre detto sempre nelle interviste che ho sostenuto per lavoro, l’economia è una chiave di lettura del mondo, è la mia chiave di lettura. Quando mi sono iscritta all’università, alla triennale, questa è stata la mia motivazione. Sono sempre stata interessata a quello che avveniva intorno a me nel mondo, l’economia è come una chiave di sol, uno strumento per interpretarlo e comprenderlo. 

Come sei arrivata all’economia? Quali ritieni siano stati gli elementi determinanti nella tua formazione e nel tuo percorso di studi? 
Sicuramente ho scelto economia perché, oltre a quello che ho già detto, ero molto interessata alla matematica: tengo a sottolineare che ho studiato economia pura, cioè scienze economiche, il lato più matematico dell’economia, in particolare ho studiato scienze economiche e sociali all’Università Bocconi di Milano. Per entrare in Bocconi ho superato un test d’ingresso, ormai otto anni fa: le competenze più importanti richieste riguardavano la matematica, la logica, l’inglese… Sicuramente il corso di studi e l’università che ho scelto hanno rappresentato per me un’esperienza molto illuminante, non solo per i concetti che ho appreso, cioè le basi dell’economia, ma soprattutto per l’ambiente internazionale e di eccellenza che la Bocconi offre, e anche per la frequentazione dei miei compagni e compagne. Io penso infatti che quando sei circondato da menti brillanti, aperte, giovani, sei più portata a orientarti in questa direzione internazionale e di eccellenza, hai l’opportunità di aprirti al mondo a 360 gradi, di scegliere tra tante strade lungo le quali il tuo futuro può svilupparsi. 
La mia scelta dopo la triennale in Bocconi è stata quella di frequentare un master all’estero, in economia industriale, specializzandomi in economia della concorrenza e in economia dell’energia: dopo l’università in Italia, avevo voglia di continuare il mio percorso di studi e fare un’esperienza all’estero, in un’università molto rinomata, la Carlos III di Madrid, che mi ha dato anche la possibilità di ottenere una borsa di studio. La scelta di Madrid è stata meditata e allo stesso tempo ottimale per quelli che erano i miei interessi dopo la triennale: volevo infatti specializzarmi nell’ambito microeconomico della concorrenza e dell’energia, e il master biennale in lingua inglese che ho frequentato era perfetto per me, per le conoscenze che mi avrebbe dato e per la carriera lavorativa successiva, nel campo della consulenza economica. 

Vivi a Madrid, in Spagna. Hai subito discriminazioni in quanto donna e cittadina straniera? 
Nell’ambito delle mie esperienze lavorative, non sento di aver mai subito una discriminazione per questo, ma, anzi, di aver saputo apportare un valore aggiunto al mio essere economista proprio grazie alla mia persona. Sicuramente, però, durante alcune interviste (in questi anni ho fatto tante interviste lavorative) ho percepito una diffidenza non tanto per il mio essere donna, quanto per la mia origine straniera; d’altra parte, nel momento in cui ho avvertito della diffidenza, io stessa non sono stata interessata a proseguire in un ambiente nel quale non fossero valorizzate la differenza di genere e l’internazionalizzazione. 
 

Le quattro torri del Business Center di Madrid; quella in cui ha sede KPMG è la terza da sinistra

Come sei arrivata a lavorare in KPMG? 
Sono arrivata alla KPMG attraverso un’offerta di lavoro interna al mio master universitario. È un’esperienza lavorativa importantissima, se non la più importante, che mi sta facendo crescere molto dal punto di vista professionale e personale. In KPMG faccio consulenza economica, che è quello che ho studiato, che mi interessa di più e a cui spero di dedicarmi nella mia vita; mi occupo soprattutto di consulenza economica relativa alla concorrenza. 

Qual è la percentuale di uomini e di donne nel tuo team di lavoro all’interno di KPMG? 
Direi che il caso del mio gruppo di lavoro, del mio dipartimento, presenta il giusto equilibrio tra donne e uomini, non solo perché più o meno c’è lo stesso numero di uomini e donne, ma soprattutto perché ci sono donne che hanno posizioni manageriali di alto livello, e tra queste ci sono donne con figli. In particolare, nel mio team, due tra le manager più importanti hanno figli e recentemente c’è stata una promozione di una donna in maternità! 
Quale intervistatrice che ha esplorato il sito The Women in Economics Initiative, rilevo che KPMG nello specifico della parità di genere risulta più avanzata rispetto alla media rilevata nell’intero pianeta: a partire dal 2019, WiE pubblica infatti Index, rapporto annuale con l’obiettivo di monitorare quante siano le donne economiste in posizioni di comando e responsabilità, a livello globale. È utilizzata la classificazione binaria uomo – donna (è precisato) semplicemente perché le persone non binarie che lavorano in ambito economico spesso non sono visibili; è tuttavia avvertita la necessità di superare tale classificazione, coerentemente con alcune delle parole chiave dell’associazione no profit (tra queste, personalmente segnalo «diversità», «inclusione», «empatia»). Nel 2022, dunque, le economiste di alto livello in ambito accademico, privato e pubblico rappresentano rispettivamente il 33%, 33%, 32%, rispetto al 2021 con un piccolo avanzamento nel primo (+2%), un lieve arretramento nel secondo (-1%), un deciso arretramento nel terzo (-6%). Nelle 31 pagine dell’Index (in lingua inglese, liberamente scaricabile dal sito WiE) altre statistiche e soprattutto analisi specifiche. 

La pagina 6 dell’Index 2022 di WiE

Ma ecco altre domande ad Azra e risposte della giovane economista.

Quali motivazioni ti hanno spinta a entrare a far parte di Women in Economics Projet? 
WiE è un’associazione no profit che si prefigge di promuovere e valorizzare il lavoro delle economiste donne e non binarie e di renderlo più visibile. Per quanto mi riguarda, ho deciso di aderire per il programma di mentoring che offre alle giovani economiste come me: pur avendo una formazione specifica e ormai qualche anno di esperienza lavorativa, per me è molto importante conoscere qualcuna che nel mio ambito mi possa dare insegnamenti e suggerimenti, o che semplicemente possa condividere la sua esperienza come donna in una società di consulenza economica; mi interessa poi conoscere altre donne che lavorano in questo campo, sapere quali difficoltà possono aver incontrato con il progredire della loro carriera, come economiste e come donne.
 
Quali sono i tuoi progetti per il futuro, come economista e come donna in economia? 
Sicuramente proseguire nell’ambito della consulenza nello specifico della concorrenza, facendo attività simili a quelle che sto facendo ora e progredendo in questo campo. Come donna che lavora nell’economia, il mio obiettivo è valorizzare il lavoro delle donne in economia! 

Nel 2022 il numero di italiani all’estero ha superato quello degli stranieri residenti in Italia, come testimonia il XVII Rapporto Italiani nel Mondo, a cura della Fondazione Migrantes. Dal 2006 al 2022 la mobilità italiana è cresciuta dell’87% in generale, ed è cresciuta maggiormente in proporzione quella femminile, che tocca il 94,8%. Sono soprattutto i giovani, le giovani donne con una formazione di alto livello, a lasciare l’Italia e a cercare all’estero autonomia, serenità, lavoro stabile. Che ne pensi? 
La mia scelta di andare all’estero è stata determinata dalla volontà di frequentare un master in lingua inglese nell’ambito che mi interessava; poi ci sono rimasta perché ho visto e vedo Madrid come una città molto cosmopolita, anche se lo spagnolo è comunque l’idioma predominante, una città con molte opportunità di crescita. Quando ho finito il master, anzi, durante il master (perché stavo già lavorando), ho sentito che volevo rimanere e non tornare in Italia, per molte motivazioni. Sicuramente, dal punto di vista della stabilità lavorativa, vedevo le mie compagne e compagni dell’università rimasti in Italia in una situazione molto più instabile, con contratti di apprendistato di due anni, e questo mi ha confermato nella mia volontà di continuare la mia esperienza all’estero; penso che vivrò in Spagna per i prossimi due o tre anni… 
 

Yolanda Díaz, ministra del lavoro del governo spagnolo (al centro), presenta l’8 luglio 2022 a Madrid il nuovo progetto politico Sumar, che vede la partecipazione di diverse donne della società civile, che qui la affiancano 

In Spagna, nel febbraio scorso, il governo di Pedro Sanchez, con la ministra del lavoro Yolanda Díaz, ha varato una riforma del lavoro che limita fortemente i contratti a tempo determinato a favore di quelli a tempo indeterminato e che ha ridotto in modo molto significativo la precarietà. In Italia avviene l’esatto contrario: nell’ultimo anno, otto nuovi contratti su dieci sono stati precari e il governo di Giorgia Meloni ha reintrodotto il meccanismo dei vaucher, sostenendo nella conferenza stampa di fine anno che questi siano uno strumento di contrasto al lavoro nero e che siano i giovani a preferire un lavoro precario. Che ne pensi? 
Per quanto riguarda la Spagna, io certamente sono stata beneficiata dalla riforma del lavoro di Yolanda Díaz: un anno fa avevo un contratto a tempo determinato e alla scadenza il mio ex datore di lavoro ha dovuto farmi l’indeterminato. Quando ho cambiato lavoro, a giugno, entrando in KPMG, mi è stato offerto da subito un contratto a tempo indeterminato con sei mesi di periodo di prova (che sono la regola), che ho superato; comunque, quando in Spagna un’azienda ti offre il lavoro, te lo offre con la prospettiva di non mandarti via. 
Sul fatto che la precarietà possa aprire a maggiori opportunità lavorative ho i miei dubbi, perché penso che una persona, superati i venticinque – ventisei anni, anche se vive in una città piccola come quella da cui provengo, Lodi, voglia avere una propria casa e stabilità. Quindi no, non sono d’accordo.

Quali consigli daresti a una giovane che frequenta l’ultimo anno del liceo, come eri tu otto anni fa, e che vuole diventare economista? 
Le direi di essere curiosa, di non fermarsi a coltivare il proprio orticello, di saper guardare oltre la propria quotidianità, di informarsi, di studiare tanto (in modo non utilitaristico), di conoscere le lingue, di saper parlare almeno tre lingue a livello altissimo. Nella mia esperienza lavorativa la conoscenza dell’italiano è stata importante, come sicuramente sono importanti la conoscenza dell’inglese e della lingua del paese nel quale si vive, quindi, per me, la conoscenza ad alto livello dello spagnolo; inoltre conosco anche un po’ di francese. 
E poi le direi di guardare le opportunità all’estero – di studio, di stage, di specializzazione – e le opportunità che offrono le istituzioni europee. 
 

Gadget di WiE

Come intervistatrice, ma soprattutto come madre e come insegnante, non posso che constatare che non solo l’Italia non è un paese per giovani, ma che è anche un paese straordinariamente miope, perché una nazione che non investe sulle giovani generazioni, alle quali per altro ha fornito una formazione di alto livello, è una nazione incapace di costruire il proprio futuro, anzi, è una nazione povera, poverissima, che non ha futuro. 
Sono andata in pensione, nel 2020, con oltre quarantadue anni di anzianità. Per oltre trentotto lo Stato mi ha pagato (poco, rispetto alla media europea, ma mi ha pagato) perché formassi le e gli adolescenti che al liceo mi erano affidati. Il che ho tentato di fare con onestà, certo con passione. Ora vedo le leve migliori di questa gioventù lasciare questo paese irriformabile, disperdersi in Europa e nel mondo con il proprio patrimonio di conoscenze e competenze, di coraggio e determinazione (come ogni avanguardia migratoria di ogni tempo e luogo), un patrimonio che porterà grandezza e beneficio ad altri paesi, non a questo, che fa di tutto per allontanarli. È una emorragia che mi fa male («Gjaku ynë i shprishur!», dicono i parlanti albanesi incontrandosi fuori dai confini della patria, e significa: «Il nostro sangue disperso!»). 
Perché questi e queste giovani dovrebbero tornare, tornare stabilmente in Italia?
Non torneranno. 

In copertina: E se le donne vincessero il Nobel per l’economia? È il titolo di un approfondimento di The Women in Economics Initiave (WiE), che propone cinque differenti motivazioni per dieci economiste, che con i propri studi hanno dato un contributo determinante alle scienze economiche. Queste donne sono Claudia Goldin, Mariannne Bertrand e Francine Blau; Carmen Reinhart e Christina Romer; Janet Currie e Amy Finklestein; Susan Athey; Melissa Dell e Naila Kabeer (https://women-in-economics.com/what-if-women-in-economics-did-win-the-nobel/

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Articolo di Laura Coci

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Fino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Dopo aver insegnato letteratura italiana e storia nei licei, è ora presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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